26 aprile 2010

Tarchetti - poesie

La parabola esistenziale di Igino Ugo Tarchetti è breve, intensa e moderatamente tormentata come quella di artisti che siamo soliti escludere dal panorama italiano. Eppure, schiacciati dal peso culturale della Francia del secondo Ottocento, quella degli Scapigliati è una vicenda che meriterebbe molta più attenzione. Tarchetti è stato scrittore, giornalista e, meno frequentemente, poeta.
Le due composizioni sono tratte dalla raccolta, uscita postuma, intitolata Disjecta (versi).





[senza titolo]
Ell'era così fragile e piccina
che, più che amor, di lei pietà sentìa;
d'angioletto parea la sua testina
così diafana ell'era e così pia.

Le orazioni dicea sera e mattina.
Di notte avea paura e non dormìa,
piacevanle le bacche di uva spina,
le chicche, e mi dicea «dolcezza mia».

Ella era piena di delicatezze,
piangea di tutto e sorridea di tutto,
vivea di zuccherini e di carezze:

eppure quel fior sì frale e delicato
ha la mia forte gioventù distrutto,
ha la saldezza del mio cor spezzato.





Memento!
Quando bacio il tuo labbro profumato,
cara fanciulla, non posso obbliare
che un bianco teschio vi è sotto celato.

Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso,
obbliar non poss'io, cara fanciulla,
che vi è sotto uno scheletro nascosto.

E nell'orrenda visïone assorto,
dovunque o tocchi, o baci, o la man posi,
sento sporgere le fredda ossa di morto.


Igino Ugo Tarchetti, [Senza titolo] e "Memento!", da: Disjecta (versi), 1879, in: Lirici della scapigliatura, Mondadori, Milano, 1997, pagg.119 e 122.


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