25 febbraio 2026

L’inquilino della 237: Kubrik, Polanski e l'orroroso eterno ritorno del male

Due film, due luoghi isolati, due protagonisti vittime della pazzia e del male che si ripete sempre uguale a se stesso

Doverosa premessa: l’articolo non tiene conto dei romanzi da cui sono tratte le seguenti pellicole, L’inquilino del terzo piano di Roman Polanski (1976) e The Shining di Stanley Kubrick (1980). 

La claustrofobia e l’oscurità. Il protagonista del film di Polanski è un archivista polacco Trelkowski che prende in affitto un appartamento nel cuore della città di Parigi. La precedente inquilina si è buttata giù dalla finestra ed è morta in ospedale, così racconta la portinaia mentre gli mostra l’appartamento. Il giovane, timido e di poche parole, si trova catapultato in una realtà grottesca e spietata a causa dei vicini che lo trattano in malo modo senza un apparente motivo. Uomini e donne arcigni e per nulla empatici che si lamentano per ogni minima sciocchezza. Addirittura non provano nessuno scrupolo nel cacciare dal condomino una povera madre e la sua bambina ammalata per un motivo non del tutto chiaro. L’appartamento nel quale vive suo malgrado Trelkowski si tramuta in una prigione i cui aguzzini sono un’umanità egoista e brutale che prova gusto nel torturare i deboli e gli indifesi. In questa cella isolata prendono vita gli incubi più tetri sedimentati nella mente del povero archivista. La sua clausura è causata dalla sua terra di origine, la Polonia. Infatti non è ben visto, perfino dalla polizia, perché non è nato in Francia. Molto probabilmente il suo disagio nasce anche dalla sua latente omosessualità: Trelkowski afferma di non essere un dongiovanni, non riesce ad avere rapporti sessuali con Stella, una ragazza che gli ronza attorno, e verso la fine comincerà a comportarsi come una donna, nelle movenze e nel vestiario. Forse l’archivista non accetta la sua identità perché sa che non sarà mai accettata. 

Anche l’Overlook Hotel si trasforma in una prigione per Jack Torrance ed è in questo clima di forte alienazione che il custode sarà costretto a guardare nel profondo dell’oscurità che popola i corridoi dell’albergo e della sua coscienza. Jack è un alcolizzato, lo si capisce da una battuta che pronuncia prima che si palesi il fantasma del barman Lloyd. L’alcolismo e i suoi problemi di gestione della rabbia lo hanno portato, nel passato, a far del male a suo figlio Danny e, per tale motivo, la moglie Wendy lo guarda con diffidenza e terrore. Jack non riesce a fare i conti con i sensi di colpa dovuti al suo passato di alcolizzato. È anche uno scrittore fallito, non riesce a portare a termine la commedia che dovrebbe garantirgli una certa popolarità. La sua frustrazione è accresciuta dal suo sentirsi inadeguato: ecco perché prende fin troppo sul serio la sua attività di custode dell’Overlook, vuole dimostrare a se stesso e alla sua famiglia che può concludere qualcosa nella sua vita. Con il passare del tempo realizza che l’hotel (la sua mente?) è popolato da fantasmi senza scrupoli. L’albergo è un microcosmo dominato dal male: è stato costruito su un territorio sacro agli Indiani che è stato loro tolto con violenza; un profondo razzismo manifestano i fantasmi, e quindi Jack stesso, quando gli dicono di liberarsi del «negro» Halloran. Sono gli stessi spettri a voler convincere il custode di piegarsi alla crudeltà quando gli affidano una missione delicata: dover punire severamente la moglie e il figlio perché lo faranno sentire per sempre un fallito. 

La follia e la violenza. La forzata clausura costringe Trelkowski e Jack Torrence a prendere coscienza delle loro paure e degli aspetti più torbidi della loro mente. La debolezza caratteriale, man mano che la storia procede, li imprigiona in una spirale di follia e violenza. L’archivista si sentirà perseguitato dal padrone di casa e dagli inquilini. «Assassini… Voglio attentare alla mia vita!», dirà in più di un’occasione e, alla fine, cercherà di liberarsi dalla persecuzione gettandosi prima contro un’autovettura, poi, per ben due volte, dalla finestra del suo appartamento ma senza successo.

Jack Torrance, delirante, si sentirà investito da una speciale missione dai fantasmi dell’albergo: porre fine alla vita di Danny e Wendy. Ciò lo elettrizzerà per ben due motivi: il primo, potrà sfogare tutta la sua rabbia e frustrazione nel sentirsi un fallimento; il secondo, tale missione lo farà sentire in qualche modo speciale. «Wendy, tesoro, luce della mia vita! … Non ti farò niente, soltanto quella testa te la spacco in due! Quella tua testolina te la faccio a pezzi!», esclama nella scena più intensa e celebre del film. 

Il male e la circolarità del tempo. In un crescendo di delirio e malvagità, i due film si concludono in maniera agghiacciante. Trelkowski, dopo che si è gettato per la seconda volta dalla finestra, viene portato d’urgenza in ospedale. Qui, tutto coperto da garze e bende, è costretto a passare i giorni bloccato a letto. Qui succede qualcosa di inaspettato perché riceve la visita di se stesso, ovvero Trelkowski accompagnato da Stella. Quindi chi è sul letto è la precedente inquilina dell’appartamento? Ad ogni modo il film ritorna al punto di partenza e il povero archivista è costretto a rivivere tutto daccapo. 

Dopo che Jack Torrance muore assiderato nel labirinto, la macchia da presa si sposta in una sala dell’Overlook, Attaccate alla parete ci sono delle vecchie fotografie, in una di queste compare il custode assieme ad altre persone. La foto è stata scattata nel 1921, più di cinquant’anni prima degli eventi raccontati. Jack Torrance, come affermato da un fantasma, è sempre stato il custode dell’albergo. 

Kubrick e Polanski parlano del male che distrugge il tempo e lo ripiega su se stesso, in questo modo la violenza, la follia e il male si ripetono in un eterno circolo vizioso che nessuno potrà mai risolvere ma ne sarà vittima. Il bene si muove lungo una linea retta, c’è un prima e un dopo la conversione; la malvagità striscia lungo una circonferenza e, di conseguenza, si ripresenta sempre uguale. 

«Non c’è niente di nuovo sotto il sole!», con queste parole il re Salomone prende cinicamente consapevolezza di una realtà grottesca e delirante. E tale detto riassume la tragica vicenda del povero archivista e del frustrato custode. 

Emmanuele Antonio Serio

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