Richiami intertestuali, bizzarria e pretese di credibilità: un carosello vertiginoso che rivela l’inquietante disordine del mondo
Richiami intertestuali, bizzarria e pretese di credibilità: un carosello vertiginoso che rivela l’inquietante disordine del mondo
I Demoni, pubblicato nel 1872, rappresenta una delle opere più complesse di Dostoevskij, affrontando temi di rivoluzione, nichilismo, ideologia e corruzione morale. Il romanzo racconta di un gruppo di giovani radicali che cercano di scuotere l’ordine sociale attraverso manipolazione, violenza e progetti rivoluzionari, spesso guidati da motivazioni egoistiche o ideologiche.
Tra il 1973 e il 1975 Pasolini collabora in maniera sistematica con il «Corriere della Sera». Una parte di quegli articoli, parzialmente rivisti dall’autore, confluirà nel 1975 in Scritti corsari, insieme a testi apparsi su altre riviste e a materiale inedito; un secondo gruppo verrà pubblicato postumo nel 1976 in Lettere luterane. Ho riletto di recente la prima raccolta: ci ho ritrovato ciò che mi aveva colpito quando avevo poco più di vent’anni e, allo stesso tempo, qualcosa di diverso, adesso che di anni ne ho più di trenta.
Torino, 1927
Un uomo dallo sguardo smarrito vaga per i corridoi del manicomio di Collegno. La folta barba e i lunghi buffi a manubrio fanno da contorno ad un volto corrucciato. Mille pensieri si fanno strada tra le oscure stanze del castello della mente. Un gesto o anche solo una voce, può essere quella madelaine che, di colpo, come una lanterna, farà luce in quegli oscuri corridoi. L’unico ricordo chiaro è quello della sua cattura, avvenuto l’anno prima. Chi lo conosce?, riporta in grassetto “La Domenica del Corriere”. La sua memoria è come uno specchio ormai rotto, i cui frammenti restituiscono solo parti di quell’identità così nebulosa. L’oblio in cui vagava sembrava una parete ulteriore, invisibile rispetto alle quattro mura del manicomio.
Dalla Russia di fine ‘800 emerge un’opera tanto arcana quanto moderna, misteriosa nella sua potenza narrativa immaterica e, allo stesso tempo, di un pragmatismo tutto moscovita. L’autore, Vladimir Sergeevič Solov'ëv, filosofo, teologo, critico letterario e poeta, ci pone davanti a una visione-racconto su come, quando e con quali connotazioni emergerà l’ultimo Nemico dell’Uomo. Egli, osannato dalle masse, verrà accolto come Salvatore dell’intera umanità. Una Collettività ignara di aver ceduto al sommo inganno della ragione, accecata da un mare di buon senso dove però risiede un vuoto senza ritorno.
Il 12 dicembre 1969 Piazza Fontana è affollata, e all’interno della Banca dell’Agricoltura le persone si affannano a sbrigare i propri affari. Nessuno sa che da lì a poco accadrà un evento che cambierà per sempre il corso della storia italiana per i trent’anni a venire. Infatti, alle 16:37 un enorme boato squarcia la tranquillità del capoluogo meneghino. Una bomba esplode, uccide 17 persone e causa 88 feriti: è l’inizio della strategia della tensione. Un nome che vuol dire tutto e niente. In che senso strategia? E perché tensione? Chi ha provocato quel terribile attentato? E per quale ragione?
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| © Ph. Wilfried Krüger | Pina Bausch |
Il mondo dell’arte ormai da tempo ci ha abituati a delle manifestazioni molto interessanti, ibride, che si potrebbero definire “osmotiche”, in cui le sue varie forme sono caratterizzate da un passaggio di elementi che ne cambiano i connotati originari. Così il teatro si mescola con il cinema, la pittura con la fotografia, la musica con la letteratura. E il pubblico assiste mostrando reazioni completamente diverse, a volte una promettente curiosità, altre completa perplessità, ma, nella maggior parte dei casi, questi esperimenti artistici non passano inosservati e non restano in ombra, ma diventano, anzi, oggetto di studi e approfondimenti. Uno degli esempi meglio riusciti e più importanti di “osmosi artistiche” nella storia della cultura recente è quello del Tanztheater della danzatrice e coreografa Pina Bausch.
Vi siete mai chiesti che odore abbia la morte per un ragazzo di quattordici anni? Vi siete mai chiesti che colori abbia la morte per un ragazzo di quattordici anni? Erano anni che non mi struggevo così per il finale di un romanzo… Eppure, stanotte, mentre il paesello era immerso nella quiete del sonno, mentre un lampione proiettava una fioca luce gialla disegnando sagome note sui mattoncini sconnessi di un vicolo popolare, ho chiuso il libro dopo averne succhiato con ingordigia le ultime pagine. Avevo gli occhi bagnati e sono rimasta in silenzio, pensando – come sempre mi accade – a quella meravigliosa penna che nel 1975 ha dato vita a La vita davanti a sé.
Ci sono capolavori che di primo acchito non sembrano superare la prova del tempo, circoscritti come sono dentro un certo periodo storico o una tematica specifica. Invece, in una maniera meno immediata, riescono comunque ad arrivare al cuore delle problematiche contemporanee. Madame Bovary è uno di questi.
Nella letteratura e nella musica, pochi simboli risultano tanto potenti quanto quello della “scimmia sulla spalla”, figura sfuggente, vischiosa, ineluttabile. È un’immagine che non si limita a rappresentare la dipendenza come condizione fisica, ma la trasfigura in stato dell’anima. In Junkie (in italiano La scimmia sulla schiena), William S. Burroughs ne fa il fulcro narrativo del suo memoir brutale e lucido sulla tossicodipendenza. Decenni dopo, in un’Italia molto diversa dall’America marginale degli anni Cinquanta, Eugenio Finardi ne raccoglie l’eco nella sua canzone La scimmia, usandola per raccontare la stessa lotta interiore, con la rabbia poetica di chi ha conosciuto il demone dell’eroina, ma ha anche intravisto una via di riscatto. Due linguaggi, due culture, un unico nodo oscuro: la scimmia sulla spalla.
Nel 1930, dalla penna di Agatha Christie, nasce Miss Marple, la prima donna detective, non coniugata, che assurge al ruolo di protagonista di un testo letterario di genere investigativo. Ma facciamo un passo indietro, prima di Miss Marple la zitella ha un ruolo marginale e molto caratterizzato che si esemplifica in due macro categorie: la zitella tirchia, impicciona, anaffettiva e la zitella ingenua smaniosa di trovare marito.
Teatro, arte antica che abbraccia popoli di tutto il mondo, è racconto di vite, di anime, di possibilità. È corpo che si muove e voce che si innalza a pochi passi dal pubblico che si riconosce, applaude, riflette. Nel tempo, il teatro, nonostante l’arrivo delle arti tecnologiche, è ancora qui e, nella sua purezza, resta ancora in vita come una certezza, ovvero quella per la quale gli esseri umani hanno bisogno di essere raccontati. Fra i vari artisti che per anni hanno calcato palcoscenici di tutta Italia, facendo conoscere e rendendo ancor più grande l’arte teatrale, vi è Dario Fo.
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I filosofi cristiani appartengono alla peggiore categoria dei pensatori: quelli che hanno troppe certezze. Nel caso dei cristiani però tutte le convinzioni si riducono a una, sovrabbondante e irremovibile: Dio c’è. Con questo presupposto qualsiasi problema filosofico perde la sua insormontabilità e, in fin dei conti, diventa quasi una questione di lana caprina, almeno agli occhi dell’uomo contemporaneo. Infatti, cosa importa del dogma della Trinità o della natura di Cristo? Chi si spinge a voler dimostrare in modo razionale l’esistenza di Dio?
Una spirale può essere in espansione o al contrario rappresentare un “moto” di contrazione come accade con l’entropia. Nella termodinamica dei cosiddetti “sistemi chiusi” e isolati essa costituisce il passaggio da una quantità maggiore di energia a disposizione a uno stato di omogeneità statica nel quale non sono più possibili dei cambiamenti. È un evento che riguarderebbe anche l’ambito socio-artistico come mostreremo attraverso quattro fasi che si sarebbero sviluppate storicamente in successione. Ciò che prospettiamo presenta un modo diverso secondo il quale interpretare gli sviluppi dell’arte nel tempo e che potrebbe essere una traccia per superare il vuoto che la caratterizza ora al fine di giungere a una renovatio.
Ci sono storie destinate a perdersi nei vicoli bui della memoria e del tempo… Ed altre… che incedono sicure, con sfrontatezza lungo i confini della bellezza, non inciampano, non indugiano, ti entrano nell’anima e irretiscono il cuore, mentre brividi di emozioni scorrono nelle vene, mentre fuori il mondo corre e non aspetta più nessuno… specialmente le emozioni. L’ho ripreso in mano per l’ennesima volta, non tanto per leggerne la trama, ma per mortificare, per l’ennesima volta, la mia scrittura, che mi appare rozza, troppo artefatta, un po’ “di maniera”, al confronto con la scaltrezza linguistica e l’energica sintassi di uno dei miei scrittori preferiti: lui è Franz Kafka e la sua storia è una storia di celeberrimo cambiamento, a tratti ripugnante, poco attraente per occhi poco sensibili, Metamorfosi.
E mentre qualcuno di voi, magari, sta già pensando di acquistarlo… rileggo e… No, non è questa la mia recensione-analisi del libro: troppo semplice, troppo sbrigativa, troppo approssimativa…