Era il 22 giugno del 2020 quando l’agente di polizia Derek Chauvin uccideva soffocando con un ginocchio sul collo George Floyd, un uomo afroamericano il quale era sospettato di possedere una banconota falsa da 20 dollari.
Il 12 aprile del 2015, a ventiquattro anni, Freddie Gray, fermato mentre circolava con la sua bicicletta, venne assassinato dalla polizia dopo essere entrato in coma, morendo per un trauma alla spina dorsale.
Il 9 agosto 2014, la polizia di St. Louis sparò e uccise il diciottenne Michael Brown, sospettato di una rapina.
Il 26 febbraio del 2012, George Zimmerman, un vigilantes improvvisato, sparò ed uccise il diciassettenne Trayvon Martin, il quale era colpevole di camminare nel quartiere sbagliato.
La lista di afroamericani assassinati dalla polizia americana potrebbe essere ancora molto lunga e da molti di questi episodi di brutale violenza sono spesso sorti numerosi movimenti di protesta che hanno animato gli Stati Uniti.
Il caso di George Floyd ha riacceso animi di rivolta in milioni di persone in tutta l’America, ma queste proteste, spesso violentemente represse dalle forze dell’ordine, non sono riuscite a portare ad un sostanziale cambiamento della situazione.
Il razzismo negli Stati Uniti non è infatti un semplice fenomeno che si può liquidare in poche righe, ma un vero e proprio pilastro della società e della cultura americana, con cui risulta sempre più necessario dover fare i conti, soprattutto a pochi mesi dalle nuove elezioni presidenziali.
La marcata differenza che ancora oggi si respira fra bianchi e neri nelle grandi città americane è il retaggio di un’intera storia di un Paese che ha costruito parte delle sue fondamenta sulla violenza dello sfruttatore sullo sfruttato, sulla paura della mescolanza, sulla separazione del diverso e sulla segregazione del nero.



