Quel grande mantello rossastro, gonfio come una vela, gli appare improvvisamente familiare.
Non è soltanto un drappo.
Ha la forma di un cervello.
Il 10 ottobre 1990 Meshberger affida l’ipotesi alle pagine di JAMA, il Journal of the American Medical Association, in un articolo dal titolo quasi prudente: An Interpretation of Michelangelo’s Creation of Adam Based on Neuroanatomy. Sovrapponendo idealmente alla composizione una sezione sagittale dell’encefalo, individua corrispondenze sorprendenti: il profilo del mantello, la scissura silviana, il chiasma ottico, l’ipofisi, il ponte, il midollo. Anche il drappo verde sotto il gruppo divino può ricordare l’arteria vertebrale.
Coincidenze? È qui che il mistero diventa più difficile da liquidare.
Michelangelo conosceva l’anatomia umana in modo tutt’altro che superficiale. Le fonti rinascimentali raccontano delle dissezioni che praticò già da giovane a Firenze, anche presso Santo Spirito, dove ebbe accesso ai cadaveri per studiare il corpo dall’interno. Muscoli, tendini, ossa non erano per lui semplici forme da copiare: erano l’architettura segreta dell’uomo.
Se dunque il cervello nella Creazione di Adamo non fosse casuale, che cosa avrebbe voluto dire?
Meshberger avanzò un’interpretazione tanto semplice quanto vertiginosa. Forse il vero dono di Dio ad Adamo non è la vita. Adamo, infatti, nel dipinto è già formato, vigile, con gli occhi aperti. Ciò che attende potrebbe essere altro: l’intelletto. La capacità di comprendere, immaginare, scegliere. In questa lettura sarebbe più corretto parlare non della “creazione” di Adamo, ma della sua “dotazione”: Dio consegna all’uomo ciò che lo rende propriamente umano.
E allora anche quel minuscolo spazio tra le dita cambia significato. Non è più soltanto una distanza da colmare, ma una soglia. Da una parte la materia già compiuta; dall’altra qualcosa che non si vede e che tuttavia trasforma tutto: la coscienza. Il gesto più famoso di Michelangelo potrebbe raffigurare non l’accensione del corpo, ma quella della mente.
Ed è qui che l’immagine cambia ancora. Perché se Dio è collocato dentro un cervello, il rapporto tra creatore e creatura diventa ambiguo. È Dio a generare la mente oppure è la mente il luogo nel quale l’uomo può incontrare Dio?
Cinque secoli prima delle neuroscienze moderne, Michelangelo potrebbe aver trasformato una scena teologica in una domanda sulla coscienza. Forse il messaggio più audace starebbe proprio qui: il divino genera l’intelligenza e l’intelligenza, appena ricevuta, comincia a interrogare il divino.
C’è perfino un’interpretazione alternativa, formulata successivamente da altri studiosi: quel medesimo involucro ricorderebbe anche un utero, mentre il drappo verde potrebbe assumere la forma di un cordone ombelicale. Nascita biologica e nascita intellettuale finirebbero così per sovrapporsi. Corpo e pensiero. Materia e spirito.
Naturalmente non esiste una confessione di Michelangelo, nessuna nota a margine che risolva l’enigma. L’ipotesi di Meshberger resta un’interpretazione, non una prova. Ed è precisamente questo a renderla irresistibile. Perché Michelangelo conosceva abbastanza bene il corpo da poter nascondere un cervello lassù. Conosceva altrettanto bene l’arte da sapere che il segreto più potente non è quello che viene occultato completamente, ma quello che rimane sotto gli occhi di tutti. Forse, allora, i pochi millimetri che separano il dito di Dio da quello di Adamo non rappresentano il momento in cui l’uomo riceve la vita. Forse rappresentano l’istante ancora più pericoloso in cui riceve la coscienza. Da quel momento, per la prima volta, può perfino chiedersi se Dio esista fuori di lui — oppure nel punto più profondo della sua mente.

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