26 febbraio 2011

Il problema del nichilismo in Occidente in rapporto al pensiero di Heidegger

Immaginiamo una scatola e l’aria che la contiene. La scatola è a noi visibile, la si può toccare e usare a proprio piacimento. Ecco, io definirei l’ente una scatola, e l’essere? L’essere è l’aria, quel nulla invisibile all’occhio umano che però la riempie, un vuoto pieno di significato che non può essere visto, semmai interiormente vissuto. 
Le righe che seguono sono una riflessione sulle scatole che noi siamo diventati, sull’aria che vi sta al loro interno e dunque è una riflessione sull’essere, il grande dimenticato.

Il corpo non è più un punto mediano, un luogo di relazione, tra il mero essere individui spinti da impulsi terreni - siano essi sessuali o di altra natura – e un trascendens che eleva l’uomo verso la sua essenza ultraumana. Il corpo, soprattutto quello femminile così come inteso e “usato” oggi nella cultura massmediatica italiana, è la dimostrazione di quanto l’uomo e il suo modo di intendere, o meglio non intendere, il suo essere abbia provocato il nichilismo finale, quello oltre il quale non si può cadere, solo risalire. Il problema non posto, anche questo come quello metafisico, circa la materialità dell’ente corporeo della società attuale europea, non è solo una mera dimenticanza è, bensì, il risultato tangibile di un problema, quello dell’essere, che non essendo mai stato posto, come rilevato nello studio sul pensiero heideggeriano, non si pone. La degenerazione dei costumi alla quale oggi si assiste, lungi dall’essere prodotto di una educazione mancata nel nucleo familiare e culturale, ritrova la sua causa nella storia di un paio di millenni fa, causa i cui effetti solo oggi appaiono chiari e visibili. Crisi economica, crisi sociale, crisi familiare e delle istituzioni in generale e della istituzione prima per eccellenza, ossia la politica, sono effetti devastanti che - seppur la connessione non appaia diretta - derivano da un grande assente della nostra cultura, un assente di cui nessuno, o forse pochissimi, si sono presi cura, perché da tutti considerato inutile rispetto all’“utile” (qui usato in accezione ironica) ente. Non può esistere progresso, non inteso in termini meramente scientifici e tecnici, se non accompagnato da un’etica che fa da sfondo alla storia in itinere, in work in progress, dell’umanità. Il mancato interesse verso le questioni ontologiche, invece di grande importanza in un contesto sociale e culturale progressista, ha portato ad uno sbilanciamento della questione umana stessa: non si può essere pronti a scoperte scientifiche dalla mole distruttiva se prima l’umanità non pone la questione umana, delimitando la scienza e facendola così rientrare nel suo status di prodotto del logos umano e non mater assoluta degli individui che l’hanno creata. All’uomo è sfuggita la sua posizione nel mondo, posizione non salda in quanto non consolidata dalla tradizione filosofica stessa. L’uomo è come tagliato a metà, sebbene come ente appare nella sua completezza, in lui manca la connotazione più propria capace di guidarlo verso un orizzonte che non è solo ontico, bensì ontologico e “umanizzato”. Ma su questa terra sembra esser calata la sera (Abend-Land), la notte in cui non v’è speranza se non quella di risalire dall’Abgrund, aspettando le prime luci dell’alba. La politica oggi, con le sue contraddizioni e cattivi esempi, credo sia la dimostrazione più calzante del legame sotteso tra il mondo occidentale attuale, oramai annichilitosi, e la storia aurorale passata. La politica, non più espressione democratica dei valori di un popolo, bensì coagulo dei più arroganti dispersori di qualità umane quali giustizia, coerenza e umanità, è figlia orrenda del nostro destino (Geschick). Non vi è un individuo che abbia causato la discesa dei valori, in realtà la climax discendente che viviamo viene dal passato, dalla storia della nascita della filosofia e dal suo grande dimenticato: l’essere. Considerata così la politica, o gli altri campi di espressione umana, ha perso la sua partita già prima di iniziare a giocarla, in quanto la sconfitta era già nelle premesse distorte. Infatti la storia della politica, dalla più recente a quella contemporanea, sia essa italiana o internazionale, non mostra alcun sviluppo produttivo sano, piuttosto sembra sempre arrancare aggrappandosi, stentando a farli suoi, principi e valori che periodicamente delude, tradisce. La prima e la seconda guerra mondiale sono gli esempi più lampanti, ma a questi vanno aggiunti forme molto più sottili e subdole di distruzione dei principi e valori assiomi della politica stessa. La seconda Repubblica italiana non sembra avere tutte le caratteristiche, sebbene più celate, della defunta prima Repubblica? E i problemi insiti nella politica di allora, non sono di base gli stessi problemi, forse direi anche più drammatici, dell’attuale? Nel tematizzare la dimensione politica si tratta di rendere visibile il problema di fondo, una questione che riguarda l’etica e la stessa rimessa in gioco dell’essere e dell’essere dell’esistenza. Muovendo dagli agghiaccianti eventi storici che hanno caratterizzato gli inizi del XX secolo, Karl Jaspers rilevava l’urgenza della formazione di una nuova coscienza politica per il bene e la sopravvivenza dell’umanità. Auspicava un incontro della politica con la filosofia: «Aber Philosophie und Politik sollen sich treffen» («La filosofia e la politica devono incontrarsi»).

Dalle catastrofi di Hiroshima e Nagasaki, Jaspers intendeva iniziare un pensiero che andasse in una direzione futura, suggerendo l’urgenza di un cambiamento dell’umanità e del suo rapporto con lo sviluppo tecnico, e altresì volgendosi al passato, del quale l’uomo non può non avvertire la drammaticità. Lo scenario apocalittico di una bomba atomica come la più impellente minaccia per l’umanità profetizzato da Jaspers, si intreccia con la questione della tecnica, la quale nasconde un problema che riporta alla questione dell’essere. Nella dimenticanza dell’essere, perché ad essere ricordato è sempre e solo l’ente, viene in luce una problematica lungo tutta la tradizione occidentale, che non si cura di frenare il mero impulso allo sviluppo tecnico, ossia sviluppo ontico. In vista di una tutela della nostra specie c’è bisogno di proporre la questione dell’essere e del senso della vita. In tal modo potrebbe svilupparsi una nuova etica, legata al senso dell’essere capace di frenare la distruttiva forza di una tecnica sfuggita all’uomo. Pena sarebbe la fine della vita umana sulla terra.

Si tratta del resto di una questione attualissima, con il rischio incombente per l’umanità odierna di distruggere ogni forma di vita sulla terra. Si può dunque a ragione parlare di un pericolo intrinseco alla questione dell’abbandono dell’essere in favore dell’egemonia dell’ente: è nel predominio esercitato dall’ente che l’essere di questo ente è in pericolo e con esso l’ente stesso. L’ente e il mondo che intorno ad esso si è costruito con i suoi utensili, rappresentano il pericolo per l’uomo, un pericolo per l’ente generatosi in seno all’ente stesso.
Heidegger in Sein und Zeit così come negli scritti successivi, e nella Introduzione alla metafisica, insiste sull’errore metafisico della Seinsvergessenheit (oblìo dell’essere) e della mancata comprensione dell’essere. Non è solo una questione squisitamente filosofica, ma ha delle conseguenze dirette sullo stesso modo di essere dell’esserci, sulla nostra vita. L’opera di Heidegger non si muove così unicamente in un campo prettamente filosofico, bensì intende inaugurare un nuovo modo di considerare la filosofia muovendo dalle conseguenze pratiche, oggi visibili nella società umanamente deteriorata. Il suo pensiero abbraccia, se si possono considerare così, dei risvolti sociali (odierni) ampli. Così come da lui espresso nel Detto di Anassimandro, il nostro essere oggi è espressione finale, è tramonto di un Occidente, il cui destino si accompagnava all’errore metafisico. Secondo il detto ogni cosa sorge e perisce, tornando da dove essa era venuta, con un rimando alla giustizia che in questo tempo ha da compiersi:

Ma da ciò da cui per le cose è la generazione, sorge anche la dissoluzione verso di esso, secondo il necessario; esse si rendono infatti reciproca giustizia  e ammenda per l’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo.*

Alla ciclicità delle cose che nascono e periscono, si va ad aggiungere una sorta di punizione che a tempo debito può ristabilire un ordine perso. In questo rapporto di nascita e morte, giustizia e ingiustizia che in un tempo preciso seguono il corso naturale delle cose, sembra riaffiorare la stessa ciclicità che Nietzsche ha definito l’eterno ritorno del sempre uguale, della parabola che ascende verso l’alto per poi tornare nuovamente verso il basso e di nuovo risalire. La sera che sta scendendo sull’Occidente è la notte in cui, per Nietzsche, tutti i valori vanno in frantumi, si distruggono. In questo ritorno alle origini, alla primordialità del proprio essere, l’umanità può costruire nuove basi, sempre identiche però, nuovi principi e valori per riformare una cultura che torna a splendere attraverso le luci dell’alba, che fanno da contraltare ai flebili raggi del tramonto serale. Ma ogni sole che sorge è destinato a tornare verso il basso, donde era venuto, parafrasando Anassimandro, e simile al sole che scende verso il basso, ogni nuova cultura sorta tra i più costruttivi valori è già destinata al tramonto suo. Questo il destino dell’Occidente.

*Martin Heidegger, der Spruch der Anaximander, in Holzwege, Klostermann, Frankfurt am Main 1950; tr. it. Il detto di Anassimandro, in Sentieri interrotti. 

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