24 marzo 2017

Conversazione sur-reale su una sconfitta o una vittoria mai vinta: la scrittura e la letteratura


Corrado Alvaro, scrittore che ha raccontato il destino e la civiltà del Mediterraneo, muore a Roma nel 1956, assistito da Cristina Campo. Aveva sessantuno anni.

Cristina Campo (nom de plume di Vittoria Guerrini), scrittrice e poetessa, muore nel 1977. Aveva cinquantaquattro anni. Una vita incentrata verso lo scavo della malinconia. Una poesia alla deriva del silenzio e del mistero:

«... ma di noi
sopra una sola teca di cristallo
popoli studiosi scriveranno
forse, tra mille inverni:
"nessun vincolo univa questi morti
nella necropoli deserta" ».

Luigi Pirandello muore, invece, prima di Corrado Alvaro, nel 1936. Aveva sessantanove anni. Ha viaggiato sempre tra maschere e verità, nel gioco delle parti e delle finzioni che sfidano la fantasia.

Ognuno di loro è andato via senza fare chiasso, portandosi nello sguardo la forza di essere abitati dalla solitudine e da parole rimaste serrate tra le labbra. Chi è riuscita ad abitare la solitudine come può abitarsi il silenzio è stata Maria Zambrano, amica di Cristina Campo, studiosa di Luigi Pirandello e immersa nelle memorie del mondo sommerso di Corrado Alvaro. Maria muore nel 1991. Aveva ottantasette anni. La filosofia e la poesia sono state per lei un intreccio gestito con la consapevolezza che: «...la meraviglia non vuole nulla". Perché come mi ha insegnato Cristina "La pura poesia è geroglifica: decifrabile solo in chiave di destino».

C'è chi sceglie di morire in solitudine, distante e lontano, ma con la parola consumata come mestiere tra scrivere e vivere. Cesare Pavese muore nel 1950 in una stanza d'albergo, consegnandosi al sonno eterno con delle bustine di sonnifero. Aveva quarantadue anni.
Che cosa lega questi inquieti erranti dell'anima e nei deserti? La malinconia? Si vive di nostalgie.

Nostalgie non per una terra soltanto, non per una vita passata, non per un tempo che il tempo stesso ovunque cancella, lasciando la fragilità di un ricordare che perde di senso quotidianamente.

Cosa si direbbero oggi Corrado, Cristina, Luigi, Maria e Cesare? Forse sì o forse non direbbero? Basterebbe tra loro una sola battuta, un segno o soltanto uno sguardo?

Corrado: "Ho viaggiato tra i labirinti e mi sono trovato a percorrere le memorie e poi mi sono reso conto che ho vissuto un mondo sommerso...".

Cristina: "Ho cercato di cavalcare la tigre dei miei pensieri, ma ho tra le mani una tigre di carta...".

Luigi: "La recita non finisce mai e nonostante sia tutto apparenza abbiamo sempre bisogno di una maschera anche oltre la scena stessa che viviamo...".

Maria: "Ho abitato il mio silenzio, ma l'isola non mi è bastata, perché ogni casa che mi ha accolta ha sempre avuto dei segreti nella soffitta...".

Cesare: "La morte giunge nel momento in cui non siamo noi a deciderlo, ma è il destino che fa di noi ciò che siamo...".

La "necropoli" è sempre "deserta". Ogni scrittore vive di acropoli e di necropoli perché è in questi luoghi di voci e di silenzio che ogni gesto di tempo si colma di resti di memoria. Ed è qui che prende il sopravvento la dimensione dell'esistere che ha un senso nello spazio dell'onirico.

Cesare: "Non ci saranno giorni senza la misura del destino...".

Luigi: "I miei personaggi? Io sono l'unico personaggio che vive in tutti i personaggi...".

Maria: "Ho fatto della mia filosofia una confessione di letteratura e di esistenza...".

Cristina: "Bisogna spettare che i ritorni diventino un vero ritorno...".

Corrado: "L'uomo che vive aspettando naviga legando il confine agli orizzonti...".
Ognuno di loro si portava dentro la teatralità di un retroscena. La grande confusione è lo smarrimento tra la ribalta e ciò che si considera realmente la scena. Si è sempre estranei. Lo straniero che vive in loro è ciò che loro non sanno di essere.

La scrittura diventa una griglia simbolica. Una griglia! Per alcuni è diventata una pagina scritta, per altri una parola consumata prima di essere pronunciata, ma in ognuno di loro la nostalgia non fu mai vaga promessa.

Dalla nostalgia si rinasce o si muore. Oppure si scrive.

La tragedia è sempre la sconfitta della nostalgia. Nel loro incontro il vissuto è un tempo che resiste alla memoria.

Così nel mondo sommerso da Corrado a Cesare e nei sottosuoli da Cristina a Luigi, sino al vento andaluso di Maria.

Il resto è la pronuncia di una sconfitta o di una vittoria mai vinta. Questo è lo scrivere? Questa è la letteratura?


Pierfranco Bruni

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