Uccisi perché? Per il sogno di un gruppo di esaltati che giocavano a fare la rivoluzione, si illudevano di essere spiriti eletti, anime belle votate a una nobile utopia senza rendersi conto che i veri "figli del popolo", come li chiamava Pasolini, stavano dall'altra parte, erano i bersagli della loro stupida follia.
Spingendo la notte più in là ripercorre una parte dell'infanzia di Mario Calabresi, i suoi pochissimi ricordi col papà e poi il giorno dell'uccisione: i ricordi di Calabresi piccolissimo legati alla reazione di sua madre sono tra le pagine più dolorose e più intense del libro. E poi gli anni successivi, rimettere insieme i pezzi, il confronto continuo con un processo ai colpevoli fatto di alti e bassi. Nel mentre, una famiglia che lotta per andare avanti nella quotidianità con dignità e coraggio.
Luigi Calabresi fu assassinato perché vittima innanzitutto di una propaganda ingiusta che lo voleva colpevole della morte di Giuseppe Pinelli, un anarchico sospettato di avere una responsabilità nella strage di Piazza Fontana del 1969, e per questo motivo interrogato in questura da Luigi Calabresi. Pinelli purtroppo morì in modo accidentale e imprevisto proprio durante quei giorni di interrogatorio.
Sono belle le pagine in cui a testimoniare sono le prove fornite dal giudice Gerardo D'Ambrosio che condusse le indagini sulla morte di Pinelli, con la relativa assoluzione di Calabresi. «Pinelli non è stato ucciso e suo padre non era in quella stanza. Erano tempi di follia.»
Bisogna precisare che qualche anno dopo la strage di Piazza Fontana venne appurato che i responsabili erano di appartenenza neofascista: la pista giusta era quella del terrorismo nero e non quella anarchica. Pinelli era completamente estraneo alla strage. «Mamma ce ne parlava con delicatezza, legava i due destini, non li ha mai contrapposti. Un giorno mi ha dato da leggere l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e mentre me la allungava, ma continuava a tenerla stretta in mano, mi raccontò che era stato Pinelli a regalarla a papà, un Natale. Non so dire se fossero amici, erano su sponde diverse, e ci vuole pudore quando si parla dei morti, ma sicuramente in casa nostra Giuseppe Pinelli non è mai stato un nemico.»
Spingendo la notte più in là è un libro bello perché è fatto di persone belle: i familiari delle vittime delle stragi di quegli anni e di cui si parla nel libro sono persone che con la loro testimonianza e le loro parole fanno breccia nel cuore di chi legge; hanno da trasmettere e comunicare qualcosa di veramente importante, sono persone che meritano ascolto ed espressione. E proprio queste cose, ascolto ed espressione, sono state concesse in una misura maggiore a chi quegli omicidi li ha perpetrati, a chi si è reso arbitrariamente causa della sofferenza gratuita di quelle persone e che magari dopo un relativo periodo di tempo ha ricevuto accoglienza in un salotto televisivo o all'interno di un'amministrazione pubblica. Questa è in effetti una dolorosa ferita in aggiunta, indagata da Mario Calabresi nel libro.
I terroristi in carcere sono ormai assai pochi, la gran parte è uscita, basti pensare ai delitti più importanti e fare l'appello. È diffusa la sensazione che abbiano goduto dei benefici di legge e siano usciti senza dare fino in fondo un contributo alla verità. Lo Stato avrebbe dovuto scambiare la libertà anticipata con un netto impegno alla chiarezza e alla definizione delle responsabilità.
Alcuni dei parenti o familiari vengono intervistati da Calabresi all'interno del libro. Ma più che di vere e proprie interviste si tratta della trasposizione delle conversazioni che il giornalista ha intrattenuto con loro, e che sono serviti innanzitutto a lui stesso per confrontarsi e riconoscersi in quelle storie e in quel dolore comune. Alcune di queste conversazioni sono quelle con la figlia del vicebrigadiere Antonio Custra, ovvero Antonia Custra: insieme a lei Calabresi ricorda ed esamina i risvolti e i retroscena della famosa foto scattata in Via De Amicis a Milano il 14 maggio 1977.
Francesca e Vanna Marangoni, la figlia e la moglie del medico Luigi Marangoni, ucciso il 17 febbraio 1981 dal terrorismo rosso perché aveva denunciato degli infermieri che «staccavano la spina ai frigoriferi che contenevano il sangue per le trasfusioni, che così andava buttato».
Oppure la moglie dell'agente di polizia Fausto Dionisi, Mariella Magi, racconta cosa provò quando Sergio D'Elia, che era tra quelli coinvolti nell'omicidio del marito, fu nominato segretario d'Aula della Camera per qualche anno.
Spingendo la notte più in là permette sia di conoscere meglio Mario Calabresi sia di comprendere meglio quegli anni terribili, e comprenderli non dal punto di vista dei carnefici e delle loro ideologie, bensì dalla prospettiva di chi ha mietuto gli effetti più dolorosi da quegli anni. E che nonostante tutto non rinuncia alla speranza, non può fare a meno di auspicare l'approssimarsi di una luce tenue, quella dell'aurora, che riesce a spingere la notte un pochino più in là.

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