30 marzo 2012

Centocinquantuno: un compleanno scomodo

Un anno dopo il centocinquantesimo anniversario dell'Unità, questa Italia continua a far parlare di sé. Con meno clamore, un po' in sordina, anche questo 17 marzo ha visto la nostra nazione compiere gli anni; benché stanca, la 'vecchia signora' resta pur sempre evergreen. Quale sarà mai la sua ricetta di bellezza? Mare, sole ed ironia quanto basta per non prendersi troppo sul serio.
Dopo le celebrazioni dell'anno passato, ampollose quanto populiste, cosa è rimasto della tanto sbandierata 'identità' italiana? E, in fondo, cos'è questa italianità che è stata protagonista dell'intero 2011, ospite sulla bocca di tutti ma mai descritta appieno?

Lo sguardo al passato è elemento fondamentale, poiché l'opinione dominante riguardo al Risorgimento (quale rivoluzione di un popolo unito nel comune sentire patriottico) è pesantemente influenzata dall'informazione che di questo ci viene 'passata'; ben lo sa chi si muove dietro le quinte delle manifestazioni celebrative: spesso - per non dire sempre – si tratta di iniziative al limite della demagogia, che storpiano la nostra eredità storica. L'Unità è il risultato di una rivoluzione frammentaria condotta da pochi patrioti, osteggiati dal popolo ed appoggiati dall'élite e dalla nascente Borghesia, e di astute manovre politiche il cui merito è in buona sostanza da attribuire a Cavour. Il popolo non ha avuto parte nel processo di costituzione della nazione; non è da trascurare il significato, neppure troppo nascosto, dell'adagio risorgimentale «Fatta l'Italia, ora facciamo gli italiani».

Camillo Benso Conte di Cavour (1810-1861),
ministro e poi capo del governo del Regno di Sardegna,
e primo Presidente del Consiglio dei Ministri nel 1861.

La stessa cosa vale per il processo di costruzione dell'identità italiana: a posteriori, la mitografia risorgimentale ha raccolto caratteristiche e segni che potessero tenere in piedi l'idea di una unità culturale che, di fatto, in Italia mancava. La percezione della nazione nel 1861 era scarsa; oggi risentiamo, forse inconsapevolmente, di questo vizio di forma, di questo difetto identitario.
Chiunque utilizzi con una certa assiduità Facebook ricorderà sicuramente un'iniziativa che si diffuse intorno al 17 marzo 2011: in sostanza, per circa una settimana la maggior parte degli utenti del notissimo social network mutò la propria immagine con il tricolore. Poche volte la popolazione italiana ha dato prova di così grande coesione come nei fatti di rappresentanza, quale quello di 'attaccarsi in faccia' una bandiera in modo del tutto acritico e arbitrario al punto da non ripetersi nell'anniversario dell'anno corrente. È facile obiettare che centocinquantun'anni non fanno notizia quanto centocinquanta, ma il senso di appartenenza alla patria, il riconoscimento di un'identità che viene da lontano dovrebbero non badare a questioni numeriche.

I grandi festeggiamenti dello scorso anno si sono mossi in varie direzioni, invadendo in modo particolare la sfera musicale: dappertutto si potevano ascoltare concerti a tema risorgimentale, spesso calderoni in cui è stato gettato dolce e salato senza alcun criterio, col risultato di un pastiche di dubbio gusto. Prevedibilmente, la priorità è stata assegnata a Verdi, considerato vate Risorgimento italiano; il celebre compositore di Busseto ha fatto da padrone in ogni situazione, da pregevoli allestimenti teatrali (si ricordi il Nabucco del 12 marzo 2011 al Teatro Costanzi di Roma, con la direzione di Riccardo Muti) alla home page della Lega Nord-Sezione di Rho, che nei giorni del centocinquantesimo anniversario dell'Unità pose il celeberrimo coro Va' pensiero quale stendardo del proprio programma politico. Che la Lega Nord utilizzi e strumentalizzi la figura verdiana è cosa nota, ma che un'intera nazione lo faccia è cosa grave. Chi poi abbia una conoscenza anche di massima della carriera verdiana, saprà che già dal '49 Verdi smette di comporre opere dal contenuto smaccatamente risorgimentale; la sua disillusione nei confronti delle tematiche nazionali se da un lato è motivata dalle difficili questioni di politica interna, dall'altro rientra nell'evoluzione personale di un uomo piuttosto conservatore, che si accende per la questione risorgimentale così come chiunque nell'Italia coeva, ma che mai partecipa in modo attivo. Ritenere Nabucco l'opera della rinascita nazionale italiana è un errore se non se ne precisano le condizioni: furono i militanti a considerarla tale, e solo nei decenni successivi alla composizione (Nabucco va in scena nel 1842, molto prima dello scoppio della I Guerra in Indipendenza, ed è dedicata ad un monarca), non di certo Verdi, che conclude la piéce riportando il Re Nabuccodonosor saldamente sul trono, dopo che i ribelli sono stati sconfitti. È legittimo strumentalizzare un'opera a tal punto da ignorarne persino la trama? La storia ci dice che questo è stato fatto, e noi siamo autorizzati solo a riproporla in questo senso, non a caricarla di nuovi e inesistenti significati.


Giuseppe Verdi (1813-1901) nel celebre ritratto dell'amico Giovanni Boldini (1886)

Tuttavia, con un atto che sa di magia Riccardo Muti è riuscito a non tradire la storia e a fornire al Va' pensiero, che centosettant'anni dopo conserva un fascino misterioso, un nuovo significato, forse il migliore che abbia mai avuto. Durante la prima del Nabucco al Costanzi (12 marzo 2011) il pubblico ha interrotto l'opera per chiederne un bis; Muti acconsente con queste parole: «la patria sì bella e perduta è la patria che perde la sua cultura e causa degli ignominiosi tagli del governo: allora cantiamo insieme», provocando una partecipazione massiccia. Dai palchi di terz'ordine spuntano bandiere che sventolano allegre e volantini di protesta contro il governo volteggiano in tutta la sala. Sembra di tornare indietro di un secolo e mezzo, quando questo genere di manifestazioni contro il giogo austriaco proliferava, manifestazioni osteggiate dall'esercito e minimizzate dai governi, manifestazioni portate avanti da un ristretto numero di persone, quelle che davvero fecero l'Italia.

È davvero triste pensare che, 150 anni dopo, poche cose sembrano cambiate. Ancora l'adesione a valori patriottici è fiammata estemporanea, che dura poco meno di un anno, per poi stemperarsi in celebrazioni di routine. Quest'anno nessuno ha tempestato il proprio profilo di bandiere italiane, e, per fortuna, il Va' pensiero è tornato al suo posto nelle pubblicità, mentre Verdi è tornato tra le mani degli 'addetti ai lavori'.

Centocinquant'anni dopo una cosa è cambiata, che vale per tutte: il valore attribuito alla cultura; l'Austria, che opprimeva l'Italia pre-unitaria con la censura, conosceva bene il potere della propaganda e a ragione lo temeva. L'Italia di oggi sembra averlo dimenticato. Prova inconfutabile di una identità dallo scarso potere aggregante è la manovra sul Federalismo fiscale, approvata dall'allora governo Berlusconi proprio l'anno scorso, proprio nell'anno dell'Unità: probabilmente, ancora oggi per noi il legame con la patria è tutto culturale e sociale. Ci sentiamo italiani perché la nostra cultura è italiana, la nostra lingua è italiana, il nostro cibo è italiano e cantiamo canzoni italiane. Il legame col territorio è dipinto come qualcosa di mitico, legato a sentimenti ancestrali: la patria è madre e il popolo è in una visione quasi misticheggiante. Ed ecco, quindi, spiegato almeno in parte il paradosso che è alla base dell'italianità degli italiani, che sembrano vivere un vero e proprio 'scollamento' tra la nazione che hanno nella testa e nel cuore e quella in cui geograficamente e fisicamente vivono.

Ma la 'vecchia signora' lo sa; ha smesso da tempo di guardarsi indietro, non tenta di guardarsi avanti ma ironicamente strizza l'occhio a chi, ancora oggi, la prende troppo sul serio.


Diana De Francesco

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