Richiami intertestuali, bizzarria e pretese di credibilità: un carosello vertiginoso che rivela l’inquietante disordine del mondo
Il primo punto di riferimento letterario è l’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo; la storia raccontata da Ariosto è il seguito di questo celeberrimo poema cavalleresco del Quattrocento. Un altro grande capolavoro al quale ammicca il Furioso è il poema burlesco Morgante, lo spirito dissacrante di Luigi Pulci lo si vede nella descrizione esagerata della follia del paladino di Carlo Magno che compie gesta straordinarie ma in contesti grotteschi.
Gli agricultori, accorti agli altru’ esempli,
lascian nei campi aratri e marre e falci:
chi monta su le case e chi sui templi
(poi che non son sicuri olmi né salci),
onde l’orrenda furia si contempli,
ch’a pugni, ad urti, a morsi, a graffi, a calci,
cavalli e buoi rompe, fracassa e strugge;
e ben è corridor chi da lui fugge.(XXIV, 7)
Andando a ritroso nel tempo, Ludovico Ariosto si confronta con due grandi autori del Trecento: Giovanni Boccaccio e Francesco Petrarca.
Petrarca con il Canzoniere costruisce la cronaca di un amore vissuto come tormento psicologico; tale concezione la si ritrova con Orlando e Angelica, Ruggiero e Bradamante, Zerbino e Isabella, Rodomonte e Doralice, Grifone e Origille e tante altre coppie che animano il Furioso. In poche parole sia Ariosto che Petrarca condividono una medesima visione inquieta dell’eros.
Soggiunse a queste altre parole molte,piene d’amor, di fede e di conforto,da ritornarlo in vita mille volte,se stato mille volte fosse morto.Ma quando più de la tempesta toltequeste speranze esser credeano in porto,da un nuovo turbo impetuoso e scurorispinte in mar, lungi da lito furo(XLIV, 67)
Facendo sempre riferimento alla conturbante passione amorosa, Ariosto si confronta anche con il mondo dei classici, soprattutto con i versi del latino Ovidio. Al di là di alcune espressioni, l’autore del Furioso ripropone situazioni ovidiane, come ad esempio l’abbandono di Olimpia da parte di Bireno che ricorda quello di Arianna da parte di Teseo nelle Heroides.
Sempre dalla cultura greca e latina, Ariosto attinge al repertorio dell’Odissea (soprattutto nei tentativi di Norandino nel recuperare l’amata Lucina dall’orco, così simili a quelli attuati da Odisseo per scappare dalla spelonca di Polifemo) e dell’Eneide (inevitabile in quanto il Furioso è un poema encomiastico che descrive fantasticamente la nascita degli Estensi).
Inevitabile è anche il confronto con Dante Alighieri, lo si nota nel viaggio di Astolfo sulla Luna, che ricorda quello del poeta fiorentino verso il Paradiso, e nel racconto della dannata Lidia, che ricalca quello di Pier delle Vigne. Si noti, nell’attacco dell’ottava 73 del canto I, l’espressione «aer fosco» di sapore squisitamente dantesco.
- Se l’intricati rami e l’aer fosco -disse la donna - agli occhi non contende,Baiardo è quel desterier ch’in mezzo il boscocon tal rumor la chiusa via si fende.
L’elenco potrebbe continuare, dal ciclo bretone a quello arturiano, ma basti citare come ultimo esempio la Bibbia. L'episodio della Discordia che mette a soqquadro il campo dei Saraceni durante l’assedio della città di Parigi ricorda, non tanto vagamente, l’assedio siriano della città di Samaria raccontato nel libro dei Re.
Tutti questi continui rimandi ad altre opere non sono uno sfoggio di erudizione, esercizio fine a se stesso, ma rispondono a un duplice obiettivo. Il primo è dare all’Orlando una sua dignità artistica. Citare i classici e rimodellarli secondo un nuovo gusto (infatti Ariosto non si limita a “copiare” e basta) permette a questo capolavoro di potersi collocare nella più grande tradizione letteraria, come se gli stessi autori del passato garantissero la grande qualità del poema. Per il secondo motivo bisogna fare un’ultima digressione.
Ludovico Ariosto si impegna affinché il lettore creda alla veridicità del racconto. Il Furioso, ad esempio, è ricco di coordinate geografiche che gli garantiscono un suo realismo, si pensi ai viaggi attorno al mondo compiuti da Astolfo e l’ippogrifo di Atlante. Il poeta, ossessionato nel dare credibilità alla narrazione, cita frequentemente il vescovo Turpino dalle cui cronache attinge per costruire la storia. Chi può mettere in discussione le parole di un monaco che ha visto in prima persona i meravigliosi eventi del Furioso?
Un altro esempio, che spiega questo gioco di verità e menzogna, viene offerto nel canto XLII. Nell’isola di Lampedusa si sta allestendo il campo di battaglia per un ultimo scontro tra Cristiani e Saraceni. Il narratore interrompe il racconto per rispondere alle alcune accuse che potrebbero essere mosse da chi non crede che l’isola possa ospitare un duello di tale portata mettendo così in discussione il realismo dell’opera.
Qui de la istoria mia, che non sia vera,Federigo Fulgoso è in dubbio alquanto;che con l’armata avendo la rivieradi Barberia trascorsa ogni canto,capitò quivi, e l’isola sì fieramontuosa e inegual ritrovò tanto,che non è, dice, in tutto il luogo strano,ove un sol piè si possa metter piano(XLII, 20)
Come mai tale sforzo per essere creduto, quando l’intero poema è caratterizzato da una sfrenata inventiva? Ludovico Ariosto si diverte a giocare con il lettore costruendo un carosello di specchi che confondono la realtà con la fantasia: ciò è per mettere in scena il disorientamento dell’Italia nel Sedicesimo secolo.
Ami d’oro e d’argento appresso vedein una massa, ch’erano quei doniche si fan con speranza di mercedeai re, agli avari principi, ai patroni.Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede,et ode che son tutte adulazioni.Di cicale scoppiate imagine hannoversi ch’in laude dei signori si fanno.(XXXIV, 77)
Lo smarrimento di Ariosto è provocato anche dalla doppiezza che caratterizza le corti italiane. Tale rilassatezza morale, che stride con la virtù dei paladini di Carlo Magno e Agramante, attraversa l’Italia intera. Si pensi alla descrizione fatta di un monastero visitato dall’arcangelo Michele alla ricerca della Discordia.
Né Pietà, né Quiete, né Umiltade,né quivi Amor, né quivi Pace mira.Ben vi fur già, ma ne l’antiqua etade;che le cacciar Gola, Avarizia et Ira,Superbia, Invidia, Inerzia e Crudeltade.Di tanta novità l’angel si ammira:andò guardando quella brutta schiera,e vide ch’anco la Discordia v’era.(XIV, 81)
Ad accrescere la vertigine è il caos causato dall’agire umano. Non solo la Fortuna stravolge e complica gli eventi, ma anche gli esseri umani, uomini e donne, Cristiani e Saraceni, che si lasciano vincere dall’irrazionalità dei sentimenti.
Sono personaggi volubili e impulsivi per il turbinio impetuoso di emozioni con cui sono costretti a confrontarsi: Orlando che impazzisce per Angelica; Ruggiero che viene meno alla sua virtù non appena vede Angelica nuda; Rinaldo e Grifone che disobbediscono ai loro doveri di paladini per raggiungere le proprie amanti; Rodomonte che si isola per consolarsi dal voltafaccia della sua amata Doralice e la lista potrebbe proseguire per pagine.
Oh incurabil piaga che nel pettod’un amator sì facile s’imprime,non men per falso che per ver sospetto!piaga che l’uom sì crudelmente opprime,che la ragion gli offusca e l’intelletto,e lo tra’ fuor de le sembianze prime!Oh iniqua gelosia, che così a tortolevasti a Bradamante ogni conforto!(XXXI, 6)
L’esuberanza ariostesca in fondo maschera l’amara consapevolezza di un mondo in frantumi, privo di valori, disordinato, nel quale gli esseri umani si muovono inquieti, alla perenne ricerca di qualcosa di irraggiungibile, scontrandosi con forze sovrastanti: la Fortuna e il lato oscuro delle emozioni.
Quello d’Ariosto è il gioco di una società che si sente depositaria di una visione del mondo, ma sente anche farsi il vuoto sotto i suoi piedi, tra scricchiolii di terremoto.
(Italo Calvino)
Emmanuele Antonio Serio





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