19 febbraio 2026

Dai roghi alla censura: storia di un lungo medioevo

La tecnica della stampa fu inventata nella seconda metà del Quattrocento a Magonza. Danke, Herr Gutenberg! Ne conseguì che la meccanizzazione della produzione di testi scritti (non solo libri) rese molto più rapida la diffusione del sapere. Poteva mai la Chiesa, specie in quel periodo denso di oscurantismo, starsene a guardare? Certo che no. Il Vaticano decise di elaborare al più presto nuove forme di controllo. Detto, fatto: nel 1559 papa Paolo IV, non a caso passato alla storia come il Papa Inquisitore, poco prima di morire il 18 agosto, come ultima e decisiva volontà firmò il famigerato Index librorum prohibitorum, da allora in poi aggiornato periodicamente (si contano una ventina di aggiornamenti ufficiali) fino al Novecento, quando la Congregazione per la dottrina della fede decise di sopprimerlo definitivamente il 4 febbraio del 1966. Tecnicamente l'Index fu abrogato nel contesto delle riforme introdotte dal Concilio Vaticano II, sotto papa Paolo VI.

L'Index era un elenco ufficiale in cui finivano tutti quei libri che la santa chiesa cattolica, romana e apostolica riteneva contrari alla fede e alla morale. A selezionare quali fossero i libri proibiti ci pensava la Congregazione dell’indice, istituita nel 1571 da Papa Pio V, poi nei secoli sostituita dalla Congregazione del Sant’Uffizio. Oggi la documentazione integrale è conservata presso l'Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede ma si ferma ai testi del 1958, consultabili solo dagli studiosi e su specifica motivata richiesta.


Ma quali erano i libri banditi, e quali gli autori scomunicati?
La prima versione dell'Index conteneva moltissimi titoli, oggi celeberrimi, come il Decameron di Boccaccio, tutte le opere di Machiavelli, il De Monarchia di Alighieri e perfino l'Orlando Furioso di Ariosto. Col passare degli anni la Chiesa introdusse l'astuto (e più diplomatico) principio della expurgatio: piuttosto che proibire integralmente la pubblicazione di un testo, se ne concedeva la diffusione solo dopo averne depennato le parti considerate "problematiche". Ma un simile ammorbidimento non fu sufficiente a frenare la vis oscurandi del Papato: col passare del tempo all’Indice furono aggiunti molti altri titoli di autori eccelsi come Kant, Cartesio, Giordano Bruno, Galileo, Foscolo, Voltaire, Spinoza, Rousseau, Hobbes, Gabriele D’Annunzio, Simone de Beauvoir, Emile Zola. Per fortuna, o meglio per mero raziocinio, dal 1966 l’Index non è più considerato una legge ecclesiastica e ha quindi ha perso ogni valore giuridico.

Ma ancor prima della formalizzazione della censura voluta dalla Chiesa nel 1559, innumerevoli furono nei secoli le ostilità aperte del potere spirituale contro la Cultura, fin dal primo Concilio di Nicea del 325 D.C., passando da Innocenzo III a Leone X, fino alle continue e reiterate manovre messe in campo lungo tutto il Medioevo. Tra queste, il rogo materiale dei libri era una forma immediata di controllo delle coscienze, spesso utilizzata per distruggere testi considerati eretici, immorali o pericolosi, specialmente in concomitanza di contestazioni aperte tra i potenti di turno che misuravano la rispettiva potenza contando uomini ed eliminando intellettuali. Fenomeno per nulla raro, a quei tempi.

Pensiamo ad esempio al rogo di Parigi dell'estate del 1242: uno dei più grandi ed emblematici roghi medievali che la Storia ricordi, ma accaduto almeno due secoli prima della divulgazione della stampa! Era il 1240 quando, nell'antica Lutetia da poco ridenominata Parigi, l'ebreo convertito Nicholas Donin denunciò il Talmud in pubblica controversia. Avallando quella trovata, il re Luigi IX (sovrano poi divenuto San Luigi, condotto al trono da Giovanna D'Arco) ordinò la confisca e la distruzione di tutti i Talmud allora in circolazione. Le cronache riportano che il 17 giugno 1242 furono bruciati 24 carri pieni di manoscritti ebraici. Un'incalcolabile perdita bibliografica e culturale. Si trattava comunque di una pratica già diffusa: bruciare il Talmud era diffuso non solo in Francia ma anche nella cattolicissima Spagna degli "illuminati" sovrani Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia, specialmente verso la fine del Medioevo, quando le inchieste della Santa Inquisizione portarono alla distruzione di migliaia di volumi a ritmi sempre più sostenuti.

E i cosiddetti falò delle vanità (così alcuni amavano chiamarli) puntavano proprio a epurare la cultura, includendo nei roghi non solo i testi ebraici ma anche i grandi classici discordanti con la politica allora dominante, o le opere di autori palesemente avversi al regime di turno. Tra i più famigerati falò delle vanità si ricorda quello organizzato dal frate domenicano Girolamo Savonarola a Firenze il 7 febbraio 1497 (un martedì grasso) in Piazza della Signoria. Fu una spettacolare distruzione in pubblica piazza non solo di libri ma di beni considerati peccaminosi: furono bruciati specchi, cosmetici, abiti di lusso, strumenti musicali, libri e dipinti considerati "immorali", compresi alcuni creati da Sandro Botticelli.

E celebre per la sua spettacolarità fu anche il rogo di Roma del 9 settembre 1553 in Campo de' Fiori.  Era la festa di Rosh Hashanah, il capodanno ebraico, e il cardinale Carafa (futuro Papa Paolo IV) con l'approvazione di papa Giulio III ordinò di bruciare migliaia di copie sia del Talmud che di altri libri ebraici, tutti confiscati in varie città della penisola italica.

Ancora, durante la Guerra dei Trent'anni che abbracciò i decenni tra il 1618 e il 1648, la sistematica distruzione di libri e biblioteche fu una delle devastanti conseguenze legate al conflitto religioso e politico che piegò l'Europa centrale. In quegli anni bui e cruenti la pratica di bruciare testi fu molto diffusa e contestuale soprattutto al saccheggio delle città, sotto il pretesto considerato "sacro" di voler cancellare l'eresia confessionale.

Facendo un grande salto in avanti nei secoli, nell’Italia di Mussolini la censura si concentrò tra il 1938 e il 1942: fu stilata una lista di autori e libri "sgraditi" al regime, e fu sancita in termini tecnicamente legali. Infatti, il primo intervento legislativo fascista che riguardò la censura dei libri fu il Testo unico di Pubblica sicurezza del 6 novembre 1926. Questo stabiliva che la polizia potesse intervenire su tutte quelle pubblicazioni che fossero ritenute "contrarie agli ordinamenti politici, sociali o economici dello Stato", o anche solo "lesive del prestigio dello Stato o dell’autorità", oppure "offensive del sentimento nazionale".

Tra le conseguenze più assurde di questa censura va ricordata quella perpetrata a danno della Biblioteca Universitaria di Bologna: qui, in ottemperanza a una specifica circolare del 23 settembre 1942 firmata da Giuseppe Bottai (prima a capo del ministero delle corporazioni e poi ministro dell'educazione nazionale), i libri sottoposti a censura furono marchiati col timbro "Lib. Sg.", cioè libro sgradito.

Nella Germania del Terzo Reich tutto ciò che potesse riguardare la censura fu gestito da Goebbels, ministro della Propaganda, in modo tanto spietato quanto efficiente. Fu lui infatti a organizzare molti roghi di libri scritti da autori che erano considerati come rappresentanti dello “spirito non tedesco”, quindi di una “cultura degenerata”: ebrei, comunisti, socialisti, artisti delle avanguardie, sostenitori della Repubblica di Weimar, critici della morale e della religione, pacifisti, giornalisti oppositori e satirici.

Il più grande di questi roghi avvenne il 10 maggio 1933 nella piazza del Teatro dell’Opera di Berlino: in una sola notte i membri dell’Associazione degli studenti tedeschi bruciarono 25.000 volumi. Si trattava dei libri contenuti nelle liste nere compilate dal bibliotecario Wolfgang Herrmann, liste con le quali i nazisti saccheggiavano librerie private e biblioteche pubbliche e accademiche, per poi inscenare queste teatrali spettacolarizzazioni.
Tra le opere date alle fiamme ci furono quelle dei ben noti socialisti Bertolt Brecht e August Bebel, del padre del comunismo, Karl Marx, e perfino di Ernest Hemingway, ritenuto apportatore di "influenze corruttrici straniere”. Altri scrittori americani inclusi nella lista nera furono gli americani Jack London, Theodore Dreiser e Helen Keller. Bruciate finirono anche le opere di Thomas Mann, Premio Nobel per la letteratura nel 1929 che, avendo sostenuto la Repubblica di Weimar e ostacolato il fascismo, aveva pure urticato i nazisti. Bruciarono pure i lavori di Enrich Maria-Remarque, autore di Niente di nuovo sul fronte occidentale, opera definita dai Nazisti come “il tradimento letterario dei soldati tedeschi durante la Prima Guerra Mondiale”. Lanciati nel fuoco anche gli scritti di Erich Kästner, Heinrich Mann e Ernst Gläser, accusati da Goebbels di essere stati tra i primi rappresentanti della letteratura tedesca a fomentare le critiche al regime nazista. E furono bruciate anche le poesie dell'ebreo Heinrich Heine, fino a poco prima molto amato in Germania. Era stato lui, nel 1820, a scrivere: “Là dove si bruciano i libri, prima o poi si bruceranno anche gli esseri umani”. Profetico, o solo profondamente saggio?

Ad un'attenta analisi non sfugge, con tristezza, che nel tempo davvero molte sono state le opere letterarie processate, ed è molto difficile, oggi, capirne il motivo. Madame Bovary di Gustave Flaubert, edito nel 1856, fu accusato di immoralità e oscenità per alcuni passaggi  definiti "scandalosi". L'Ulisse di Joyce fu trascinato in vari processi per pornografia.
Perfino Il mago di Oz fu censurato perché le donne avevano troppo potere nella storia. Lolita pure, perché in esso si trattava di sessualità in modo troppo esplicito. E censurato fu pure Fahrenheit 451 proprio perché, per assurdo, sostiene l’importanza dei libri.
Tra i libri più censurati della storia non può dimenticarsi Il Manifesto Comunista di Marx e Engles: in Turchia fu addirittura vietato dal 1848 fino al 2013. In pratica, ai turchi per quasi 170 anni è stato proibito avvicinarsi al fondamento della dottrina comunista.
Ancora oggi alcuni libri sono sottoposti a censura: American Psycho di Bret Easton Ellis non può essere letto in Australia; Il Codice Da Vinci di Dan Brown è vietato in Libano; I versi satanici di Salaman Rushdie, che procurano perfino la scomunica musulmana (takfīr) all'autore, sono tuttora banditi in India, Bangladesh, Sudan, Sud Africa, Kenya, Kuwait e un'altra dozzina di Paesi.

In Cina, Kenya, Cuba ed Emirati Arabi è proibita la circolazione de La Fattoria degli animali di George Orwell. L'ingresso di Harry Potter fu proibito in alcune parti degli Stati Uniti fin dalla sua prima edizione perché si riteneva che potesse avvicinare i lettori all’esoterismo o spingere i giovani verso la stregoneria o il satanismo.
Anche Il buio oltre la siepe fu a lungo censurato. E pensare che fu proprio Harper Lee a scrivere, in quelle pagine, "Fino al giorno in cui mi minacciarono di non lasciarmi più leggere, non seppi di amare la lettura: si ama, forse, il proprio respiro?”.

In chiusura di questa non troppo amena passeggiata nella storia dell’opposizione dei regimi alla diffusione della cultura, e per completezza di trattazione, non si può dimenticare che nel 2022 l’American Library Association ha documentato (soltanto negli Stati Uniti) ben 1.269 richieste di censura di libri. Si tratta del numero più alto mai registrato da quando l’organizzazione ha iniziato a raccogliere dati, cioè venti anni fa. 

Se la libertà di stampa significa qualcosa,
significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.
George Orwell

Lucia Abbatantuono

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