6 aprile 2009

Woody Allen tra autobiografismo e (auto)plagio


Dio è morto, Marx è morto e anche io non mi sento tanto bene.

Nell’inverno del 1997 Woody Allen è morto. Almeno per me.
Dopo aver terminato Harry a pezzi nient’altro che il prolifico regista americano puntualmente ogni anno, ci propina, sembra essere all’altezza della stagione d’oro che ha vissuto tra la fine degli anni settanta (da Io e Annie) e quella fatidica data. Quella della sua morte, appunto. Ma siccome la morte, notoriamente, «nobilita l’uomo» e ancor di più l’artista, ecco i critici europei non mancare mai al puntuale appuntamento – a Cannes o a Venezia – con lo sperticato elogio del maestro.

«Segnali d’imperfetta morte», per dirla con le parole d’un grande scrittore, s’erano visti da tempo, per la verità, ma dopo quell’ultima testamentaria opera che racchiude tutte le ossessioni cinematografiche di Allen – autobiografismo, comicità brillante e surreale, analisi psicologica, folgoranti ‘trovate’ a servizio d’una tecnica a volte inefficace – il nostro sembra vagolare, sperduto, nella notte della senilità.

So già che state pensando a Match Point (2005), che lo stesso Allen ha definito il suo miglior film, ma si stratta di un (auto)plagio, certo non privo di geniali intuizioni, o a Vicky Cristina Barcelona (2008) che non aggiunge niente alla sua carriera, ma che s’è beccato la denuncia dello scrittore Alexis de Vilar che lo ritiene un plagio del suo Goodbye, Barcelona.

In realtà certe caratteristiche i suoi film le hanno sempre avute – e parlo anche del plagio – solo che l’icastica che allora – quando era in vita – trasbordava potente dai suoi film, rendeva queste caratteristiche dei “marchi di fabbrica”. Eccone alcuni:

Autobiografismo

L’autobiografismo è un tratto distintivo delle opere di Allen, benché l’interessato, nei casi più imbarazzanti, lo neghi. Le sue compagne di vita sono spesso state compagne nel grande schermo.

Harlene Rosen è la sua prima compagna stabile, era il 1955, Allen aveva vent’anni e già da alcuni anni scriveva testi per famosi comici americani. Non era ancora approdato al cinema ma le sue esibizioni nei cabaret – puntualmente ritratte nel suo primo film marcatamente autobiografico, Io e Annie – non mancavano di riferimenti alla «terribile signora Allen»; tanto che la Rosen, dopo il divorzio nel 1962, lo denunciò per diffamazione.

Nel 1966 Allen si sposa con l’attrice Louise Lasser, che appare accanto a Woody nei suoi primi tre film da regista.

Risale probabilmente al 1970 il primo incontro con Diane Keaton; gireranno insieme sette film, tra cui: Io e Annie, e Manhattan. In quest’ultimo Allen è fidanzato con una ragazza diciassettenne (lui ne aveva già 44) di nome Tracey, come nella vita: Stacey Nelkin, una studentessa newyorkese.

Nel 1980, probabilmente, inizia la relazione con Mia Farrow. Gireranno insieme tredici film, da Una commedia sexy in una notte di mezza estate, scritta per lei nel 1982, fino a Mariti e mogli (1992), passando per film come Hanna e le sue sorelle, Radio days e Crimini e misfatti.

Io e Annie (1977), inaugura l’autobiografismo di Allen, il film narra della sua relazione con Annie (Diane Keaton). Il titolo originale è Annie Hall, ed il vero cognome di Diane Keaton è Hall, mentre sembra che Allen, in privato, la chiamasse Annie.

Hanna e le sue sorelle (1986) è girato nel vero appartamento di Mia Farrow a Manhattan, recitano pure la sua vera madre e sette degli otto figli di Mia (compresa la sua futura terza moglie Soon-Yi Previn).


In Mariti e mogli l’autobiografismo sconfina nella profezia: nel film si narra di una coppia, la Farrow e Allen, sposati da dieci anni, ed è da circa dieci anni che nella vita reale stavano insieme. Fino a quella fatidica data, perché pochi mesi prima l’uscita del film, Mia trovò in casa delle fotografie di Soon-Yi nuda scattate proprio da Allen, che ammise la relazione pseudo-incestuosa. “Pseudo” perché tecnicamente Allen non è suo padre, avendo Mia adottato l’orfana coreana con il precedente compagno, André Previn. È dunque una figlia adottiva acquisita, cosa che gli ha permesso di sposarla, a Venezia, nel 1997. Nel film dunque si narra, dicevo, di questa coppia in crisi poiché Woody si innamora di una ragazza molto giovane, una studentessa che segue il corso di scrittura creativa che egli tiene all’università. È come se il rapporto viscerale che egli ha con i suoi film lo spinga ad una immedesimazione completa del personaggio di cui scrive, arrivando a far dire a Mia cose che avrebbe potuto dirgli nella realtà, o che gli ha forse detto: «Tu non nascondi niente a me? […] Desideri, sai… sentimenti, insoddisfazioni», «Provi ancora attrazione per me?», «Sei mai stato attratto da altre donne? […] da tutte le ragazze che hai ai tuoi corsi». Nello stesso film il personaggio che Woody interpreta dice, relativamente alla sua relazione con la giovane: «La mia mente, forse sarà perché sono uno scrittore, ma ogni drammatica o estetica componente la sento giusta… io vado dietro a quella persona e c’è un… una certa atmosfera drammatica e io mi sento… mi innamoro della persona, io mi innamoro della situazione in qualche modo… e certo, questo non ha dato gran risultati». Sono moltissimi gli elementi autobiografici presenti in questo e in molti altri film, come le caratteristiche che attribuisce ai personaggi interpretati da Mia – che in questo dice di essersi precedentemente sposata giovanissima, come nella realtà, quando sposò ventunenne l’allora ultracinquantenne Frank Sinatra; e poi un’altra volta, come quando, nella vita, sposò André Previn.

Woody Allen in Stardust memories (1980)
Stardust memories (1980) narra di un regista quarantenne, newyorkese, ebreo, occhialuto e bruttino ma molto fortunato con le donne, apprezzato per la sua comicità e scoraggiato da critici e produttori – soprattutto produttori – ad abbandonarla. È il fedelissimo (auto)ritratto di Woody Allen all’epoca, quando muoveva i primi passi verso un cinema più impegnato e intellettualistico: l’ebraismo, Freud, la depressione, Dio, la psicoanalisi, le donne e il jazz.

In Harry a pezzi (1997) Allen nega l’autobiografismo, ma è quasi impossibile credergli.

Harry, come lui, ha avuto – contando Son-Yi – tre mogli e sei strizzacervelli. I problemi con analisi, prostituzione, figli perduti, divorzio, riguardanti sia la vita reale che la fiction, vengono esibiti con feroce crudezza. (John Baxter)
Che sia Virgil, Alvy, Isaac, Danny, Gabe o Larry, Woody Allen è sempre lo stesso. Eppure ogni volta diverso. Ma si può dire che, se abitano molto spesso a Manhattan, portano generalmente gli stessi vestiti e gli stessi occhiali, i suoi personaggi cambiano cognome, nome, dunque identità? Quando Woody si è trasformato in Harry, sembra che abbia voluto riunire tutte queste differenti identità in un unico personaggio. (Antoine De Baecque)

Il film narra di uno scrittore col “blocco creativo” che, tra realtà e immaginazione, ricorda il suo passato, la sua turbolenta vita sentimentale, il suo ateismo, le persone che ha amato nella realtà e quelle che ha creato nell’arte, in una completa fusione tra realtà e immaginazione. Persone vere che si comportano come personaggi inventati e personaggi inventati che ritraggono la realtà: «Hanno detto che il tema principale di tutti i miei film è la differenza tra realtà e fantasia. In effetti è un tema che ricorre molto spesso, e penso dipenda essenzialmente dal fatto che odio la realtà. Ma sai, la realtà è l’unico posto in cui possiamo mangiarci una bella bistecca per cena» ha confessato Allen, smorzando con una battuta il tono serioso della conversazione, a Stig Björkman, nel celebre libro-intervista Io, Woody e Allen. Un regista si racconta. In questo film Allen si mette totalmente in gioco con palesi riferimenti allo scandalo con Mia Farrow, compreso la citazione letterale di alcune delle critiche che in quel periodo gli rivolgevano.

Nello stesso anno dell’uscita del film, il 1997, Mia Farrow pubblica l’autobiografia Quel che si perde, dando ragione all’aforisma di Ennio Flaiano secondo il quale: «Le donne scrivono per vendicarsi» (in Manhattan il protagonista (Allen) si reca dalla ex moglie per persuaderla dal pubblicare un libro sul loro fallito matrimonio).

Il pericolo di “inventare” frugando nella realtà è presente in Harry a pezzi sin dall’inizio. La sua ex amante, Lucy, entra in casa sua sbraitando che nel suo ultimo romanzo ha descritto lei stessa rendendola riconoscibile: «come hai potuto scrivere quel libro, eh? Sei così egoista, così pieno di te che te ne strafreghi di chi distruggi. Hai raccontato tutta la nostra storia! Ogni dettaglio. Mi hai sputtanata con mia sorella. Marvin mi ha lasciata, se n’è andato». Anche la sua ex moglie si riconoscerà in uno dei personaggi del romanzo. In Hanna e le sue sorelle Mia Farrow si lamenta della sorella Holly che, in un suo scritto, si è ispirata alla sua vita coniugale. In Un’altra donna, Larry dice alla donna che ama, Marion, che il personaggio di un romanzo cha ha scritto è ispirato a lei. In Mariti e mogli ancora Mia Farrow lamenta l’autobiografismo di un romanzo di Gabe (Allen).


In Hollywood ending Allen interpreta il ruolo di un grande regista sul viale del tramonto che non riesce più a fare i film di un tempo. A parte l’evidente auto-ispirazione – in una scena, su una parete è appeso il poster di Manhattan; in un’altra dice di aver vinto due oscar, come nella realtà – c’è di più, Woody si mette in gioco completamente, dimostrando una grande lucidità nell’evidenziare il declino della sua opera.

[…] quando stavo scegliendo il cast per La dea dell’amore, ero in sala riunioni con Juliet Taylor, la mia responsabile del casting, […] e le dissi: “Che ne pensi di Mia? Sarebbe perfetta!” Tutti i presenti dissero: “No, se prendi lei noi ce ne andiamo! Come fai a venirtene con un’idea del genere? È assurdo! Dopo tutti quei pasticci legali!” E io risposi: “Si, ma andrebbe bene per la parte e probabilmente accetterebbe. Io la dirigerò e lei si comporterà da professionista. Dopo il lavoro ce ne torneremo ognuno a casa propria, non dovremo mica andare a cena al ristorante, lavoreremo insieme e basta”. Ma nessuno voleva sentirne parlare.

Questa scena, che Allen ha raccontato a Björkman nel libro citato, è presente nel film, dove la parte della sua ex-moglie è affidata a Tea Leoni, e sarà lei stessa a procurargli l’opportunità di girare un altro film. Purtroppo Val, il personaggio interpretato da Allen, perde improvvisamente la vista ma riuscirà ugualmente a portare a termine le riprese del film, il cui risultato è un disastro, ma viene ugualmente accolto in Francia come un capolavoro. «La Francia mi ha sempre dimostrato un grande affetto, ricambiato. Ma siccome mi hanno sempre stimato più del dovuto, per questo nel film li prendo un po’ in giro».

Alcuni elementi (autobiografici) ricorrono, nei film di Allen, in maniera ossessiva: la psicoanalisi – Woody è stato in cura per più di trent’anni – citata in quasi tutti i suoi film e fortemente “presente” in Io e Annie, Manhattan, Stardust memories, Zelig, Un’altra donna, Harry a pezzi, Celebrity, Anything else. La magia, passione infantile di Allen, protagonista in: Edipo relitto, Ombre e nebbia, La maledizione dello scorpione di giada, Scoop. La passione per i fratelli Marx, in: Prendi i soldi e scappa (in una scena i genitori indossano maschere di Groucho), Tutti dicono I love you (alla fine del film vanno ad una festa in cui i partecipanti devono indossare maschere di Groucho), Hanna e le sue sorelle (Woody racconta a Dianne Wiest come, grazie ad un film dei Marx, sia riuscito a farsi una ragione della sua malinconia), Io e Annie (cita una battuta di Groucho come la battuta della sua vita), Manhattan (nell’elenco delle cose per cui «vale la pena di vivere» Groucho Marx è il primo). Ancora, l’ebraismo: praticamente tutti i personaggi che ha interpretato, o che ha fatto interpretare ad altri attori ma che sono evidentemente la sua proiezione, sono ebrei (come lui) e abbondano di battute e riferimenti all’olocausto, alle tradizioni ebraiche, al nazismo. L’ossessione dei titoli di testa: lo stesso carattere in tutti i suoi film da più di trent’anni (Windsor) e della musica jazz.
Woody Allen in Io e Annie (1977)
Un’altra ossessione è quella di rappresentarsi, nonostante la maschera comica da schlemiel, come un gran seduttore capace di concupire con successo: la giovanissima Juliette Lewis, Mira Sorvino, Goldie Hawn, Tea Leoni, Helen Hunt e, addirittura, Demi Moore, Julia Roberts e Charlize Theron.

Ossessioni, queste, addirittura ridicole, ma che poi tanto ridicole non sono se si pensa alle bellissime donne che (nella vita reale) ha frequentato e alle differenze di età. Dalla prima moglie, Harlene Rosen, differisce tre anni, dalla seconda, Louise Lasser, quattro anni, da Mia Farrow dieci anni, da Diane Keaton unidici anni, da Stacey Nelkin ventisette anni e da Soon-Yi, terza e ultima moglie, trentacinque anni.


Plagio

I plagi di Allen sono, in certi casi, talmente sfacciati da far pensare più ad una sorta di “poetica” che a plagi veri e propri, che egli, peraltro, non nasconde.

L’idea centrale di Stardust memories e la trama stessa sono palesemente tratte da di Fellini, tanto che la critica americana stroncò il film facendo leva, principalmente, su questo; la scena iniziale, poi, è quella di un sogno – in bianco e nero, come tutto il film e come – come l’inizio del capolavoro felliniano dove Mastroianni sogna di volare. Il sogno del protagonista, però, è un altro plagio – davvero clamoroso – de Il silenzio (Tystnaden) di Bergman, del 1963, lo stesso anno di , anch’esso in bianco e nero e con la splendida fotografia del fedele Sven Nykvist (che qualche anno più tardi Allen chiamerà a lavorare con sé).

Il film successivo, Una commedia sexy in una notte di mezza estate, è debitore, già nel titolo, a Sorrisi di una notte d’estate (Sommarnattens leende) di Bergman. Radio Days ha delle influenze felliniane, questa volta Amarcord, anche se bisogna ammettere che i citati film del regista italiano sono diventati, col passare degli anni, dei modelli cinematografici universali. La trama di Ombre e nebbia è tratta da M, il mostro di Düsseldorf, di Fritz Lang, 1931. La trama di Harry a Pezzi è tratta da Il Posto delle fragole: Harry deve andare alla sua ex università per ritirare un premio, come il professor Borg del film di Bergman. La trama di Celebrity riprende La dolce vita: il protagonista è, anche in questo caso, un giornalista che si aggira per il mondo dei divi. Anche se meno accentuato di Stardust memores, anche Hollywood ending deve l’idea centrale ad .

un fotogramma di Manhattan (1979)

“Auto plagio”

Ma i plagi di Allen non si limitano ai film altrui. Crimini e misfatti (1989) è costituito da due storie parallele, una delle due è quella di Judah Rosenthal, uno stimato oculista (ebreo) che ha una relazione extraconiugale con un’assistente di volo che l’ossessiona, minacciandolo di raccontare tutto a sua moglie. Quando la storia diventerà sempre meno “gestibile” deciderà di farla uccidere. Woody riutilizzerà la trama per Match point (2005) e, parzialmente elaborata, per Sogni e delitti (2007).

In Tutti dicono «I love you» (1996) Joe (Allen) riesce a conquistare Von (Julia Roberts) perché la figlia ha ascoltato casualmente le sue confessioni da dietro un tramezzo della casa di una sua amica, la cui madre fa la psicologa e curava Von. Ha così suggerito a Joe cosa Von vorrebbe sentirsi dire e cosa le piace. L’espediente di ascoltare da dietro un tramezzo le confessioni di una paziente alla psicologa è l’idea portante di Un’altra donna (1988).

Un’altra delle ossessioni dei film di Allen è quella del triangolo amoroso. In Provaci ancora, Sam (1972), scritto da Allen ma non diretto da lui, il protagonista, Allan (Woody), depresso per la “rottura” con la compagna è consolato dalle premure della coppia di amici Dick e Linda. Allan e Linda si innamoreranno, indecisi se assecondare o meno i loro sentimenti per non ferire Dick. Questo schema del triangolo amoroso è ossessivamente presente nel cinema di Allen. Con leggere variazioni sarà riproposto in: Manhattan, Una commedia sexy in una notte di mezza estate, Settembre, Un’altra donna, Anything else, Melinda e Melinda, Match point, Vicky Cristina Barcelona.

Tirare le somme di questo breve excursus non è cosa agevole e soprattutto breve. Dovremmo pensare Allen come un’incapace che sopperisce alle falle della sua immaginazione rubando quel che può dalla sua e dalle altrui vite? Io penso che i continui rimandi alle sue personali esperienze – ve ne sono moltissimi altri – dimostrino soprattutto il legame privilegiato, tema peraltro di quasi tutti i suoi film, che stabilisce con la sua arte. È come se Allen confondesse davvero realtà e immaginazione (come diceva di se stesso in Io e Annie) in un assorbimento quasi totale difficilmente pensabile per un regista cinematografico oggi, per giunta americano. Assolutamente fuori dalle mode, fuori dai giri che contano, fuori dal sistema hollywoodiano – non ha nemmeno ritirato i due oscar che ha vinto – sembra la prova dell’aforisma d’un grande architetto: «quanto più locale, tanto più universale».

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