2 dicembre 2017

«Morire, come ogni altra cosa, è un'arte». Due scomparse indecenti e una morte ambiziosa

Giuseppe Tomasi di Lampedusa Gesualdo Bufalino Rino Gaetano
Giuseppe Tomasi
di Lampedusa
Gesualdo Bufalino
Rino Gaetano

Mi applicai, per puro amore della materia e dei suoi effimeri portatori, alla elaborazione di malattie che fossero rispetto alla morte aditi e corridoi, atrii, anticamere fastose, vestiboli; coltivai la mira di fare del morire grazie ad opportuni affanni del corpo un itinerario interminabile e sacro […]. 
Giorgio Manganelli

In uno dei più geniali testi di Giorgio Manganelli, Discorso sull’invenzione di una patologia universale, l’anonimo, narcisista scrivente loda le malattie, i malanni, le infermità, i morbi ed ogni genere di malesseri da lui ideati «non allo scopo di incrementare la morte, che non ha senso, essendo ormai chiaro che ogni malattia ha con la morte un rapporto stilistico, o urbanistico, ma solo per decorare il percorso, talora per abbreviarlo, ma non per condurre direttamente al risultato»; un elogio estetico non della morte – «la più generosa di tutte le puttane» – ma del percorso che ad essa conduce, dell’atto del morire e non della morte stessa.


Le continue rivalutazioni a posteriori fanno chiaramente comprendere che la morte nobilita l’uomo – «Solo gli dei morti sono dei per sempre» ha scritto Saramago – ma in taluni casi è l’uomo che nobilita la morte – manganellianamente scrivendo, s’intende.

Se «Morire, come ogni altra cosa, è un’arte», secondo la retorica affermazione di Sylvia Plath, alcune morti sembrano sceneggiate dai protagonisti medesimi, e chissà se un giorno la psicologia ci svelerà gli invisibili meccanismi che hanno legato alcune morti dei personaggi ideati e quelle dei loro ideatori.
Il principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa morì a Roma il 23 luglio 1957. La storia della pubblicazione (postuma) del Gattopardo è nota ed intrisa di sommesso umorismo macabro. Il principe spedì il manoscritto che venne rifiutato (sic) due volte dal siciliano Elio Vittorini prima per Mondadori e poi per Einaudi. Anche se l’autore di Conversazione in Sicilia riconobbe il talento d’un vero scrittore, fu Giorgio Bassani che lo fece pubblicare per Feltrinelli e che andò addirittura a Palermo alla ricerca del manoscritto originale; ma era troppo tardi, Tomasi di Lampedusa era morto. Nel testamento, datato 24 maggio 1957, scrisse: «Desidero che si faccia il possibile affinché venga pubblicato il “Gattopardo” […]; beninteso ciò non significa che esso debba essere pubblicato a spese dei miei eredi; considererei ciò come una grande umiliazione». Il Gattopardo verrà pubblicato nel 1958 e l’anno successivo vincerà il Premio Strega.
Nelle ultime pagine del libro si legge la morte del Principe, il protagonista, che aveva opinioni e umori direttamente riconducibili allo scrittore: «si identificava con il principe Salina» disse Gioacchino Lanza Tomasi, suo figlio adottivo. Nelle ultime pagine, dunque, si narra di Don Fabrizio ormai stanco e vicino alla morte: «Don Fabrizio quella sensazione la conosceva da sempre. Erano decenni che sentiva come il fluido vitale, la facoltà di esistere, la vita insomma, e forse anche la volontà di continuare a vivere andassero uscendo da lui lentamente ma continuamente come i granellini che si affollano e sfilano ad uno ad uno, senza fretta e senza soste, dinanzi allo stretto orifizio di un orologio a sabbia». Il principe – Don Fabrizio – era stato a Napoli per consultare il medico sul suo stato di salute e, rientrando, giunto a Palermo venne colto da un malessere; Tancredi, che lo accolse al suo arrivo, suggerì di portarlo momentaneamente all’albergo Trinacria, non essendo in condizione di giungere fino a casa.
  
Doveva aver avuto un’altra sincope perché si accorse a un tratto di esser disteso sul letto: qualcuno gli teneva il polso: dalla finestra il riflesso spietato del mare lo accecava; nella camera si udiva un sibilo: era il suo rantolo ma non lo sapeva; attorno vi era una piccola folla, un gruppo di persone estranee che lo guardavano fisso con un’espressione impaurita: via via li riconobbe […].
Fra il gruppetto ad un tratto si fece largo una giovane signora: snella, con un vestito marrone da viaggio ad ampia tournure, con un cappellino di paglia ornato da un velo a pallottoline che non riusciva a nascondere la maliosa avvenenza de volto. Insinuava una manina inguantata di camoscio fra un gomito e l’altro dei piangenti, si scusava, si avvicinava. Era lei, la creatura bramata da sempre che veniva a prenderlo: strano che così giovane com’era si fosse arresa a lui; l’ora della partenza del treno doveva esser vicina. Giunta faccia a faccia con lui sollevò il velo e così, pudica ma pronta ad esser posseduta, gli apparve più bella di come mai l’avesse intravista negli spazi stellari.

Il principe – Giuseppe Tomasi di Lampedusa – aveva il cancro ai polmoni; si recò a Roma per accertamenti medici, ebbe un malore, venne trasportato in un alberghetto della capitale.
«Tu corteggi la morte», fece dire da Tancredi al suo doppio letterario. Nelle prime ore del mattino del 23 luglio 1957 l’ultimo granello di sabbia attraversò l’orifizio, e il principe si godette la donna che corteggiò gli ultimi anni della sua vita.

Anche Gesualdo Bufalino è stato una tarda scoperta letteraria, avendo pubblicato il suo primo romanzo, Diceria dell’untore, nel 1981, a sessant’anni.
L’ultimo romanzo che ha scritto uscirà in libreria qualche mese prima della sua morte, s’intitola Tommaso e il fotografo cieco ovvero Il Patatràc; e il patatrac c’è per davvero perché il protagonista, che gode d’attributi cultural-sentimentali chiaramente ispirati allo scrivente, alla fine muore. Ma la sua morte è una doppia finzione, poiché la storia – sentite che garbuglio – narra d’un tizio che scrive un romanzo, Il Pataràc, in cui trasfigura la sua e l’altrui vita, compresa quella d’un amico fotografo cieco che, nel romanzo che ha scritto, si trova immischiato in una laida vicenda. Il fotografo – non nella realtà del romanzo Tommaso e il fotografo cieco, ma in quella del romanzo Il Patratàc, morirà in un incidente stradale: «[…] sento alla strappata del suo motore mescersi un cricchiare come di cardini divelti, e scorgo la testa di Tir saltare press’a poco a pezzi; e il tronco, con le braccia alzate come ali di spaventacchio, oscillare un momento nell’aria, prima di abbattersi contro il muro, schizzando una firma vermiglia sul cartellone di Lancelot».

Il romanzo termina, però, con un «Epiprologo» in cui l’amico fotografo (cieco) dopo essersi fatto leggere Il Patatràc lo commenta, criticamente, visto anche la morte che ha riservato al personaggio a lui ispirato. Andranno poi al cinema insieme dove s’accorgeranno, con stupore, che il film in programmazione è Lancelot (Lancelot du lac, di Robert Bresson, 1974); e quando Martino Alàbiso uscirà di corsa dal cinema riversandosi in strada: «”Martino, Tir! Attento!” grido dentro di me, mentre scorgo a due passi da me la testa del cieco saltare press’a poco a pezzi, e il tronco, con le braccia come ali di spaventacchio, volare in aria confusamente prima d’abbattersi contro il muro, stampando una sagoma rossa sul cartellone di Lancelot».

Insomma, per usare le parole di Bufalino, «un serpente che si morde la coda: quando tutto sembra finire, tutto sembra ricominciare». Sorvolando sulle innumerevoli «criptocitazioni», sul significato del nome del fotografo cieco, Tiresia – l’indovino della mitologia greca – sul film di Bresson citato, torna spesso, nella letteratura di Bufalino, lo scrittore-dio puparo d’inutili marionette: insomma, se la vita non imita l’arte, l’arte imiterà la vita, Gesualdo Bufalino morirà il 14 giugno 1996 per un incidente stradale. Lui, che non aveva la patente, lui, che aveva fatto morire Giufà, e con esso un’epoca, travolto da un’auto.

Il cantautore calabrese Rino Gaetano morì a Roma il 2 giugno 1981. Qualche giorno prima ebbe un incidente stradale che distrusse la sua auto ma lo lasciò soprendentemente illeso; acquistò immediatamente un’altra auto, uguale alla precedente, ma, qualche giorno dopo, lungo la via Nomentana la sua Volvo 343 (nuova) si schiantò contro un camion. Le sue condizioni erano gravissime ma venne prontamente soccorso ed accompagnato al policlinico Umberto I che rifiutò di curarlo, perché al completo. Un’incredibile via crucis fece fare tappa, all’ambulanza, in altri quattro ospedali – cinque in totale – che lo rifiutarono fino a quando giunse al Gemelli, lì, ricoverato, Rino Gaetano morì. Pochi giorno dopo si sarebbe dovuto sposare.

«La più generosa di tutte le puttane». Con Rino fu talmente munifica che qualche internauta paventa ancora un’occulta manovra, dato che le sue facezie presero sovente di mira importanti personaggi a cui la censura aveva concesso l’anonimato.

Una decina d’anni prima Gaetano aveva scritto questa canzone:

Quel giorno Renzo uscì, andò lungo quella strada
e una Ferrari contro lui si schiantò
il suo assassino lo aiutò e Renzo allora partì
verso un ospedale che lo curasse per guarìr.
Quando Renzo morì io ero al bar
La strada era buia si andò al San Camillo
e lì non l’accettarono forse per l’orario
si pregò tutti i Santi ma s’andò al San Giovanni
e lì non lo vollero per lo sciopero
Quando Renzo morì io ero al bar
era ormai l’alba andarono al Policlinico
ma lo si mandò via perché mancava il vicecapo
c’era in alto il sole si disse che Renzo era morto
ma neanche al Verano c’era posto
Quando Renzo morì io ero al bar,
al bar con gli amici bevevo un caffè.

P.S: L’undici febbraio 1963, dopo aver preparato la colazione ai figli ed averli accompagnati a scuola, Sylvia Plath si tolse la vita.

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