2 novembre 2026

L’incompiuto michelangiolesco: la bellezza di ciò che manca

Incompiuti, non finiti. Così vengono definiti i Prigioni, il gruppo scultoreo ad opera del maestro Michelangelo Buonarroti conservati nella Galleria dell’Accademia di Firenze. Quattro figure imprigionate in blocchi di marmo, schiavi per definizione, ma anche simboli di un’intera filosofia artistica: l’incompiuto michelangiolesco. Tra linee sinuose che si scontrano con la durezza del marmo, i quattro capolavori del Buonarroti raccontano molto più di quello che sembra.   

L’arte michelangiolesca è da sempre considerata il sinonimo di perfezione scultorea, la massima espressione di genio e maestria. Ma c’è un aspetto che spesso sembra entrare in contrasto con la completezza delle sue opere: il “non finito”. Una metafora senza tempo, una tecnica originale e così semplice da assumere, nel corso dei secoli, un significato imperituro e atemporale. Il “non finito” o “incompiuto” è una tecnica scultorea per cui volutamente l’artista non termina le sue opere, lasciando grezze alcune parti delle rappresentazioni, creando un forte distacco visivo tra la levigatura delle forme e la durezza del marmo non lavorato. Originariamente realizzati per adornare il grande progetto dedicato alla tomba di Giulio II, i quattro schiavi, ovvero lo Schiavo Giovane, lo Schiavo che si ridesta, l’Atlante e lo Schiavo Barbuto, incarnano a pieno il concetto non solo dell’incompiuto, ma anche della teoria del “levare”. Osservandoli, si viene pervasi da emozioni e sentimenti contrastanti: da un lato la fascinazione per le linee morbide, quasi umane, che emergono dal marmo, dall’altro, la consapevolezza che quella dolcezza è contrastata duramente dalla crudezza del non-finito. Tuttavia, i Prigioni non sono l’unico esempio di non compiuto. L’ultima opera di Michelangelo, infatti, è la Pietà Rondanini, conservata nel Castello Sforzesco di Milano. L’opera, rappresentante Maria che sorregge Gesù Cristo, ricalca idealmente il tema della Pietà conservata presso la Basilica di San Pietro, ma con un taglio del tutto diverso. L’opera si sviluppa verticalmente e i due protagonisti sono visibilmente invecchiati, fragili e stanchi. Lo specchio della fase finale della vita dello stesso artista, che si è dedicato all’opera fino a poco prima di morire, ma anche la possibile dimostrazione di una fase finale della filosofia artistica maturata negli anni e una sempre più grande devozione a Dio e, probabilmente, un forte senso di inquietudine per la morte. Appare, quindi, più difficile comprendere se quest’ultima opera rientrasse nel progetto artistico e filosofico di Michelangelo, o se rappresentasse solamente un’ultima, “stanca”, opera. L’incompiuto, tuttavia, resta una tematica cardine del pensiero michelangiolesco, lasciando aperto un interrogativo fondamentale: quanto vi è di intenzionale, e quanto è frutto delle circostanze dell’artista?

Pietà Rondanini

Un lavoro a metà, o forse, molto di più. Celebre è la nozione secondo cui, per Michelangelo, la tecnica principale era quella del “levare”, ovvero far emergere la statua dal blocco di marmo intero, a testimoniare la presenza intrinseca dell’opera già “contenuta” nel marmo, e non viceversa. Infatti, per citare il celebre storico dell’arte Giorgio Vasari, Michelangelo tendeva a: 

far emergere la figura dalla pietra come se la si vedesse affiorare da uno specchio d'acqua. 

Così affermando, Michelangelo si distacca dal ruolo di artista, e incarna piuttosto il ruolo di tramite tra l’arte già presente in natura e lo spettatore. Ciò, per le credenze rinascimentali, testimoniava la presenza di Dio in tutte le cose, anche a partire da quelle più neutre ed asettiche: Michelangelo, dunque, è solo un interprete del mondo naturale, è solo un uomo che fa “emergere” la volontà di Dio, un fedele che segue l’illuminazione e riproduce manualmente la volontà dell’Altissimo. Dunque, perché l’incompiuto? E, quindi, perché se deriva dalla volontà di Dio, l’opera è imperfetta? 

Schiavo giovane

Secondo la filosofia neoplatonica, ovvero la corrente filosofica più abbracciata dagli artisti nel corso del Rinascimento, si credeva che l’anima e il corpo fossero due enti a loro stanti, e che l’anima, per definizione divina, aspirasse a divincolarsi dalla costrizione della carne umana per elevarsi al Cielo. L’opera, dunque, non diventa solo la riproduzione della volontà di Dio sulla Terra, ma riflette anche i limiti dell’uomo stesso, la volontà ad elevarsi e la catena che lo lega sulla Terra. Questa tensione si riflette e si materializza nell’apparente lotta che rende la loro liberazione sospesa e libera da interpretare. L’incompiuto, a questo punto, può essere considerato come la dimostrazione attuale e concreta che l’uomo, anche se artista, poeta, o musicista, non riesce ad arrivare alla perfezione, in quanto essa non solo è prerogativa di Dio, ma anche perché l’uomo, non conoscendola, non potrebbe riprodurla fedelmente. Un paradosso, forse, ma che tende a scaturire una reazione unica nello spettatore: l’incompiuto affascina quanto la compiutezza, perché l’uomo si rivede più nell’imperfezione, la sente vicina a sé. Il riconoscimento della possibilità di un errore contempla la traccia di un’impronta umana: e cosa c’è di più commovente, per un fruitore dell’opera, di sentirsi vicino all’artista, sentirlo parte vibrante dell’umanità? 

Permettere ad un’opera di parlare così, la rende portatrice di simboli imperituri, che facilmente sono applicabili all’arte, ma anche alla realtà quotidiana contemporanea. La ricerca della perfezione ha da sempre ossessionato l’umanità: c’è chi l’ha sempre interpretata come la dimostrazione del divino sulla Terra, chi come uno standard irraggiungibile, chi come la dimostrazione della superiorità dell’uomo sul mondo animale e anche su quello religioso. Insomma, partendo dalla contemplazione di alcune tra le opere più celebri del genio rinascimentale Michelangelo, in quelle figure imprigionate in un eterno tentativo di slancio verso il cielo, l’uomo rivede la propria condizione: la volontà di superare ogni limite e la consapevolezza di non poterlo fare a pieno. Come Ulisse nel XXVI canto dell’Inferno, l’uomo tende a spingersi oltre i suoi limiti e, come la nave che viene risucchiata dal mare, giunge ad un punto cieco, di non ritorno, di nubifragio. L’incompiuto, dunque, forse non è solo una tecnica, un qualcosa che “manca” all’opera, bensì il particolare che permette allo spettatore di riconoscersi in essa. 

Aurora Paolone

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