Già erano scomparse l'incredulità e la vergogna dei primi tempi, quando ogni fibra è persuasa ancora d'essere immortale e si rifiuta di disimpararlo. Ma sopravviveva il rancore, anche se sotto la specie di una loquace pietà di me stesso. Un re forestiero m'era venuto ad abitare sotto le costole, un innominabile minotauro, a cui dovevo giorno per giorno in tributo una libbra della mia vita. E inutilmente il cuore, il quale possiede non meno che la vista, un suo prezioso potere d'accomodo, s'affannava a ripetermi ch'ero stato io a sceglierlo, quel male, per pulire superbamente col mio sangue il sangue che sporcava le cose, e guarire, immolandomi in cambio di tutti, il disordine del mondo. Non serviva. Non serve mai, solo al fine di consolarsene, nobilitare un destino che ci è giocoforza patire.
Queste parole fanno parte dell'opera prima di Gesualdo Bufalino (1920-1996), Diceria dell'Untore, vincitore del premio Campiello del 1981, un testo che ci perviene nella sua elaborazione finale, frutto com'è stato dei continui maneggiamenti e rivisitazioni quasi ossessive da parte dell'autore. Questo perché Bufalino cercava sempre, laddove già aveva scritto, un nuovo modo di intendere quel concetto o quell'idea o quella metafora, e questo tramite la mediazione della parola, la singola parola; una parola che trova poi il suo spazio nell'intersecazione con un altro numero di parole che sono state calibrate dall'autore in una giustapposizione.




