22 febbraio 2026

“La necessità del segno”. Simona Carbone (Blacksy)

Nel lavoro di Blacksy l’arte non è mai semplice rappresentazione, ma un processo di interrogazione profonda sull’esistenza. Non si limita a mostrare, ma attraversa; non descrive, ma interroga. La sua ricerca si muove lungo un territorio sospeso tra intimità e universalità, dove l’esperienza individuale si trasforma in linguaggio condiviso e la materia si carica di significati simbolici, diventando corpo sensibile del pensiero.

Ogni opera si presenta come una soglia: uno spazio di passaggio tra il visibile e l’invisibile, tra ciò che appare e ciò che vibra sotto la superficie. È in questa zona liminale che si colloca la sua poetica, in una tensione costante tra interiorità e mondo, tra memoria personale e condizione collettiva.

L’artista costruisce un vocabolario visivo che nasce dall’osservazione del vivere contemporaneo e dalle sue tensioni più profonde: identità, memoria, scelta, trasformazione. La sua pratica non segue una direzione lineare, ma procede per stratificazioni e sedimentazioni successive. Ogni opera custodisce il tempo del suo farsi, come se il pensiero si depositasse sulla superficie attraverso il gesto.

Elemento centrale della ricerca di Blacksy è il rapporto tra materia e segno. I materiali non sono mai neutri: trattengono memoria, assorbono energia, restituiscono resistenza. Il segno emerge come atto necessario, quasi rituale. Non è decorazione, ma vibrazione.

In questo senso, la sua ricerca dialoga in modo esplicito con la riflessione teorica di Wassily Kandinsky, che nel suo celebre Lo spirituale nell’arte affermava che ogni forma autentica nasce da una “necessità interiore”. Per Kandinsky il segno non doveva rappresentare il mondo esterno, ma rendere visibile una realtà interiore, spirituale, invisibile agli occhi ma percepibile attraverso la vibrazione della forma e del colore.

Anche nel lavoro di Blacksy il gesto non è mai arbitrario: nasce da un’urgenza profonda, da una tensione che precede la composizione. Il segno è risonanza, è eco di un movimento interiore che trova nella materia il proprio spazio di manifestazione. La superficie diventa così luogo di trasmissione di energia, campo vibrante in cui l’immagine non descrive ma evoca.

La materia viene attraversata, incisa, trasformata. Diventa terreno di confronto tra controllo e abbandono, tra progettualità e istinto. In questo equilibrio fragile — mai definitivamente risolto — risiede la forza del suo linguaggio. L’artista rifiuta l’estetica fine a sé stessa per abbracciare una dimensione più essenziale, in cui ogni intervento è carico di senso e ogni traccia testimonia un passaggio.

Ricorrente nella sua ricerca è il concetto di direzione, intesa non come traiettoria fisica ma come orientamento esistenziale. Le linee e le tensioni compositive suggeriscono un movimento continuo, un andare che non conosce una meta definitiva. La direzione diventa metafora della condizione umana: un percorso fatto di scelte, deviazioni, ritorni e slanci improvvisi.

Non esiste una risposta univoca nelle opere di Blacksy, ma una pluralità di possibilità interpretative che riflettono la complessità dell’essere. L’opera non impone un significato, ma invita lo spettatore a sostare, a interrogarsi, a trovare la propria direzione all’interno dello spazio visivo.

La sua visione dell’identità è dinamica, mai definitiva. L’essere umano viene osservato nella sua dimensione fragile e mutevole, in continuo dialogo con il tempo e con l’esperienza. La memoria non è nostalgia, ma materia viva che riaffiora attraverso il segno, diventando parte integrante della costruzione visiva. In questa prospettiva, l’opera si configura come un archivio emotivo. Ogni elemento racconta un passaggio, una trasformazione, un frammento di vita che si traduce in forma. L’arte diventa così strumento di consapevolezza: rende visibile ciò che spesso resta inesprimibile.

Fondamentale è il ruolo attribuito allo spettatore. L’opera non è un oggetto chiuso, ma uno spazio aperto alla relazione. Il significato nasce dall’incontro tra il lavoro e lo sguardo di chi lo attraversa. La fruizione diventa esperienza partecipativa, momento di risonanza condivisa.

Nel panorama dell’arte contemporanea, la ricerca di Blacksy si colloca in una linea che riconosce al gesto artistico una funzione conoscitiva e spirituale. Come in Kandinsky, l’arte non è imitazione del reale ma manifestazione di un principio interiore. È tensione verso l’invisibile. La ricerca artistica di Blacksy si configura così come un viaggio continuo nell’essenza dell’essere. Attraverso materia, segno e simbolo, l’artista costruisce un percorso che invita alla riflessione e alla consapevolezza. Un’arte che non offre risposte definitive, ma pone domande necessarie — lasciando che ogni direzione resti aperta, come la vita stessa.

Maria Di Stasio

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