Droga, guerra psicologica e archivi incompleti: quando la storia italiana diventa una domanda.
La tecnica della stampa fu inventata nella seconda metà del Quattrocento a Magonza. Danke, Herr Gutenberg! Ne conseguì che la meccanizzazione della produzione di testi scritti (non solo libri) rese molto più rapida la diffusione del sapere. Poteva mai la Chiesa, specie in quel periodo denso di oscurantismo, starsene a guardare? Certo che no. Il Vaticano decise di elaborare al più presto nuove forme di controllo. Detto, fatto: nel 1559 papa Paolo IV, non a caso passato alla storia come il Papa Inquisitore, poco prima di morire il 18 agosto, come ultima e decisiva volontà firmò il famigerato Index librorum prohibitorum, da allora in poi aggiornato periodicamente (si contano una ventina di aggiornamenti ufficiali) fino al Novecento, quando la Congregazione per la dottrina della fede decise di sopprimerlo definitivamente il 4 febbraio del 1966. Tecnicamente l'Index fu abrogato nel contesto delle riforme introdotte dal Concilio Vaticano II, sotto papa Paolo VI.
Torino, 1927
Un uomo dallo sguardo smarrito vaga per i corridoi del manicomio di Collegno. La folta barba e i lunghi buffi a manubrio fanno da contorno ad un volto corrucciato. Mille pensieri si fanno strada tra le oscure stanze del castello della mente. Un gesto o anche solo una voce, può essere quella madelaine che, di colpo, come una lanterna, farà luce in quegli oscuri corridoi. L’unico ricordo chiaro è quello della sua cattura, avvenuto l’anno prima. Chi lo conosce?, riporta in grassetto “La Domenica del Corriere”. La sua memoria è come uno specchio ormai rotto, i cui frammenti restituiscono solo parti di quell’identità così nebulosa. L’oblio in cui vagava sembrava una parete ulteriore, invisibile rispetto alle quattro mura del manicomio.
Il 12 dicembre 1969 Piazza Fontana è affollata, e all’interno della Banca dell’Agricoltura le persone si affannano a sbrigare i propri affari. Nessuno sa che da lì a poco accadrà un evento che cambierà per sempre il corso della storia italiana per i trent’anni a venire. Infatti, alle 16:37 un enorme boato squarcia la tranquillità del capoluogo meneghino. Una bomba esplode, uccide 17 persone e causa 88 feriti: è l’inizio della strategia della tensione. Un nome che vuol dire tutto e niente. In che senso strategia? E perché tensione? Chi ha provocato quel terribile attentato? E per quale ragione?
Quando sentiamo parlare di Olimpiadi ci vengono subito in mente la competizione, l’agonismo sportivo, le gare di nuoto o di atletica e i cinque cerchi. Tra 1912 e 1948 però le Olimpiadi hanno allargato il loro orizzonte e al fianco dell’aspetto sportivo si aggiunse quello culturale, incarnato nei concorsi artistici, ultima tappa del progetto di rinascita dei Giochi Olimpici moderni voluto da chi più di tutti si era battuto per il loro ritorno in auge: il barone Pierre de Coubertin.
Quando ho studiato latino all’università, ho trovato comodo il fatto che molte delle parole di quella lingua assomigliassero alla lingua che parlavo io, l’italiano. Una grande fortuna o, meglio, una fortunata parentela linguistica. Tutti infatti sappiamo che l’italiano “viene” dal latino; ma in che senso? In che modo questa lingua parlata secoli fa ha dato vita a quello che per noi oggi è il nostro modo naturale di esprimerci? Proviamo a capirlo.
Chi era la madre di Leonardo da Vinci e quale è stata la sua storia? Era italiana oppure proveniva da luoghi lontani? Quali erano i suoi pregi e le sue qualità che Leonardo può aver ereditato? A tutte queste domande ha provato a rispondere lo studioso della civiltà del Rinascimento e della figura di Leonardo da Vinci Carlo Vecce, nel suo romanzo Il sorriso di Caterina. La madre di Leonardo, edito da Giunti nel 2023. Non si tratta di un saggio o di un testo per specialisti, bensì di una narrazione che coniuga elementi di fantasia e basi storiche sugli eventi che hanno riguardato Caterina e che l’autore stesso ha avuto modo di conoscere e studiare durante le sue ricerche tra archivi e biblioteche. Il risultato finale è un romanzo storico in cui le vicende storiche, pur non tutte sicure, della madre di Leonardo fanno da sfondo a quello che forse è l’elemento portante dell’intera opera e che emerge con sempre maggiore forza durante la lettura: l’esempio di vita che Caterina stessa ha trasmesso.
La costruzione dell’identità americana ha profonde connessioni con le retoriche di deumanizzazione nei confronti di alcune identità subalterne e principalmente non bianche, ragion per cui ancora oggi vengono messe in atto discriminazioni circa quali identità possano essere considerate americane e quali no. Partendo da una breve considerazione riguardo i padri fondatori degli Stati Uniti d’America e la nascita del discorso attorno al cosiddetto american dream, mi focalizzerò su come viene dipinta l’identità nel romanzo No-No Boy di John Okada, con particolare riferimento alla minoranza asiatica nota anche come model minority.
A volte la storia bussa alle porte e sembra chiederci di essere ascoltata, meditata, rivisitata in quanto occasione di crescita e volano per il futuro. É quello che mi sento di fare io oggi, in un tempo che ha accolto simbolicamente e politicamente, a distanza di pochi mesi, la sfida di una leadership femminile che guida sia il governo che l’opposizione. In nome di questa sfida, cui afferiscono tensioni e istanze di rinnovamento, pur nell’appartenenza a schieramenti diversi, nella consapevolezza che le grandi battaglie a favore della civiltà debbano compiersi in nome di ideali non divisivi di giustizia e libertà, mi sento di riproporre le parole di una grande giurista e femminista non allineata, Tina Lagostena Bassi, che lottò sempre a fianco alle donne per creare i presupposti di una società più giusta e più civile.
Perché il Nazismo scelse proprio questa comunità come vittima del proprio atroce operato, e perché non si sarebbero fermati lì.
Il turista che visita Arborea non può fare a meno di notare la sua architettura urbana. Alla strada principale che attraversa il centro abitato confluiscono, da Est e Ovest, tante vie rurali identiche e simmetriche, come se fossero state tracciate da un righello. Non hanno nome, e sono numerate (dalla strada 0 alla 30): sono anche la disperazione degli autisti, che si perdono in esse di continuo (non importa che conoscano o meno la zona: a tutti è capitato almeno una volta di prendere la 22 credendo di essere nella 24).