9 aprile 2017

Universale e particolare nella poetica di Kafka


L'opera di Kafka sembra volere indagare l'uomo da punti di vista insoliti, stranianti, che tengono conto del particolare, più che dell'universale. I suoi romanzi e racconti non parlano mai direttamente di crisi esistenziali e dubbi metafisici, i quali invece, pur taciuti, sono le radici profonde di ogni scritto di Kafka. Così Joseph si trova a dover risolvere una bizzarra faccenda giudiziaria, e l'agrimensore K. è costretto a convivere con un misterioso malinteso, senza che vi sia mai una spiegazione, un chiarimento, una ragione che sta alla base di tutto.

Ogni tentativo di universalizzare un qualche messaggio è soffocato dalle trame isolate e recintate dei testi kafkiani, che si rifiutano di dialogare con qualsiasi idea o concetto. Ecco perché parlare di "temi" dell'opera di Kafka risulta pressoché impossibile, se non mediante interpretazioni che, invece di analizzare il testo, costruiscono su di esso - lecitamente - nuovi discorsi. In Kafka manca quindi totalmente la connessione tra ciò che è scritto e l'astrazione da cui è determinato -ovvero ciò che "sta dietro al testo" - non c'è mai un varco che ci possa fare intravedere una luce chiarificatrice. Il velo intessuto delle parole dei testi kafkiani è un velo che non si squarcia mai, resistente e forte della sua opacità. Ecco quindi che la poetica di Kafka diventa quella del non detto, del nascosto, che costituisce l'abisso invisibile da cui il detto attinge.

Così la lettura di Kafka non ci guida nel mondo delle idee, della ragione, ma ci catapulta nel mondo delle non idee, un mondo in cui tutto è assurdo, in cui l'assurdo ci rapisce e ci imprigiona e ci costringe a vivere anziché pensare, inquietarci anziché riflettere. È come se fossimo inconsciamente risucchiati da un vortice che gira e gira, e sentire la nausea senza conoscerne la causa. La comprensione razionale, la calviniana visione dell'alto si eclissa per lasciare spazio a una totale partecipazione emotiva di un frammento infinitamente piccolo di realtà, che si traduce in un angosciante senso di smarrimento.

C'è un racconto di Kafka che esemplifica quanto detto in un modo estremamente sopraffino: si chiama Il cruccio del padre di famiglia. In questo brevissimo racconto un uomo si mette a riflettere su un oggetto particolarissimo, chiamato Odradek. L'oggetto, il cui nome è di etimo incerto, consiste in «una specie di rocchetto da refe piatto, a forma di stella» formato da «frammenti sfilacciati, vecchi, annodati ma anche ingarbugliati fra di loro e di qualità e colore più diversi». Ricordando Il gomitolo ingarbugliato di Gadda, si potrebbe concludere che l'Odradek altro non è che la particolarissima rappresentazione del mondo, dell'esistenza. L'impossibilità di definirlo, la sua forma disarmonica e complessa rendono l'Odradek l'immagine assurda dell'assurdo. Assurdo che Kafka ricrea immancabilmente in tutte le sue opere, immergendovi fino al collo i lettori. Così l'Odradek, come il mondo, «appare privo di senso ma, a suo modo, completo», impermeabile al bisogno di compressione dell'uomo, sfuggente e «mobilissimo» il suo essere muto e indecifrabile irrita e inquieta l'uomo, al quale concede solo delle fugaci risate, senza senso. «Ma è una risata come la può emettere solo un essere privo di polmoni. È un suono simile al frusciar di foglie cadute». È la crudele risposta del mondo alle domande dell'uomo impotente; è la beffa che quest'ultimo sente di aver subito quando si rende conto della propria inferiorità rispetto all'assurdo della realtà. 

Il cruccio terribile del padre di famiglia è infatti il seguente: «Potrebbe dunque darsi che l'Odradek un giorno ruzzolasse ancora per le scale, trascinandosi dietro quei fili, fra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli? Certo non nuoce a nessuno; ma l'idea che egli possa anche sopravvivermi quasi mi addolora». Il finale, che ricorda le ultime battute de Il processo (la vergogna che sopravvive in eterno), è inaspettato e straniante, e costituisce il culmine di un'inquietudine che, in un forte crescendo, si acuisce sempre più fino ad aprire una voragine incolmabile; un senso di vuoto che è l'esperienza dell'essere nulla di fronte alla realtà, anche se essa è un piccolo oggetto deforme, in apparenza innocuo. È, questa, una realtà che sta muta ma ride, ride dei piccoli uomini più deboli di un groviglio di fili, e li umilia senza pietà.

Ma possiamo veramente dire tutto questo del racconto kafkiano? Si parla veramente nel testo dell'assurda realtà che ci governa o piuttosto solo di un bizzarro oggetto senza utilità? L'interpretazione prima ipotizzata è frutto di un discorso costruito - in modo lecito ma non aderente - sul testo stesso, il quale di per sé non rimanda a un significato profondo, quale è l'assurdità del mondo. Quel che al racconto realmente appartiene, e quel che rimane dopo la lettura, è un grado di partecipazione emotiva totale, il cui svincolamento da ogni discorso razionale confonde e al tempo stesso stuzzica il lettore. In quest'ultimo penetra tutta l'inquietudine e il caos che dal testo trasudano, inquietudine e caos che stanno alla base della tensione letteraria di Kafka e che stimolano anche la creatività e il pensiero di chi legge; il lettore è infatti mosso dalla necessità razionale di dare forma al testo kafkiano e costruisce così nuovi discorsi e interpretazioni. Si ha così una letteratura che muove altra letteratura. Una letteratura che rappresenta il mondo e contemporaneamente costruisce sopra di esso.

Massimo Piazzolla

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