Un episodio apparentemente secondario de I Buddenbrook di Thomas Mann — la pena d’amore di Tony e il casuale incontro con il diario della propria famiglia — apre una domanda che riguarda ciascuno di noi: come costruiamo la nostra identità? Quanto siamo il risultato della storia che abbiamo ricevuto e quanto delle scelte che compiamo? Dalla giovinezza come tempo delle infinite possibilità al tempo della scelta, dalla necessità della rinuncia al difficile compito educativo dei genitori, il romanzo di Mann diventa lo spunto per riflettere su come, nel corso della vita, diventiamo progressivamente la persona che siamo.
Un romanzo e una domanda
Ci sono libri che ci raccontano una storia e possono sicuramente affascinarci, ma ci sono libri che, mentre ci raccontano delle storie, ci pongono delle domande e ci inducono a riflessioni profonde. Sono proprio questi i libri che ricorderemo per sempre.
I Buddenbrook di Thomas Mann appartiene certamente alla seconda categoria.
È un romanzo scritto da un autore giovanissimo, da poco ventenne, e pubblicato all’inizio del Novecento, ma ancora oggi sorprendentemente capace di parlare dell’uomo, delle sue aspirazioni, delle sue debolezze, delle sue scelte.
Per questo romanzo l’autore, nel 1929, fu insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1929
Thomas Mann racconta la storia di una ricca famiglia di commercianti di Lubecca attraverso quattro generazioni. Assistiamo alla sua crescita economica e sociale e poi, lentamente, al suo declino. Vediamo nascere e morire persone, costruirsi e dissolversi patrimoni, celebrare matrimoni, nascere figli, consumarsi ambizioni.
Ma, come sempre accade nei grandi romanzi, la trama è soltanto il luogo nel quale viene raccontato qualcosa di molto più profondo.
Leggendo I Buddenbrook ho avuto progressivamente la sensazione che il vero protagonista non fosse soltanto la famiglia, ma fosse l’identità.
E allora mi sono posto una domanda che, in fondo, riguarda ciascuno di noi: come diventiamo la persona che siamo?
Non mi riferisco naturalmente a come cresciamo o maturiamo biologicamente, ma a quel processo, molto più complesso, attraverso il quale, partendo dalle infinite possibilità della giovinezza, costruiamo progressivamente una nostra identità, impariamo a riconoscerci in alcuni valori, in alcuni desideri, in alcune scelte e cominciamo a poter dire: “questo sono io”. Un io che, peraltro, non rimane immutabile, ma continua a modificarsi nel tempo, quando alcuni dei nostri valori e desideri cambiano e si trasformano.
Quando nasce questa consapevolezza?
Quanto della persona che diventiamo era già dentro di noi e quanto, invece, è stato costruito nel tempo? Quanto deriva dalla famiglia nella quale siamo nati, dall’educazione che abbiamo ricevuto, dalle aspettative che gli altri hanno avuto nei nostri confronti? Quanto dagli incontri, dalle esperienze, dagli amori, dalle delusioni? E quanto, infine, dalle nostre scelte?
Perché forse è proprio attraverso le scelte che, poco alla volta, smettiamo di essere tutte le persone che potremmo diventare e cominciamo a diventare quella che effettivamente siamo.
E allora nasce una domanda ancora più difficile: siamo veramente noi gli autori della nostra vita oppure continuiamo, almeno in parte e spesso senza accorgercene, a interpretare un copione che altri hanno scritto per noi?
Leggendo I Buddenbrook non credo che Thomas Mann dia una risposta. Fa qualcosa di molto più interessante: ci racconta delle vite e lascia che siamo noi a porci le domande e a provare a dare delle risposte. Una di queste vite è quella di Tony Buddenbrook.
Tony e il momento della scelta
Tony è giovane, vivace, intelligente. È profondamente legata alla famiglia, ma ha anche il desiderio naturale di ogni giovane di costruire la propria vita.
Durante una permanenza a Travemünde conosce Morten Schwarzkopf e tra i due nasce un sentimento sincero. Per Tony si apre improvvisamente una possibilità nuova: può immaginare una vita diversa, una vita non costruita secondo le attese della famiglia, ma secondo il proprio sentimento.
Ma esiste un’altra possibilità. La famiglia desidera che sposi Bendix Grünlich, un uomo considerato adeguato al prestigio e agli interessi dei Buddenbrook. Per la famiglia il matrimonio non è semplicemente un fatto privato: è anche una responsabilità nei confronti del nome, della tradizione, della posizione sociale. Tony si trova così divisa tra due mondi: da una parte ciò che desidera e dall’altra ciò che sente di dover essere.
Ed è a questo punto che Thomas Mann costruisce una delle scene che più mi hanno colpito dell’intero romanzo.
Una mattina Tony trova sul secrétaire il diario della famiglia lasciato accanto al calamaio e comincia quasi distrattamente a sfogliarlo. Non è semplicemente un quaderno di ricordi: in quelle pagine è raccolta la storia dei Buddenbrook, delle generazioni che l’hanno preceduta, dei matrimoni, delle nascite e degli avvenimenti che, nel tempo, hanno costruito e tramandato l’identità della famiglia.
Tony continua a leggere e in quella storia trova anche se stessa. Vede il proprio nome inserito in una successione che viene da lontano e della quale sente improvvisamente di essere parte.
Ed è proprio in quel momento che avviene qualcosa di fondamentale. Fino ad allora la famiglia, il nome Buddenbrook, le aspettative dei genitori erano soprattutto qualcosa che agiva su di lei dall’esterno. Leggendo quelle pagine, invece, Tony fa propria quella storia. Non sente più soltanto ciò che gli altri vogliono che sia: si riconosce come una Buddenbrook.
E in pochi minuti passa dal tormento dell’incertezza che aveva caratterizzato le settimane precedenti alla calma della consapevolezza.
Il problema, a quel punto, non sembra più essere: “Quale dei due uomini devo scegliere?” La domanda è diventata: “Chi sono io?”
E quando sente di avere trovato una risposta, anche la decisione sembra arrivare quasi naturalmente.
Tony non si limita a leggere il diario, dopo aver maturato la decisione, vi scrive lei stessa il proprio fidanzamento con Bendix Grünlich
È proprio questo passaggio che, leggendo il romanzo, mi ha fatto fermare. Forse, davanti alle grandi decisioni della vita, commettiamo talvolta un errore: ci concentriamo sulle alternative.
A o B? Questa università o quella? Questo lavoro o un altro? Questa città o quella? Restare o partire?
Cerchiamo di valutare vantaggi e svantaggi. Ma forse esiste una domanda che viene prima di tutte queste: chi è la persona che deve scegliere?
Perché se non sappiamo chi siamo, tutte le strade possono apparirci possibili. Quando invece cominciamo a comprenderlo, alcune possibilità acquistano improvvisamente significato e altre lo perdono.
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| Genealogia dei Buddenbrook |
La giovinezza: essere molte persone e ancora nessuna
Questa riflessione mi ha fatto pensare alla giovinezza, che credo sia una delle stagioni più belle della vita, ma anche una delle più difficili.
Quando siamo giovani siamo pieni di possibilità: possiamo diventare medici, musicisti, imprenditori, insegnanti, artisti; possiamo vivere in una città oppure in un’altra, incontrare persone diverse e costruire con loro vite completamente differenti.
Possiamo ancora essere moltissime persone, ed è una sensazione meravigliosa. Ma c’è anche un altro lato: proprio perché possiamo essere tante cose, non siamo ancora pienamente nessuna di esse.
Aristotele distingueva tra potenza e atto: la potenza è ciò che può essere, l’atto è ciò che effettivamente è.
Un giovane contiene in sé molte vite in potenza, ma per trasformare una possibilità in una vita reale deve scegliere. Ed è qui che comincia la parte difficile.
Perché ogni scelta realizza una possibilità ma, nello stesso momento, ne elimina le altre.
Se scelgo una professione rinuncio alle altre professioni che avrei potuto esercitare; se decido di vivere in un luogo rinuncio alla vita che avrei potuto costruire altrove; se scelgo una persona, rinuncio alle infinite altre storie che avrebbero potuto esistere.
Ogni volta che diciamo: “Questo sono io”, stiamo inevitabilmente dicendo anche: “Questo non lo sarò.”
E forse una parte della difficoltà della scelta nasce proprio da qui: non soltanto dalla paura di sbagliare, ma anche dalla sofferenza della rinuncia.
La libertà, la scelta e la rinuncia
La vicenda di Tony mi ha fatto riflettere anche sul significato della libertà.
Prima di scegliere, Tony ha davanti a sé diverse possibilità. Può scegliere Morten o accettare Grünlich, può assecondare la famiglia oppure opporsi ad essa e tentare una strada diversa. Nessuna porta si è ancora chiusa, e proprio questa molteplicità di possibilità la tormenta.
Poi accade qualcosa. Tony sente di sapere chi è e, a quel punto, sceglie.
Ma non credo sia corretto dire che, scegliendo, Tony perda la propria libertà. Al contrario, è proprio attraverso la scelta che esercita la sua libertà.
Ciò che perde non è la libertà. Sono le possibilità che non ha scelto
E forse è proprio qui che si trova uno degli aspetti più difficili della libertà: essere liberi non significa poter mantenere per sempre aperte tutte le strade, ma poter scegliere quale percorrere, accettando che le altre si chiudano.
La libertà si realizza quindi nella scelta, ma ogni scelta comporta necessariamente una rinuncia. E forse una parte della sofferenza dello scegliere nasce prorpio dalla consapevolezza di ciò a cui stiamo rinunciando.
Prima della scelta siamo tormentati dall’incertezza. Tutte le possibilità continuano a competere tra loro e ogni strada ci ricorda che potremmo imboccarne un’altra.
Dopo la scelta quella vertigine si riduce. Non perché abbiamo la certezza di avere scelto bene — quella certezza quasi mai ci è concessa — ma perché abbiamo dato una direzione alla nostra vita.
Nasce allora una forma particolare di serenità: non la serenità di chi sa di avere fatto la scelta migliore, ma quella di chi accetta la propria scelta e decide di viverla pienamente.
Forse crescere significa anche questo: comprendere che la libertà non consiste nel conservare infinite possibilità, ma nella capacità di scegliere e quindi anche di rinunciare.
Non possiamo vivere tutte le vite possibili. Per vivere dobbiamo sceglierne una.
Ma chi è Tony?
Ed è proprio quando questa conclusione sembra convincente che Tony ci costringe a complicare ancora il ragionamento: possiamo dire che una scelta sia veramente libera quando l’identità dalla quale nasce è stata almeno in parte costruita dagli altri?
Chi è veramente Tony?
È veramente la persona che ha scoperto quella mattina sfogliando il diario oppure si è riconosciuta nel personaggio che la famiglia aveva costruito per lei?
La domanda mi sembra fondamentale.
Se Tony non avesse trovato quel diario, avrebbe fatto la stessa scelta? Se fosse nata in un’altra famiglia, se avesse incontrato persone diverse, se qualcuno le avesse raccontato una storia differente su se stessa, sarebbe stata la stessa Tony?
Probabilmente no.
Ma questa domanda non riguarda soltanto lei: riguarda ciascuno di noi.
Nessuno nasce nel vuoto. Prima ancora che possiamo raccontarci chi siamo, qualcuno ha già cominciato a raccontarcelo.
La famiglia ci dà un nome, ci trasmette valori, ci racconta da dove veniamo, ci dice, direttamente o indirettamente, quali comportamenti approva, quali teme, quali speranze ripone in noi.
Poi arrivano gli insegnanti, gli amici, la società, il lavoro, le persone che amiamo. Tutti questi sguardi probabilmente contribuiscono a costruire l’immagine che abbiamo di noi stessi.
Per questo credo che l’identità non sia né qualcosa che semplicemente troviamo dentro di noi né qualcosa che costruiamo dal nulla, ma il risultato di un dialogo continuo tra ciò che riceviamo e ciò che scegliamo.
L’identità non è una fotografia
Forse tendiamo a immaginare l’identità come qualcosa di stabile, come se da qualche parte dentro di noi esistesse il nostro vero io e il compito della vita fosse semplicemente scoprirlo.
Non sono proprio sicuro che sia così.
Forse l’identità assomiglia molto più a una biografia che a una fotografia.
Una fotografia fissa un’immagine. Una biografia si costruisce nel tempo.
Noi riceviamo i primi capitoli della nostra storia: non scegliamo dove nascere, non scegliamo la famiglia, il nome, non scegliamo molte delle esperienze che ci formano durante l’infanzia.
Ma poi cominciamo a scegliere, e ogni scelta aggiunge una pagina.
In questo senso non scegliamo soltanto che cosa fare, ma scegliamo progressivamente chi diventare.
E qui appare un rapporto molto interessante tra identità e scelta.
Pensavo inizialmente che l’insegnamento della pagina di Tony fosse semplice: prima comprendiamo chi siamo e poi scegliamo.
Ma forse le cose sono più complesse.
Perché è certamente vero che la nostra identità orienta le nostre scelte, ma è altrettanto vero che le nostre scelte modificano continuamente la nostra identità.
Scegliamo in base a ciò che siamo e diventiamo ciò che siamo anche attraverso ciò che scegliamo.
È un movimento continuo, ed è forse proprio questo movimento a costruire una vita.
Una riflessione sui nostri figli
Leggendo Thomas Mann non ho potuto evitare di pensare ai nostri figli e alla relazione che abbiamo con loro.
Noi genitori passiamo moltissimo tempo ad aiutarli a decidere: quale scuola frequentare, quale università scegliere, quale professione intraprendere, in quale città vivere. A volte arriviamo persino a esprimere giudizi sulla persona con la quale dovrebbero costruire la loro vita, proprio come accade a Tony.
Naturalmente lo facciamo perché vogliamo proteggerli: abbiamo più esperienza, vediamo pericoli che loro forse non vedono, vorremmo evitare loro gli errori che abbiamo commesso noi.
Ma forse, proprio per questo, rischiamo qualche volta di concentrarci troppo sui termini della scelta e troppo poco sulla persona che deve scegliere.
Forse, prima di chiedere: “Che cosa vuoi fare?”, dovremmo aiutarli a domandarsi: “Chi sono?”
Che cosa mi interessa veramente? Quali valori riconosco come miei e non semplicemente come quelli della mia famiglia? Che cosa sono disposto a sacrificare e quale prezzo sono disposto a pagare per una scelta?
Non credo che il compito di un genitore sia dare una risposta a queste domande. Anzi, forse è esattamente il contrario.
Il nostro compito potrebbe essere quello di creare lo spazio perché un figlio possa provare a rispondere senza paura di deluderci.
Perché c’è un rischio sottile.
Volendo aiutare i nostri figli a costruire la loro identità, possiamo finire per consegnare loro un diario già scritto, proprio come quello che Tony prende tra le mani.
Possiamo raccontare loro talmente bene chi pensiamo che siano da rendere loro difficile immaginare di poter essere diversi.
Forse il dono più grande che possiamo fare loro è un altro.
Trasmettere una storia, certamente: valori, memoria, appartenenza. Ma lasciare anche alcune pagine bianche.
Una scelta coerente non garantisce la felicità
C’è poi un ultimo elemento che impedisce alla vicenda di Tony di diventare una semplice favola morale.
Tony fa una scelta coerente con l’identità nella quale si riconosce, ma quella scelta non le garantisce la felicità. E chi ha letto questo libro sa quanto sarà difficile il seguito della sua vita.
Questo è un punto fondamentale.
Comprendere chi siamo non significa possedere una formula capace di garantirci le scelte migliori e, soprattutto, non significa garantirci una vita senza sofferenza.
Possiamo fare una scelta profondamente coerente con i nostri valori e scoprire, anni dopo, che quella scelta ci ha fatto soffrire.
Possiamo sbagliare, cambiare, scoprire che ciò che consideravamo essenziale a trent’anni non lo è più a cinquanta.
La coerenza non è immobilità.
Essere fedeli a se stessi non significa rimanere per tutta la vita identici alla persona che eravamo.
Forse significa anche avere il coraggio di riconoscere i nostri cambiamenti.
La nostra identità continua a costruirsi finché viviamo.
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| Thomas Mann |
La maturità e le vite non vissute
Ed è per questo che credo che il tema dell’identità non riguardi soltanto i giovani. Anzi, con il passare degli anni acquista un significato diverso.
Da giovani guardiamo soprattutto avanti e vediamo tutte le vite possibili. Ma con il passare degli anni cominciamo inevitabilmente anche a guardarci indietro: vediamo la vita vissuta e, insieme ad essa, qualche volta intravediamo le vite che non abbiamo vissuto.
La professione che avremmo potuto scegliere, la città nella quale avremmo potuto abitare, le persone che avremmo potuto amare, le strade alle quali abbiamo rinunciato.
Credo che faccia parte della maturità accettare anche queste vite non vissute e riconoscere che proprio le rinunce hanno dato una forma alla nostra storia.
Una vita nella quale tutte le possibilità rimanessero per sempre aperte non sarebbe una vita. Sarebbe soltanto un insieme infinito di possibilità.
Per vivere dobbiamo scegliere e, scegliendo, non perdiamo la nostra libertà: la esercitiamo, rinunciando però a ciò che non abbiamo scelto.
È attraverso queste scelte e queste rinunce che, contemporaneamente, diventiamo qualcuno.
Le pagine che restano
Vorrei allora tornare alla scena da cui siamo partiti.
Una giovane donna, una mattina, trova per caso un diario. Comincia a sfogliarlo, legge la storia della propria famiglia e in quelle pagine cerca, forse senza averlo inizialmente deciso, una risposta alla domanda: “Chi sono?”
È una scena ambientata in un mondo lontanissimo dal nostro, eppure credo che continui a riguardarci, perché ciascuno di noi, metaforicamente, riceve un libro già iniziato.
I primi capitoli li hanno scritti altri: la famiglia nella quale siamo nati, il tempo storico, il luogo, l’educazione, le persone che abbiamo incontrato.
Non possiamo strappare quelle pagine e forse non dovremmo neppure desiderarlo. Sono parte di noi.
Ma arriva un momento, difficile da individuare, in cui la penna passa nelle nostre mani.
Da quel momento possiamo continuare semplicemente la storia che abbiamo ricevuto oppure possiamo modificarla, cambiare direzione.
Possiamo scoprire che una parte di ciò che pensavamo di essere non ci appartiene più, ma non possiamo sottrarci completamente alla responsabilità di scrivere.
Forse è proprio questo che significa costruire la propria identità.
Non inventarsi dal nulla, non rifiutare necessariamente ciò che abbiamo ricevuto, ma imparare a distinguere ciò che sentiamo veramente nostro da ciò che abbiamo semplicemente ereditato.
E poi scegliere.
Sapendo che ogni scelta chiuderà delle possibilità, che qualche volta soffriremo e che potremo persino sbagliare, ma sapendo anche che senza quelle scelte la nostra vita rimarrebbe soltanto una possibilità.
Quando ho terminato I Buddenbrook, la domanda che mi è rimasta non è stata quindi se Tony avesse fatto la scelta giusta. Non credo che sia questa la domanda che interessa veramente Thomas Mann.
La domanda che mi è rimasta è molto più vicina a me: quanto della persona che sono oggi deriva dalla storia che ho ricevuto e quanto dalle scelte con cui ho deciso di continuarla?
Non so se esista una risposta definitiva. Probabilmente no, ma forse non è necessario trovarla.
Forse è sufficiente, ogni tanto, riaprire idealmente il nostro diario, guardare le pagine già scritte e chiederci se quelle che stiamo scrivendo oggi ci assomigliano ancora.
Il passato non possiamo più modificarlo.
Ma finché rimangono pagine bianche, la nostra storia non è ancora finita.
Bernardo De Martino



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