Immaginare la
storia come una lunga linea di progresso, costantemente in crescita ed inarrestabile, è stato uno degli errori di metodo più lampanti dei grandi pensatori del XIX secolo. “
Non sempre ciò che viene dopo è progresso” tuonava
Alessandro Manzoni, con parole lapidarie, utili però a calarci all’interno di una realtà sempre più complessa di come ci appare.
Fin dai primi anni di scuola siamo stati abituati a separare la storia secondo delle epoche temporali ben definite: prima l’antichità, poi il medioevo, la modernità ed infine la nostra età contemporanea. Una divisione che appare, soprattuto agli occhi di del lettore poco consapevole, assai riduttiva, e spesso ricettacolo di profondi fraintendimenti: non esistono cesure nette nella storia, ma solo delle convenzioni. Nel 476 un cittadino della penisola italica non smise di chiamarsi romano credendo di essere ormai un uomo del Medioevo. Sembrerà una banalizzazione eccessiva, ma non esiste materia più fraintesa della storia.
L’
età moderna, seguendo le pagine di qualsiasi manuale scolastico o universitario, pare essersi chiusa con la fine della guerre napoleoniche e la nascita della nuova Europa del Congresso di Vienna, ma nella vulgata popolare e giornalistica, la “
modernità” pare essere un concetto fondamentale dei nostri tempi.
L’espressione “uomo moderno” accompagna ogni nostra riflessione sulla società contemporanea e sui suoi sviluppi, rappresenta la volontà di essere calati in un contesto in continuo divenire, dove si è con fierezza uomini di oggi, ma con un occhio puntato sempre verso il futuro.
Si desidera essere moderni, ci si interroga su cosa significhi esserlo davvero e su quali possano essere i vantaggi ed i rischi del vivere una vita moderna.
Ma cosa significa davvero modernità? Se crediamo di essere così immersi in essa, come possiamo non interrogarci sul suo reale significato?
Occorre dunque mettere in campo una riflessione a tal fine, necessaria per provare a comprendere verso quale reale direzione la storia stia puntando l’ago della sua bussola, seguendo un’indagine che deve però rifugiarsi dalle banalizzazioni e dal pericolo delle “prime impressioni”, e che deve invece servirsi della complessità del passato.
Il primo dato da cui possiamo partire è quello etimologico: ovvero interrogarsi sulla parola stessa “modernità”, partendo dalle sue origini, per giungere a comprenderne il suo reale significato.
A tal proposito occorre fare un deciso salto indietro, partendo da un’epoca che nasce per essere appositamente definita come l’opposto della modernità, ovvero il medioevo.
Il falso mito della Media Aetas come fucina di degrado ed involuzione, è un’invenzione di coloro che erano appena usciti dalla drammaticità del XIV secolo (di solito ricordato per le sue pestilenze) e che si accingevano a vivere un’epopea culturale che difficilmente avrà eguali nel corso della storia: il rinascimento. Ma come ci hanno ormai ben insegnato i medievisti, e come ci insegna la lezione secondo cui la storia è sempre più complessa di quello che ci si immagina, il medioevo fu un periodo estremamente lungo – più di mille anni – difficilmente etichettabili sotto giudizi e precise definizioni, e che anzi culminò con quella straordinaria stagione che abbiamo detto essere il rinascimento.
Appare dunque paradossale che la parola “modernità” possa essere legata proprio a quell’epoca storica, che per sua stessa definizione risulta essere nata come archetipo dell’anti-modernità.
Se siamo abituati a pensare che la maggior parte del nostro vocabolario trovi la sua base in etimologie riconducibili al latino e al greco, in questo caso siamo di fronte ad una invenzione tutta medievale.
La parola “moderno” nasce quando l’umanità giunge ad una delle sue più grandi innovazioni: uno di quei momenti nel corso della travagliata linea temporale della storia in cui possiamo segnare un punto di non ritorno.
Nell’XI secolo lo sviluppo dello stato-nazione è un qualcosa di ancora lontano rispetto alla definizione che ne diamo noi oggi, ma la piccola monarchia francese attraversa un periodo di accentramento del suo potere, contraddistinguendosi per un lento processo di burocratizzazione del potere delle sue cancellerie. Il potere inizia a basarsi non più solamente sull’utilizzo della forza, ma anche su un controllo che passa per la produzione di documenti e dunque sull’utilizzo della scrittura.
Lo strumento fino a quel momento più utilizzato da coloro che praticavano la scrittura ogni giorno era il calamo: un pennellino con il quale era necessario scrivere in maniera estremamente ordinata, da cui dunque derivava una grafia elegante ed armoniosa.
Una scrittura lenta e precisa, che non ha bisogno di essere prodotta in fretta ed in grandi quantità.
Le cancellerie parigine, sempre più necessitanti di accelerare la produzione di documenti scritti, compiono un’innovazione formidabile: strappare una penna ad una povera oca.
La penna d’oca divenne presto il nuovo strumento con cui si scrivevano i documenti, con una sensibile accelerazione nel processo scrittorio. L’introduzione della penna d’oca corrisponde ad una mutazione potentissima del sistema della comunicazione: non solo nasce un nuovo modo di scrivere, ma una nuova estetica.
Le lettere morbide, delicate ed eleganti, realizzate dalla precisione e dalla lentezza del calamo, vengono sostituite da una scrittura veloce, rapsodica, che potremmo definire una “scrittura sismografo”, estremamente meno precisa ed armoniosa, ma sicuramente più rapida ed efficace.
Il
mutamento estetico, iniziato dalla scrittura, non si limita solo alla produzione documentaria: questa modo di scrivere così rapido, richiede delle nuove aule di scrittura, e la vecchia plumbea architettura romanica non consente questo nuovo tipo di produzione, ed è tornando dalle crociate che si scopre che in Oriente si utilizza il cosiddetto “arco rotto”, che rappresenta il primo passo verso l’estetica gotica (non a caso la prima costruzione gotica sarà l’edificio di Saint-Denis a
Parigi), che consente l’apertura delle finestre, e dunque l’entrata della luce necessaria alla scrittura.
Un evento così lontano, dove ad un avanzamento tecnologico corrisponde una mutazione dell’estetica, non è dissimile da altri eventi significativi in tal senso nel corso della storia.
L’esempio più emblematico che può rappresentare un totale salto in avanti nel mutamento estetico, è il confronto fra due bibbie prodotte nello stesso periodo, ovvero gli anni sessanta del 1400.
Nel 1462 Gutenberg stampa la prima bibbia a Norimberga: è il segno di un’innovazione tecnologica formidabile, che ancora oggi accompagna la produzione libraria. Negli stessi anni alla corte di Ferrara, viene realizzata la Bibbia di Borso d’Este, uno dei libri esteticamente più belli al mondo, un vero e proprio capolavoro architettonico di un libro, con un lavoro di circa 8 anni di 21 fra pittori i miniaturisti.
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Esemplare della Bibbia di Gutenberg
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Il confronto fra queste due opere rappresenta a pieno la vittoria della modernità: la Bibbia stampata a Norimberga racchiude dentro di se un’innovazione tecnologica formidabile, che permetterà la diffusione del libro oltre i circoli intellettuali, alla quale si accompagna in maniera indissolubile un’innovazione sostanziale da un punto di vista estetico. La Bibbia tedesca non è infatti circondata da illustrazioni, miniature e abbellimenti, ma risulta essenziale, pratica.
È in questo salto in avanti che è racchiuso il segno della modernità: la Bibbia di Gutenberg è passata alla storia come uno dei simboli del 1400, la Bibbia di Borso d’Este, prodotta negli stessi anni, non ha riscosso altrettanto fortuna, difficilmente riesce ad uscire al di fuori dei dibattiti fra specialisti.
Si innesca da questo momento un mutamento dell’estetica, legato ad una diffusione del libro sempre maggiore, ad una sua massificazione, con un ampliamento democratico della cultura.
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| Incipit dell’Ecclesiaste, Bibbia di Borso D’Este |
Nel 1300, quando il lavoro degli amanuensi era ancora essenziale, c’erano in Europa circa 300.000 libri, dopo la stampa si arriverà nel giro di 30 anni a 30milioni di libri, passando dunque da una dimensione piccolissima, ed elegantissima (tant’è che i duchi quando si spostavano portavano con loro sempre i loro libri, tra i beni più preziosi che esistevano) ad una dimensione che potremmo chiamare massificata. In questo salto tecnologico così radicale, avviene un ulteriore salto nella dimensione estetica, attraverso un suo radicale crollo. Il libro passa dall’essere un oggetto estremamente sofisticato, ad essere un prodotto sostanzialmente esteticamente rozzo, avendo però a sua disposizione un numero di utenti nettamente superiore.
Un processo che non pare essere troppo dissimile dalla nostra storia più recente, dove all’allargamento delle basi democratiche e dei consumi, corrispondono dei crolli estetici. Quando nell’Inghilterra di fine Settecento ed inizio Ottocento, viene inventato il calico, ovvero il cotone stampato, abbiamo un mutamento estetico dei costumi, dove un vestito inglese degli inizi del XIX secolo costa sensibilmente meno rispetto ad un vestito di seta veneziana, il quale detiene però un primato di bellezza insuperabile.
La crescita dei diritti di accesso, le rivoluzioni sociali, portano tendenzialmente ad un crollo dell’estetica, dalla quale però può nascere una nuova articolazione figurativa ed il compito fondamentale che bisogna fare proprio è quello di far si che l’estetica rientri nel concetto della diffusione di massa.
Tutto ciò trova il fondamento proprio nella parola “moderno”, che nasce dal punto da cui abbiamo fatto partire il nostro ragionamento, ovvero l’introduzione della penna d’oca per la produzione di documenti nelle cancellerie parigine: il nuovo modo di scrivere colpirà le corti e le università europee, portando alla nascita del cosiddetto “modus parisiensis” (il modo di scrivere parigino) dalla cui unione e contrazione deriverà l’origine della parola "moderno". È esattamente da quel momento che la Francia prenderà una sorta di diritto di primogenitura sull’idea del moderno, rimanendo per molto tempo una guida di innovazione politica, nei sui trascorsi rivoluzionari, ed anche estetica, dove Parigi viene riconosciuta ancora oggi come capitale della moda.
Comprendere cosa è il moderno, significa spesso dover comprendere anche cosa la modernità non è.
Il primo concetto che ci viene in mente quando pensiamo a cosa può essere opposto all’idea di moderno, è probabilmente quello di antichità. Ma la riflessione su cui forse dobbiamo soffermarci, è quella riguardante la discontinuità profonda che intercorre fra la modernità e la contemporaneità.
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| Ritratto di Winckelmann |
Per comprendere le differenze che segnano il distacco fra questi due concetti, occorre indagare il rapporto che entrambi di essi hanno con l’antico, e con la sua idea, interpretando quest’ultimo in maniera totalmente differente, opposta.
Nel 1664 il grande archeologo polacco, poi naturalizzato tedesco,
Winckelmann intraprese un viaggio che lo porterà a riscoprire i luoghi perduti di
Paestum. Antica città della Magna Grecia, la città campana rappresentò per lo studioso polacco un punto di svolta per la sue ricerche, affermando di aver trovato fra le sue rovine “
la rosa dell’antichità” e di aver “
bevuto dall’acqua dei vecchi buoi”, riportando il passato mitico all’interno della sua attualità: un gesto che ricrea un rapporto necessario fra passato e presente.
Le nuove ricerche di Winckelmann non saranno più incentrate sullo studio dei singoli artisti, ma sulla storia dell’arte, ponendo attenzione al dato storico, in un movimento che vede il passato come dato fondante del nostro presente.
Nella modernità l’energia del nostro presente risiede nelle radici del passato.
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| Tempio di Nettuno, Paestum |
Con la contemporaneità il filo con l’antico si taglia, viene reciso. Il cordone ombelicale che lega il presente alla radice del passato viene gettato via.
Adolf Löss, nel 1906, pubblicherà il suo testo La decorazione è un crimine. La sua idea è quella di rigettare ogni legame con l’arte del passato, dove la decorazione è vista come un abbellimento di qualcosa che è già esistente, mentre il compito dell’artista contemporaneo è partire da una tabula rasa, da una neonata razionalità, dove nulla è da ricercare nel passato. L’obiettivo della contemporaneità è quello di essere ciò che si vuole essere reinventando il mondo da zero.
Il XX secolo sarà il trionfo della contemporaneità, il secolo delle grandi rivoluzioni che tenteranno di instaurare un mondo completamente nuovo.
Il Novecento si apre con il
Manifesto del Futurismo di
Marinetti del 1909, che trionfalmente recita
Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossibile? Il tempo e lo spazio morirono ieri.
Quello futurista oltre ad essere una presa di distanza dall’antico, è un vero e proprio rifiuto di esso: “noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie”. Il presente, il futuro, lo spirito dei tempi è nelle loro mani, è nelle mani del singolo, che senza riferimenti può ora modellare il tempo e lo spazio come meglio crede.
È un agire frenetico, energico, violento quello che muove gli artisti futuristi, che vogliono distruggere per poi ricostruire. È un mondo nuovo quello che deve essere creato.
Ma il rifiuto artistico del passato, per quanto millantato dai seguaci di Marinetti, spesso si va configurando come un confronto con esso, dove
Forme e continuità nello spazio di
Boccioni, trova la sua dimensione, specchiandosi nelle forme di un passato a cui, anche non volendo, guarda come riferimento, tentando però un suo superamento, nella
Nike di Samotracia. L’opera greca è un’istantanea che cattura il movimento in una delle sue sequenze, l’opera di Boccioni è il tentativo di incastonare in una scultura un movimento nel suo divenire, nel muoversi in un tempo che ha già scordato il suo passato e che è volto sempre verso il suo futuro.
Il Novecento è il secolo che ha incarnato la contemporaneità nella sua totalità più assoluta, in una estatica che andò ben oltre la scultura e la pittura, ma che si espresse in maniera catastrofica nel tentativo politico di creare un uomo ex-novo, di recidere ogni legame con la storia e proiettarsi verso la costruzione di un mondo con lo sguardo rivolto solo verso il futuro. È stato questo il disastro del nazionalsocialismo, che muove le sue prime orme – come George L. Mosse ci ha insegnato con le sue ricerche – dallo spaesamento dell’uomo di fine Ottocento, che eredita il trauma di un mondo industrializzato e in rapido cambiamento che sta tagliando i suoi ponti con il passato, dove la perdita di valori dovuta ad una strabiliante accelerazione del tempo (causata alla rivoluzione industriale) portò il singolo alla necessità di reinserirsi all’interno di una collettività spesso immaginaria, che bene fu costruita dai movimenti fascisti europei.
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| Rogo dei libri nella Germania del 1933 |
Mai come oggi ci troviamo davanti ad una società che sempre più in fretta perde i suoi punti di riferimento, accelerando in maniera vertiginosa le sue aspettative.
La luce del progresso e della crescita, spesso esclusivamente individuale, paiono essere gli unici diktat a guidare gli studenti ed i lavoratori dell’oggi e del domani.
Lo studio della storia e delle materie umanistiche poche volte nel corso del tempo ha ricoperto così poca importanza nelle coscienze individuali e politiche di tutti noi, ma forse è proprio in un mondo in così rapida ascesa, che rischia però sempre di più di cadere nel baratro, che lo studio della storia e dell’antico potrebbero essere una risorsa indiscutibile per non crollare nuovamente nella catastrofe della contemporaneità.
Sta a noi decidere: vogliamo essere moderni o contemporanei?
Simone Savasta
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