15 luglio 2021

La Monaca di Monza: nel nome del padre, nel segno del peccato

Se su la porta dell’Inferno è scritto: Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate su la porta de’ monasteri ancora puossi scrivere il medesimo.

Vi siete mai chiesti cosa possa significare nascere in una famiglia aristocratica del XVII secolo? Cosa possa comportare essere una figlia femmina nell’imperativo di un universo patriarcale?
Avete mai immaginato cosa voglia dire sentire l’austero cigolio del portone di un monastero chiudersi eternamente alle nostre spalle?

Il mio nome è Maria Anna de Leyva e fui monaca per sempre… 

Spesso mi è capitato di domandarmi quanto la popolarità della monaca di Monza sia legata al romanzo che l’ha resa celebre, ossia i Promessi Sposi. Ho giocato con la mia fantasia prefigurandomi un Alessandro Manzoni, che, schivo e taciturno, cercava di ricostruirne la triste vicenda, talvolta confuso di fronte ad una storia trafitta dal velo e dall’ardore di un chiostro tradito. E così, tra Milano e Brusuglio, dovette più volte chinare il capo sulle biografie che della monaca raccontavano la trasgressione ed il pentimento, cercando di afferrare un dettaglio, una parola, un palpito di quella intricata vicenda negli scritti del Ripamonti o leggendo e rileggendo gli Atti del processo… nel nome del padre, nel segno del peccato. Un fato meschino si insinuò pericolosamente nelle pieghe di un tempo beffardo, sottomesso all’incombente urgenza tridentina di rimettere ordine al caos dottrinale generato dal luteranesimo. E forse mai fu così perseverante il desiderio di monito, di avvertimento, di corsa all’eresia come in quegli anni, anni complessi e terrificanti, in cui la matrice religiosa assunse pericolosamente i connotati della tortura e della punizione esemplare, del capro espiatorio da scovare nei vicoli bui dell’ignoranza e della superstizione. Ho sempre pensato alla Storia, quella dei libri e dei manuali, con la “S” maiuscola, come ad un grande puzzle, fatto di tasselli – alcuni noti, altri sconosciuti – che raccontano piccole storie, destinate alla fama imperitura o relegate in un angolo di anonimato. E nelle piccole storie, quelle che parlano di uomini e donne e delle loro esistenze, spesso difficili, ho incontrato lei, la monaca di Monza. Quando, a quattordici anni, lessi per la prima volta il capolavoro manzoniano, con il mio retaggio culturale cattolico, istintivamente mi sentii protesa al giudizio immediato: insindacabile e inequivocabile. L’indulgenza dell’età adulta mi induce a guardare con simpatia a quella ragazzina che, con repentino stupore, aveva etichettato la suora con una sentenza di indiscussa immoralità. I ragazzi, si sa, spesso vedono le cose a tinte piene, senza le sfumature della riflessione di mezzo. Molti anni dopo, mi sono ritrovata nuovamente di fronte a lei, face to face, con quello specchio di eventi che, ad un attento esame, hanno assunto i tratti decisi del labirinto. E ho smesso di sentenziare. E ho imparato a comprendere, al di là della vanità di sapere e della stupidità del pre-giudizio. E ho provato com-passione per quella donna, rapita da un’età molesta, dalla legge della volontà patriarcale, perché un principe-padre tutto può e nulla deve. 

La storia della monaca di Monza si interseca e si confonde con quelle, altrettanto drammatiche, di tante ragazze che furono costrette alla monacazione forzata.
Arcangela Tarabotti, al secolo Elena Cassandra, viene obbligata alla vita claustrale, ma lei è una scrittrice per vocazione e una suora per costrizione. Nel suo libro, Inferno monacale, racconta, con pathos doloroso, un microcosmo dalle insanabili contraddizioni, al quale lei tenta di sottrarsi con ferma disperazione: gli abiti non appropriati, i capelli portati troppo lunghi, le letture troppo assidue e poco convenienti, i contatti frequenti, attraverso le grate del parlatorio, con il mondo esterno. Alla scrittura, fedele compagna di una vita, affida la testimonianza di un’esistenza infelice in un luogo “demoniaco”, nel mondo-dietro-la-grata.

Il monastero, demolito nel 1890


Il tormento di Maria Anna de Leyva comincia subito dopo la nascita, avvenuta nel novembre/dicembre del 1575. È un’aristocratica, figlia del principe spagnolo Martino de Leyva e della duchessa Virginia Marino. Sua madre muore quando lei ha solo un anno, lasciandole un’eredità generosa da dividere con il fratello Marco Pio, che la duchessa ha avuto da un precedente matrimonio. All’ombra di un’infausta sfera di cristallo, suo padre, qualche anno dopo, intenzionato a risposarsi con una donna molto più giovane di lui, Ana Viquez de Moncada, impiega la dote di Maria Anna nel suo matrimonio. Il dado è tratto: con i soldi rimasti, la ragazza non può ambire che alla vita monacale. La decisione paterna è irrevocabile, la vanità di quel tempo ha trasformato il principe-uomo in Dio, un Dio egoista e dispettoso: il 15 marzo del 1589, a tredici anni, Maria Anna varca con il principe-padre la soglia di Santa Margherita di Monza, un borgo molto vicino a Milano, feudo della casata de Leyva. Alcune delle sue compagne, certamente più fortunate, parlano di matrimonio e delle fantasie adolescenziali legate all’innamoramento. Presto, dopo aver completato gli studi da educande, torneranno a casa e la serratura del portone di Santa Margherita resterà un ricordo remoto, pronte al matrimonio e alla vita coniugale. Ma la ragazza de Leyva sa che per lei è diverso: un folletto dispettoso si è divertito a rovesciare il fondale della felicità, che è diventato un acquitrino di dolore. Il 12 settembre 1591, Maria Anna diviene monaca per sempre con il nome di suor Virginia Maria. Comincia un decennio di scandali, passione, trasgressioni che assumeranno progressivamente e inaspettatamente i sinistri riflessi del crimine e dell’assassinio, culminando, come in un’autentica spannung narrativa, con il processo e la terribile sentenza. 

A suor Virginia, per la posizione di cui gode per il suo status nobiliare, sono concessi vari privilegi: in assenza del padre, è lei che amministra il feudo monzese, intrattenendo relazioni con l’esterno, normalmente precluse ad una consacrata di clausura. Inoltre, è maestra delle educande, ruolo che ne mette a nudo, con dualistica contraddizione, l’ammirazione e la complicità per le giovani speranze e i freschi sogni delle sue allieve e, nel contempo, il capriccio e l’invidia per il loro futuro radioso, a lei rubato da un ladro prepotente e dispotico. Nella casa attigua al monastero, vive la famiglia degli Osio, aristocratici che, in numerose occasioni e da più parti, si sono macchiati di crimini orrendi: assassini, rapimenti, risse, tanti “don Rodrigo”, partoriti dal seme malato di una progenie perversa. Gian Paolo è giovane e bello e, privo di scrupoli e di decenza, corteggia una delle educande. E lo fa con spavalderia, alla luce del sole e sotto lo sguardo rigoroso di suor Virginia che, con un “gran rebuffo” (deciso rimprovero) gli intima di allontanarsi. Per dispetto, per il suo orgoglio ferito, l’Osio uccide uno dei suoi dipendenti, Giuseppe Molteno, poi scompare per un po’. La monaca è furiosa e vuole denunciarlo e solo l’insistenza della sua superiora la induce ad abbandonare l’idea. Le cose cambiano radicalmente l’anno successivo: Gian Paolo si scusa ed invia alla monaca le prime lettere di una corrispondenza che sarà all’origine della loro passione. È il 1598 e negli Atti del processo, suor Virginia Maria dichiara:

[…] e finalmente stando io assentata sopra il basello della prima porta esso Osio mi violentò gettandomi per terra, e nonostante ch’io cridassi e dicessi ah traditore ah traditore hebbe comertio contro di me dicendoli ah l’honor mio, dicendoli la mia verginità racordatevi chi io sono, et insoma lui hebbe comertio carnale meco una volta sola perché subbito ch’io poti rihavermi e levar su corsi via e lo piantai lì. […] Le dette sor Ottavia e sor Benedetta non mi diedero alcuno aiuto non so perché.

Un inizio torbido, quasi scabroso, a suo dire, che segnerà la genesi di una serie di incontri notturni, resi possibili dalla complicità del custode e delle due immancabili suor Ottavia e suor Benedetta. Nasceranno due bambini, un maschio, il “putto morto”, ed una femmina, Alma Francesca Margherita, della quale si perdono le tracce nella Storia. Ma il chiostro ha occhi e orecchie che, dopo l’iniziale silenzio, cominciano a bisbigliare e a raccontare di scandali e lussuria. La suora senza velo si trasforma presto nella complice di una serie di omicidi perpetrati dal suo amante per mettere a tacere i “malparlieri”. Ormai è tardi. Quando il cardinale Federigo Borromeo arriva a Santa Margherita, suor Virginia ha già perso la sua partita con le mire di “giusta punizione” dell’inquisizione. L’Osio scappa, ma morirà per mano di un suo amico, presso il quale ha cercato ricetto, forse allettato dalla taglia che pende sulla sua testa. Lei viene sottoposta ad un processo insolitamente lungo, diverso dagli altri: messer Sant’Uffizio ha urgenza di mostrare al mondo il suo rigore riformista, il suo spirito di rinnovamento, la sua ansia di estirpare una muffa purulenta che dilaga con furia inarrestabile dal mondo germanico e crea divisione dove c’era unione ed insinua dubbi su secolari, incontestate certezze. Teste e imputati si avvicendano, con rassegnata contrizione, sul banco della verità e i loro racconti sono tutti straordinariamente simili, come una tela di Penelope che tesse l’ordito con meticolosa ripetitività. Fa eccezione solo il prete della chiesa di San Maurizio, Paolo Arrigone, consacrato al demone della bramosia sessuale, che rinnega, mente, rifiuta, inventa, come un patetico giullare di corte incapace di divertire. Sembra di essere sul palcoscenico di un dramma consumato: giù le maschere, i volti si scoprono provati sotto la lente di ingrandimento dei vicari criminali. Mentre i sibilli lacerano le dita della monaca sottoposta a tortura, la verità viene ribadita ancora una volta. Forse Gian Paolo l’ha irretita con un incantesimo, una malia opera del diavolo, ma lo scandalo – se questo vi interessa sapere – c’è stato ed è perdurato a lungo. La sentenza stride sul nastro di una pellicola orrorifica: destinata ad essere murata viva, in una stanza due metri per tre. I capelli rasati, un giaciglio di paglia per dormire, cambiato ogni sei mesi, un pitale per gli escrementi, svuotato una volta alla settimana. Come si può sopravvivere a questo? Lei ci riesce. Rimane quasi quattordici anni su quel giaciglio di paglia. Ne esce nel 1622. La Signora di Monza non esiste più. È una vecchia senza età quella che si affaccia con sbigottita paura alla porta oltre il muro. È l’ombra di stessa. Dilaniata dal pentimento e dal rimorso. Redenta, secondo il cardinale Borromeo, sua guida spirituale. Muore nel 1650 per l’artrite reumatoide che l’ha colpita. 

Il cardinale Borromeo


Giunge ancora da lontano l’eco della condanna ad essere murata viva, che induce ad immaginare quella minuscola cella in cui il tempo dovette più di una volta beffardamente scherzare con la sua mente provata ed ottenebrata dalla solitudine a dal turbamento.
È la storia di una donna che visse molte vite e tante volte ed io, in questo luogo della scrittura, ho tentato, nel battito di poche pagine, di dare voce a ciascuna di loro.
È la storia di una donna egualmente divisa tra angeli e demoni, la cui sofferenza, ancora oggi, commuove e interroga l’anima sulle insulse pretese di un’era bigotta. Quando la virtù diventa follia. Initium sapientiae timor domini.


Linda Ciano

2 commenti:

Miriam ha detto...

Una disanima attenta, passionale e coinvolgente di un classico. Brava Linda

Unknown ha detto...

Grazie di cuore, Miriam!