2 settembre 2011

Il Risorgimento nascosto, storie e trame di una difficile unità

 

Sono appena trascorsi 150 anni da quel 17 marzo 1861 quando il parlamento di Torino proclamava Vittorio Emanuele II Re d'Italia «per grazia di Dio e volontà della nazione». Una data che conosciamo dai banchi di scuola assieme alle guerre, agli accordi, alle battaglie e ai protagonisti del Risorgimento. Ma questa eroica epoca di patrioti e idealisti nasconde in fondo vicende meno edificanti, retroscena inattesi e misteriosi intrighi. Secondo autorevoli storici infatti, l'epopea risorgimentale va riscritta nei libri di scuola in toto perché l'Unità d'Italia non fu un episodio del tutto spontaneo come siamo abituati a credere, ma una convergenza di interessi e scaltre trame ordite da personaggi controversi.

In quelle che ancora vengono definite come tesi revisioniste il Regno di Sardegna, da cui le vicende hanno inizio, appare come uno stato fortemente indebitato (e anche per questa ragione) sospinto ad appoggiare l'unificazione pur di migliorare le proprie finanze. A tal proposito l'economista e uomo politico Francesco Saverio Nitti scrive:

Ciò che è certo è che il Regno di Napoli era nel 1857 non solo il più reputato d'Italia per la sua solidità finanziaria - e ne fan prova i corsi della rendita - ma anche quello che, fra i maggiori Stati, si trovava in migliori condizioni. Scarso il debito, le imposte non gravose e bene ammortizzate, semplicità grande in tutti i servizi fiscali e della tesoreria dello Stato. Era proprio il contrario del Regno di Sardegna, ove le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi, dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovrapposizioni continue fatte senza criterio; con un debito pubblico enorme, su cui pendeva lo spettro del fallimento.

In questa e in molte altre tesi risiede la convinzione che la storia risorgimentale sia da considerarsi un'espansione territoriale a danno del Regno delle Due Sicilie. Fautore di questo progetto è senza dubbio il genio politico di Camillo Benso conte di Cavour che riuscì a tessere tutte le opportune trame per giungere finalmente all'agognato processo unitario. Forse a causa di questa convinzione Giuseppe Mazzini scrisse in merito a Cavour:

Voi avete inaugurato in Piemonte un fatale dualismo, avete corrotto la nostra gioventù, sostituendo una politica di menzogne e di artifici alla serena politica di colui che desidera risorgere. Tra voi e noi, signore, un abisso ci separa. Noi rappresentiamo l'Italia, voi la vecchia sospettosa ambizione monarchica. Noi desideriamo soprattutto l'unità nazionale, voi l'ingrandimento territoriale.

Tra i due in fondo non correva buon sangue da tempo, Cavour infatti definì Mazzini: «Il capo di un'orda di fanatici assassini» e persino «un nemico pericoloso quanto l'Austria». Ma al di là dei personalismi, è opinione diffusa tra gli storici che l'idea di Cavour e di chi come Mazzini vedeva l'Italia come un unico Stato era pregna di differenze: l'uno mosso da uno spirito di grandezza del Piemonte, l'altro da una base identitaria e politica che abbracciasse l'intero stivale.

Cavour d'altronde, conscio del suo ruolo e della sua importanza, in seno al governo piemontese mostrò diverse prese di posizione, ad esempio con l'imperatore francese Napoleone III e con lo stesso Re Vittorio Emanuele II a causa dell'Armistizio di Villafranca del 1859. Nel bel mezzo della guerra sardo-francese contro l'Austria infatti per timore di un intervento prussiano, Napoleone III decise unilateralmente di giungere ad un accordo con l'Austria. Per questa ragione Cavour dapprima accusò di tradimento l'imperatore, poi ebbe uno scontro persino con lo stesso re chiedendogli di non accettare l'accordo e di proseguire la guerra da soli. Lo scontro degenerò a tal punto che il re rimproverò Cavour ricordandogli che egli era il re a cui spettava l'ultima parola. Ma Cavour rispose che il vero re era lui, perché gli italiani conoscevano lui in quel ruolo più che il re stesso. Il re a quel punto interruppe saggiamente il colloquio.

Al termine della fortunata spedizione dei mille Cavour ebbe uno scontro anche con Garibaldi il quale non aveva mai digerito l'annessione di Nizza (sua città natale) alla Francia, lo stesso Garibaldi ebbe a dire:

La patria non si baratta, né si vende per Dio! Quando i posteri esamineranno gli atti del governo e del Parlamento italiano durante il risorgimento italiano, vi troveranno cose da cloaca. Povera Nizza! Io feci male a non parlare chiaramente, a non protestare con energia, a non dire là in Parlamento, a Cavour, che era una canaglia, e a quei che ne volevano votare la rinunzia che erano tanto vili.

Il contrasto tra i due nacque al termine della spedizione dei mille, quando Garibaldi pareva intenzionato a raggiungere Roma per scalzare lo stato pontificio: eventualità che venne fortunatamente sedata dopo l'incontro a Teano tra il re e il generale. Tuttavia dopo lo scioglimento dell'esercito garibaldino da parte di Cavour, i toni si accesero durante una seduta parlamentare e da allora il dissidio tra i due non fu mai sanato.

Camillo Benso conte di Cavour

Ma torniamo indietro nel tempo, perché nel 1855 Cavour comprende la necessità di dover ottenere l'appoggio francese contro l'Austria. Per far sposare la causa italiana alla Francia Cavour decise di inviare in "missione segreta" presso la corte di Parigi la cugina Virginia Oldoini, meglio conosciuta come la Contessa di Castiglione, giovane donna ricca di fascino e amante degli intrighi galanti. La contessa introdotta al cospetto di Napoleone III divenne in poco tempo l'amante più in vista del monarca, riuscendo perfettamente nel suo compito di trasmettere preziose informazioni a Cavour e al Re. La sua intercessione, oltre a divenire un atto di vero e proprio spionaggio, permise l'avvicinamento della corte francese alla causa piemontese assolvendo pienamente al suo delicato compito. L'intera vicenda verrà sottaciuta attraverso la misteriosa scomparsa di lettere e documenti compromettenti che legavano tutti i personaggi succitati.


Oltre a coloro che sognavano un'Italia finalmente unita da nord a sud vi era anche l'Inghilterra ad aver preso di mira il Regno delle due Sicilie per molteplici ragioni. Il regno possedeva la più grande marina del Mediterraneo ed essa minacciava il dominio navale inglese sul Mediterraneo. Inoltre tra i due Stati erano già sorti degli attriti per varie ragioni. Uno dei primi avvenne a seguito della disputa territoriale riguardo l'Isola Ferdinandea. Quest'isola, di origine vulcanica, emerse nell'estate del 1831 nelle acque territoriali prossime alla Sicilia, destando subito l'interesse di una nave inglese che piantò subito bandiera, considerando l'isola territorio britannico. Ovvia la reazione di Ferdinando II che inviò una nave da guerra sul posto per rivendicarne la proprietà. La disputa fortunatamente cessò presto grazie l'inabissamento dell'isoletta dopo pochi mesi. Oltre a questo episodio c'è da aggiungere che la politica di Ferdinando II aveva da tempo isolato il regno dalle altre potenze europee, scelta resa evidente durante la guerra di Crimea, dove oltre ad assumere un ruolo di neutralità, il Regno non concesse a Francia e Inghilterra l'uso dei porti militari.

Nel 1836 scoppiò un caso legato allo sfruttamento dello zolfo siciliano da parte dell'Inghilterra che sin dal 1816 gestiva, in regime di monopolio, l'estrazione del prodotto traendone grandi vantaggi economici. Il costo di estrazione era assai basso ma il prodotto finale veniva rivenduto a prezzi assai maggiori. Il re avendo riscontrato una tassazione troppo favorevole alle società inglesi e uno scarso guadagno decise di affidare lo sfruttamento a una società francese da cui avrebbe ottenuto il doppio dei ricavi. Ma la perdita di questo contratto non piacque all'Inghilterra che preannunciò il sequestro delle navi siciliane e l'invio di navi da guerra nel golfo di Napoli. Anche in questo caso la frizione tra i due stati si risolse bene, tramite la mediazione del sovrano francese, che fece recidere il nuovo contratto ristabilendo così le condizioni iniziali ma rimborsando persino le perdite subite da entrambe le società.

Infine nel 1850 il politico inglese William Gladstone dopo aver soggiornato a Napoli per quattro mesi scrisse due lettere al parlamento britannico in cui sosteneva di essersi recato presso le carceri borboniche e di aver riscontrato le atroci condizioni di vita dei detenuti. Queste lettere fecero il giro d'Europa determinando un forte imbarazzo nel governo borbonico e in particolare nel sovrano che dovette incassare un altro incidente diplomatico con l'Inghilterra.

 
Ferdinando II

Uno degli aspetti cardine del revisionismo risorgimentale è senza dubbio legato alla spedizione dei Mille del 1860; ciò che comunemente conosciamo come l'impresa spontanea di mille valorosi capeggiati da Garibaldi, sembra sia da considerarsi come un evento pianificato a tavolino. L'avvio della spedizione infatti sarebbe stato possibile grazie ad un accordo raggiunto con l'armatore genovese Raffaele Rubattino (appartenente alla massoneria proprio come Garibaldi), il quale aveva già sostenuto nel 1857 la fallita spedizione di Carlo Pisacane, avendo concesso (e perso) una nave. In questa circostanza Rubattino concesse due navi, il Piemonte e il Lombardo stipulando persino un regolare contratto presso un notaio di Torino di cui Garibaldi ne era il beneficiario e il Re e Cavour i garanti. Per la partenza da Quarto a Genova venne persino simulato il furto delle due navi e la rapida partenza per la Sicilia.

Lo sbarco dei Mille a Marsala

Ad interessarsi del nostro processo di unificazione non c'erano solo gli italiani (con diverse ragioni, come abbiamo visto) ma anche altri soggetti. La spedizione dei mille venne ovviamente sostenuta dal governo piemontese, ma anche da quello inglese (come meglio vedremo) e appoggiato finanziariamente attraverso ingenti somme di denaro provenienti dalla massoneria internazionale. Sicché non stupisce la presenza, pochi giorni prima dello sbarco, di unità navali inglesi davanti al porto di Marsala. Questa insolita presenza divenne oggetto anche di un intervento presso il parlamento inglese, cui venne risposto ufficialmente che le imbarcazioni militari erano a protezione delle imprese e dei magazzini inglesi. Lo stesso Garibaldi in un successivo incontro pubblico dichiarò che: «Se non fosse stato per il governo inglese, non avrei mai potuto passare lo stretto di Messina».

 
Giuseppe Garibaldi

Subito dopo lo sbarco la prima battaglia affrontata dai garibaldini avvenne a Calatafimi il 15 maggio 1860. Quel giorno a fronteggiarsi sul terreno c'erano i mille più i primi siciliani unitisi alle camicie rosse di Garibaldi contro 3000 uomini dell'esercito borbonico; e per quanto l'esercito borbonico riuscisse perfettamente a tenere le posizioni contro un'armata inesperta e disordinata, giunse improvvisamente l'inspiegabile ordine del generale Francesco Landi di arretrare, favorendo così la vittoria garibaldina. Sicché l'anno successivo si diffuse la notizia che il generale Landi era stato corrotto dai garibaldini a fronte di un versamento di 14.000 ducati d'oro, di cui lo stesso Landi ne ritrovò nel conto solo 14. Questo tradimento e la vasta diffusione della notizia attraverso i giornali fu forse la causa della prematura morte per ictus. Pochi giorni prima anche l'ufficiale Guglielmo Acton, comandante dello Stromboli, che aveva il compito di intercettare le imbarcazioni garibaldine, giunse sul posto con grande ritardo. Per questa ragione il comandante venne accusato di tradimento, scagionato dall'accusa ma successivamente rimosso dall'incarico. Poi dopo l'unificazione Acton divenne ammiraglio della neonata nazione unitaria approdando anche in politica come senatore e Ministro della Marina del nuovo regno d'Italia. A sostegno della tesi secondo cui vi fu una corruzione diffusa presso gli ufficiali borbonici ci restano le missive del conte Carlo Pellion di Persano dirette a Cavour: «Termino col dargli la buona notizia che possiamo oramai far conto sulla maggior parte dell'ufficialità della regia marina napoletana.»

Per favorire l'arrivo del nuovo potere politico vennero interpellate anche le antiche organizzazioni criminali del sud Italia, alcuni esponenti della mafia fecero giungere dei “picciotti” assieme alle camicie rosse, ma soprattutto della camorra a Napoli. Un ruolo chiave lo ebbe Liborio Romano che in qualità di Ministro degli Interni di Francesco II, avendo intuito il prossimo cambio di fronte, avviò dei contatti con Cavour onde favorire il nuovo corso politico. Accordatosi con i camorristi napoletani agevolò l'arrivo di Garibaldi scarcerando diversi detenuti, e al termine del processo unitario, dopo aver ottenuto dallo stesso Garibaldi la riconferma a Ministro dell'Interno, inserì all'interno delle nuove istituzioni i camorristi che lo avevano aiutato persino con compiti di polizia.

Con i poteri dittatoriali conferiti a Garibaldi sin dalla sua avanzata siciliana venne decretato il rimborso di 1,2 milioni di lire all'armatore Rubattino come risarcimento della perdita del Piemonte (demolito e venduto) e del Lombardo (utilizzato poi dalla Regia Marina), nonché del piroscafo Cagliari della spedizione di Pisacane.


Uno degli eroi dimenticati dell'Unità d'Italia è certamente Ippolito Nievo conosciuto più che altro per la sua attività di scrittore, viene raramente ricordato come uno dei Mille partiti da Quarto. Egli fu anche un attento cronista della spedizione attraverso le Lettere garibaldine e Diario della spedizione dal 5 al 28 maggio, combattendo anch'egli assieme a Garibaldi. Terminato il processo unitario, pochi giorni prima la proclamazione dell'Unità d'Italia, a Nievo viene affidata un'importante missione, portare da Palermo a Napoli tutti i documenti relativi la spedizione. Il viaggio di per sé era semplice, ma misteriosamente il vaporetto Ercole nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1861 naufragò in vista del golfo di Napoli decretando la morte dello scrittore e la scomparsa di tutto l'equipaggio che non venne mai ritrovato. La vicenda verrà recentemente narrata anche da Umberto Eco nel romanzo Il cimitero di Praga, dove immagina il protagonista Simonini imbarcato nell'Ercole procurare egli stesso l'affondamento del piroscafo con l'esplosione di un ordigno a bordo.

Ippolito Nievo

Per dare un valore popolare all'Unità, vennero organizzati i plebisciti in tutti quei territori che dapprima ricadevano all'interno dei singoli regni italiani. Per quanto questa decisione sia da considerarsi condivisibile e del tutto corretta, essa avvenne con modalità palesemente inappropriate anche per quei tempi. Non si tratta solo del fatto che gli aventi di diritto fossero un'enorme minoranza dei cittadini (circa il 2% della popolazione), ma delle gravi irregolarità che accompagnarono il voto. Esso infatti non era segreto (come si nota nel filmato tratto da Il Gattopardo) e al voto venivano autorizzati anche coloro che non avevano il certificato elettorale, in alcuni Comuni persino senza redigere regolari liste elettorali, per non parlare dei molti casi di pressione o minaccia a causa della presenza di camorristi o mafiosi locali presso i seggi. A sostegno di questa tesi il quotidiano inglese «The Times» il 30 aprile 1860 commentò: «La più feroce beffa mai perpetrata ai danni del suffragio popolare: l'urna del voto in mano alle stesse autorità che avevano emesso il proclama; ogni opposizione stroncata con l'intimidazione.»

È sulla base questi e molti altri argomenti, ma soprattutto sulle ulteriori ferite apertesi subito dopo l'unità, che rimane vivo il dibattito sul ruolo storico del meridione e su come l'unificazione vada considerata: se un atto di liberazione o persino di conquista. Fa indubbiamente riflettere la nascita del fenomeno del brigantaggio subito dopo l'unità, la mutata pressione fiscale, la coscrizione obbligatoria e i mille problemi che aumentarono il divario tra le due parti d'Italia, sfociando nel vasto fenomeno dell'emigrazione; ma questo è un altro aspetto che ci porterebbe troppo lontano… Ciò che necessariamente bisogna considerare oggi è senza dubbio il fatto che la storia spesso mostra una semplice scorza superficiale nella quale si celano ragioni ben più profonde, magari meno ideali e nobili, ma pur sempre delle ragioni, che valutate con opportuna ponderazione, chiariscono la complessità del presente.

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