15 ottobre 2010

L’esperienza mistica di Godard: dalla fenomenologia alla vita

Due o tre cose che so di lei
Copertina del film di Godard Due o tre cose che so di lei

La parola che non ha più degno riscontro nella società dell’immagine, la parola che perde la sua funzione descrittiva in favore della preminenza visiva, immediata delle sigle che appaiono sui palazzi di una Parigi in piena crisi socio-culturale silenziosa, espressione della catastrofe mondiale – maggiormente europea – del nichilismo è ciò che Jean-Luc Godard, a distanza di tempo, ha saputo evidenziare nelle sue fattezze originarie.

Parigi è Elle ed Elle è Parigi; lei, infatti, non è la protagonista, e le Due o tre cose che so di lei (1966) sono i particolari sfuggevoli, irrilevanti informazioni alle quali l’europeo odierno non dà più spazio. Elle è Parigi e i suoi abitanti, di cui, ad uno sguardo esterno ed interno, è possible scoprirne solo 2 o 3 cose. Elle è Parigi smembrata, è il non è dell’uomo. Parigi non è più lo squarcio delle immagini poetiche della citè de l’amour, ma fa da sfondo a dialoghi pregni di significanza, eppure paradossalmente svuotati, tra i diversi soggetti-oggetti della città stessa, che li racchiude, li tiene stretti a sè come a proteggerli. La città, come tutte le città europee, non è più il centro attivo nel quale il soggetto pensante si muove e agisce in maniera volontaria e autentica, bensì è il contenitore che ora ha fagocitato questi stessi esseri privati oramai di ogni appartenenza a sè, privi di significanza tanto dal punto di vista dell’azione quanto da quello espressivo.

Jean-Luc Godard

Le due facce della medaglia del progresso tecnico e industriale ha portato allo svuotamento dei soggetti i quali, in un primo tempo hanno attivamente agito, forse, con le migliori intenzioni gettando loro stessi le basi di quella crisi umana, esistenziale e culturale che Godard ha saputo rendere con maestria e finezza. La prostituta madre abbondona il proprio corpo, o anche si abbandona, per non restare fuori dal contesto sociale che chiede a tutti di possedere un televisore, una macchina e vestiti sempre diversi al motto di «America über Alles». Così tra impegni di madre e quelli di moglie Elle trova il tempo di vendersi nella città che le chiede il conto per vivere in essa, per continuare ad esistere nel suo grembo, ossia proseguire verso l’annichilimnento della versione individuale di un’esistenza che esiste solo sulla scorta della città scatola, irrigidita nelle marche e scritte pubblicitarie che lo stesso uomo ha deciso per lei.

L’inganno è presto che scoperto. L’apparente vittima si scopre carnefice e la città diviene ciò che l’uomo vuole fare di sè; manipolandola subdolamente, distruggendo valori fino ad allora validi ed eticamente riconosciuti, la città è solo apparentemente ritratta negli orridi profili frenetici, i quali si riveleranno forza distruttiva frutto del demone umano. Parigi nel caos roboante di clacson e flipper nei caffè, contrappone una immagine di sè all’involgarimento umano quando la macchina da presa si ferma sulle forme delicate delle foglie di un autunno che le fa tremare, descritta senza accennare mai la cité, dal suono rauco della voce narrante.

In una tazzina di caffè le venature di una gradazione meno scura dello sfondo scuro della bevanda, formano cerchi di volta in volta diversi, nei quali si attua il memento mori dell’intera pellicola:



Forse un oggetto è un legame che ci permette di passare da un soggetto all’altro, di vivere in società, di stare insieme. Ma poichè i rapporti sociali sono sempre ambigui e il pensiero divide così come unisce e le parole uniscono per quello che esprimono e separano per quello che omettono, cè un grande abisso che separa la mia certezza soggettiva dalla verità oggettiva degli altri.

Il primo attacco è sferrato senza indugi alla realtà consumistica che invade anche il piano filosofico del pensare. Un oggetto non è più solo una mera cosa, come la voce narrante ammonirà più avanti, esso è molto di più: esso è, mentre gli uomini cessano, esso vive mentre gli uomini muoiono. L’oggetto diviene la base dalla quale poter partire in vista di un “ri”conoscimento dell’altro e del sè. Nell’esperienza vivida prodotta dal fenomenico che lascia poco al dubbio, la realtà del mondo comune appare fino ad essere letta attraverso l’esistenza della cosa che gioca il ruolo di mediatore tra le persone.



Il legame tra individui, nella sua forma più avvilente, è il coinvolgimento dato da quest’ultime nel relazionarsi  all’oggetto, al mondo materiale e dunque della società consumistica e disumana. Gli oggetti uniscono laddove l’essere cessa la sua vuota e “insulsa” preminenza, in una realtà retta dalla cosalità e non più dal soggetto pensante. Quest’ultimo non è più in grado di pensare in modo oggettivo, forse risultato della corsa sfrenata dello psicologismo che non offre più risposte univoche, bensì tutte differenti, ad ognuno la sua interpretazione.
Le parole non hanno più verità oggettiva se le stesse assumono un significato diverso a seconda di chi le esprime, insinuando il dubbio di una incomprensione tra gli esseri figlia della convinzione dello sviluppo di una individualità differente.




L’individualità separata da tutte le altre è simile all’esperienza della lettura esistenziale sulla scorta della cosalità, una apparente verità, o meglio, una bugia ben travestita. E’ nel contesto di una società modernizzata/demonizzata e apparentemente sviluppata che l’individuo crede di essere diverso, speciale ed unico; non ci vuole molta fantasia per scoprire quanto in realtà al contrario di ciò che Godard fa dire alla voce narrante, i pensieri di un individuo così ben inserito nell’apparato societario moderno, siano l’oggettività dell’altro. Perchè non è scontato intravedere nel modello dei personaggi annientati di Godard la società del si heideggeriano, del deietto che sempre noi siamo anzitutto perchè esistiamo, in quanto siamo venuti al mondo.

A regolare la società impersonale è la persona con le sue pretese di specialità che si perdono, però, nei comportamenti massifficati nei quali tutti si «sentono a casa», «al sicuro», avrebbe detto Heidegger. Così all’uomo occidentale moderno la voce di Godard fa dire «[...] perchè non posso sottrarmi all’obiettività che mi schiaccia nè alla soggettività che mi esilia» in altre parole all’uomo non è data scelta se non quella di sfuggire alla comprensione del sè o di ritrovarsi nella sola comprensione del sè sfuggendo all’ordine dell’alterità oppure di riconoscere la sola alterità, il tutto chiuso in un tempo verbale che si chiama presente ma che è già stato risucchiato dalla  linea temporale del futuro. Non esiste il sé, né l’altro, né il presente, o meglio, esistono tutti ma non nella loro natura autentica e quindi non esistono affatto. Esistono ma Godard li denuncia denudando l’uomo. Sarà la decisione anticipatrice della morte o la decisione che risponde alla voce della coscienza, utilizzando il linguaggio heideggeriano, che l’uomo si scoprirà, riscoprirà il suo essere.

La morte, l’incomprensione, la vita autentica.


E quando la morte, logica e misteriosa, romperà questi limiti non ci saranno nè domande nè risposte, tutto sarà confusione, Ma se le cose avranno contorni netti, non sarà grazie alla rinascita della coscienza. Tutto deriva da questo.

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