4 giugno 2026

Sonata a Kreutzer e La mite: gli angoli più oscuri del matrimonio

Due tra i più grandi rappresentanti in assoluto della letteratura di tutti i tempi, Dostoevskij e Tolstoj, descrivono in due brevissimi romanzi le ombre che si celano dietro il legame matrimoniale e l’istituzione stessa del matrimonio; ne deriva un’analisi interessante che rimane profondamente incisiva e attuale oggi più che mai.

La mite "in breve"

Comparso per la prima volta nel 1876 sulla rivista a cadenza mensile fondata dallo stesso Dostoevskij Diario di uno scrittore (Dnevnik pisatelja), La mite è un racconto lungo che ancora oggi, nonostante sia passato più di un secolo, ci risuona tremendamente attuale.

La vicenda si apre con un uomo che ha davanti il cadavere della moglie, stesa sopra un tavolo in attesa delle esequie, e solo attraverso l’allucinato monologo che ne consegue noi lettori/spettatori capiremo il chi, il come e il perché di tutto quello che è accaduto precedentemente. Il nostro protagonista è un semplice usuraio di una città russa non meglio specificata; capiamo che la giovane moglie si è tolta la vita e pian piano si delineano anche i tristi eventi che hanno portato questa fragile e “mansueta” ragazza di sedici anni a sposarsi con lui, uomo maturo sui quarant’anni. Presto detto: orfana, cresciuta con crudeltà dalle zie, pur di non essere costretta al matrimonio con un uomo rude e spregevole, accetta le avances dell’usuraio, e le sue promesse di una vita migliore (ma non agiata, attenzione). 

Nel suo disordinato e sconvolto resoconto, l’uomo ci fa capire di non essere mai stato davvero innamorato della giovane, nessun nobile sentimento lo spingeva; la verità è che a muoverlo non era altro che il bisogno di avere qualcuno su cui poter esercitare il suo dominio. La poveretta, del resto, non potrebbe avere un appellativo più calzante se non quello di “mite”: servizievole, silenziosa, capace di slanci d’affetto ma comunque remissiva ed accomodante. Per mantenere il suo status di superiorità, lui non deve far altro che comportarsi in maniera distaccata e imperiosa nei suoi confronti. Come lo stesso protagonista sembra aver capito dalla vita, “le persone miti non reggono mai a lungo”.  Eppure, questa donna malleabile e docile, sarà tentata dal commettere omicidio nei confronti del marito, per poi invece prendere la decisione di gettarsi dalla finestra come ultimo atto della sua breve e triste esistenza.

La donna “mite” si svela del tutto soltanto in questa sua ultima scelta, quella che solo la più solida fermezza d’animo può rendere definitiva. Abbandona la vita, pur di non essere costretta ad amare un uomo che non ama affatto. Questa potremmo anche definirla come l’accettazione ultima del suo essere mite in una situazione in cui la vita le richiederebbe rabbia nei confronti di un’altra vita; fatalmente, lei preferisce riversare questa rabbia verso sé stessa.

Sonata a Kreutzer "in breve"

Scritto da Lev Tolstoj nel 1889, in seguito alla sua conversione spirituale, per esorcizzare probabilmente tutti i turbamenti riguardanti la sua stessa relazione coniugale, dando sfogo inoltre alle riflessioni legate al suo modo di concepire la sessualità (e le sue ripercussioni sociali). Attraverso l’espediente narrativo di un lungo viaggio in treno, il narratore accoglie il monologo (o meglio la confessione) di un suo vicino, un signore in evidente stato di agitazione. 

Anche supponendo che un uomo abbia scelto una certa donna per tutta la vita, allora la donna ne sceglierebbe probabilmente un altro.

Questo signore dai capelli bianchi, che risponde al nome di Pozdnyšev, ha una visione carica di cinismo e disillusione nei confronti dell’amore e del matrimonio, e ci tiene a spiegarne il motivo. Secondo il suo allucinato punto di vista, stravolto dall’angoscia, proprio a causa dell’amore ha “fatto ciò che ha fatto”, ovvero assassinare brutalmente la bella moglie Galeotta proprio la Sonata a Kreutzer, composizione carichissima di emotività; lo stesso Pozdnyšev ha favorito la conoscenza tra la moglie e questo suo amico musicista, una conoscenza che però inizia a disturbarlo in maniera patologica nel momento in cui ne scaturisce un duetto piano/violino. Ai suoi occhi, i due sono talmente trasportati dalle note e dal momento che stanno condividendo da fargli perdere qualsiasi capacità di ragionare… tenterà in ogni modo di trovare una logica, una fredda ragione in questo gesto, eppure, alla fine, non rimarrà che l’atto meschino di un uomo dilaniato dalla gelosia.

Affinità e contrasti

Entrambi i racconti, come abbiamo potuto vedere, si aprono nel momento in cui l’episodio chiave è già accaduto, e il protagonista si ritrova a fare i conti con ciò che rimane in seguito alla morte della moglie. Pur se in modalità differenti, le dinamiche che hanno causato gli eventi non si discostano più di tanto, anzi: a colpo d’occhio i due protagonisti potrebbero essere esattamente lo stesso uomo: irascibile, ingombrante, prepotente, ma soprattutto insicuro, tanto da avere il bisogno di prevaricare su chi è più debole per soffocare questa insicurezza. Entrambi sospettano un tradimento, cosa per loro inconcepibile, non tanto perché convinti di aver dato tutto l’amore e l’attenzione di cui erano capaci, quanto perché ai loro occhi la moglie non è altro che un’appendice, una loro proprietà. La “controparte” femminile, a sua volta, è ridotta al silenzio, e viene totalmente privata del suo punto di vista; peggio ancora, in entrambi i casi, la donna non “esiste” se non attraverso la narrazione che ne fa il marito, quindi attraverso il suo (e soltanto suo) punto di vista

Sul silenzio dei morti parlano i vivi.

Paradossalmente, queste due figure femminili, senza voce e addirittura senza un nome, sono due personaggi con tratti molto differenti, ad esempio la “mite” adotta una caratteristica molto apprezzata nelle culture orientali, utilizzando il suo essere mansueta e pacata come punto di forza; la moglie di Pozdnysev, invece, è una donna vitale, che ama e sa accogliere la sua femminilità, in particolare attraverso la musica, potentissimo mezzo a sua disposizione. Per quanto il contesto storico sia pressoché invariato, ci sarebbe comunque un’importante precisazione da fare: come fa intendere anche la postfazione che ha voluto includere al racconto, Tolstoj non è stato sicuramente spinto alla scrittura da un “sentire universale”, quanto più da un suo personale lamento, unito al suo quanto meno opinabile modo di concepire i rapporti sentimentali (e traspare prepotentemente nell’allucinato riepilogo dei fatti di Pozdnysev). D’altra parte, Dostoevskij (e qui è sempre stata la sua immensità e la sua forza) si fa portatore di emozioni e pensieri universali, in cui davvero tutti possono rispecchiarsi.

Un punto di vista contemporaneo...

Nel linguaggio odierno siamo ormai sommersi da espressioni come maschilismo tossico, red flag, narcisismo, e possiamo renderci conto che, pur dando un nome a determinati concetti, a determinati schemi comportamentali, nulla è cambiato e nulla è stato distrutto. Il barlume di speranza, se c’è, sta probabilmente nell’essere più coscienti oggi rispetto a due secoli fa, nel periodo in cui queste due piccole ma preziosissime perle hanno potuto vedere la luce.

Cristiana Carta

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