Visualizzazione post con etichetta filosofia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta filosofia. Mostra tutti i post

3 febbraio 2018

Lettera ad Attico

Elogio di tito Pomponio Attico

Durante gli ultimi anni di vita della Repubblica romana uno dei deus ex machina e ago della bilancia nella vita politica di quel tempo fu sicuramente Marco Tullio Cicerone detto anche “il greco” per la sua indole che lo portava a studiare i filosofi greci dell’epoca e non solo. Di Cicerone oltre alle svariate opere politiche e filosofiche ci rimangono una grande porzione di epistole che furono poi suddivise per argomenti: Ad familiares, Ad Marcum Brutum, Ad Quintum fratrem e infine Ad Atticum. Proprio in queste ultime lettere all’amico Attico Cicerone tendeva ad una apertura umana e fragile quasi stesse parlando con se stesso ad esporre i problemi dell’animo umano conseguenza di una società già all’epoca fortemente corrotta. Tito Pomponio Attico fu uno dei migliori amici se non il migliore amico di Cicerone, nasce nel 110 a.C. da un ricco cavaliere romano ma dopo la morte dei genitori fu adottato da uno zio molto facoltoso, si stabili dunque ad Atene dove visse per 30 anni ricevendo le migliaia di lettere del suo amico fraterno. Questa non vuole essere altro che una riproposizione attuale di quelle lettere con cui “il greco” amava parlare prima che con Attico forse anche con se stesso.

12 dicembre 2017

Sulla “eclissi” degli intellettuali in Italia. Due opinioni

Antonio Di Grado Luigi Prestinenza Puglisi
Antonio di Grado Luigi Prestinenza Puglisi

L
'intellettuale è un signore che fa rilegare i libri che non ha letto. Leo Longanesi
Si sa, gli scrittori acuti hanno un aforisma "cattivo" per qualsiasi categoria. Non fa eccezione quella degli intellettuali e non fa eccezione - e come potrebbe - Leo Longanesi, uno che di sé diceva: «giudico tutto dall'abito... ho il coraggio di essere superficiale»; così come Miguel de Unamuno: «Il mondo intellettuale si divide in due categorie: da una parte ci sono i dilettanti, dall'altra i pedanti» e George Bernanos:«L'intellettuale è così spesso un imbecille che dobbiamo considerarlo tale fino a prova contraria».
La sterilità degli intellettuali rappresentata in La dolce vita e , dell'anti-intellettuale Fellini, i testi che Luciano Bianciardi aveva fatto pubblicare nel 1967 sul rotocalco «ABC», e pubblicati in forma di libro recentemente col titolo: Non leggete i libri, fateveli raccontare, e con l'eloquente sottotitolo: Sei lezioni per diventare un intellettuale, dedicate in particolare ai giovani privi di talento. Sarà forse una sindrome tutta italiana, dunque, quella "passatofilia" - se è possibile estorcere al vocabolario questa forzatura terminologica - che ci fa vedere il presente come il peggiore dei tempi possibili, ma non credo che quelli che stiamo vivendo verranno ricordati come quelli che ci hanno preceduto.

13 ottobre 2014

Agorà in gloria: Festival filosofia 2014



Pensiamo alla gloria, che significato si da oggi a questa parola? Si pensa alla gloria e ci perdiamo tra immagini di politici potenti, personaggi famosi e ingloriosi e forse a qualche partecipante del “Big Brother”, dimenticando, ingloriosamente, che la luce della gloria si irradia dai corpi e dalle menti capaci di grandi azioni, di grandi opere, di cose grandi.


5 febbraio 2014

Simone Weil e la condizione umana


«[...] Ci si può chiedere se esista un àmbito della vita pubblica o privata dove le sorgenti stesse dell´attività e della speranza non siano avvelenate dalle condizioni nelle quali viviamo. Il lavoro non viene più eseguito con la coscienza orgogliosa di essere utili, ma con il sentimento umiliante e angosciante di possedere un privilegio concesso da un favore passeggero della sorte, un privilegio dal quale si escludono parecchi esseri umani per il fatto stesso di goderne, in breve di un posto.»
Parole eterne e nella loro fulminea attualità sembrano risuonare come un accorato intervento, nei meandri del pensiero di ognuno di noi. Vita pubblica e privata, critica secca alla condizione del lavoratore. Leggendo oltre, un ulteriore attualissimo intervento recita così:
«Infine la vita familiare è diventata solo ansietà, a partire dal momento in cui la società si è chiusa ai giovani. Proprio quella generazione per la quale l'attesa febbrile dell'avvenire costituisce la vita intera vegeta in tutto il mondo con la consapevolezza di non aver alcun posto nel nostro universo. [...] Viviamo in un'epoca priva di avvenire. L'attesa di ciò che verrà non è più speranza, ma angoscia».

Le riflessioni sopra riportate non sono state scandite da un attivista dei giorni nostri, né da un politico con particolari doti da oratore, né da un comunista di nuova generazione: sono parole sparse nelle Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale, non di un autore, bensì di un'autrice francese, Simone Weil, insegnante di professione, operaia per scelta e filosofa di vocazione.


25 settembre 2013

Il Monopoly comunista e la democrazia di cartone



Se si pensa alle forme di governo sperimentate dall´uomo fino ad oggi non ci sarebbero dubbi nel far confluire la risposta nei due grandi tentativi a riguardo, si parlerebbe di dittatura fascista o di comunismo, forma di dittatura egualitaria. La risposta non comprende la democrazia, forma moderna della maggior parte dei paesi di governo occidentali, il cui successo si alterna alle ombre oramai non più così oscure, che gettano in crisi l´intero costrutto del sistema democratico.

17 giugno 2013

La nuova psicologia: il metodo del dott. von Hirschhausen



Che senso ha oggi parlare di fortuna, o meglio di felicità? Siamo davvero una generazione felice? Siamo davvero felici di quello che siamo, di quello che facciamo e, soprattutto, cosa significa essere felici? Quando si è veramente felici? Ne esistono di così fortunate, o meglio, di così felici?


14 maggio 2012

L’Amore liquido



Leggere l’opera di Bauman significa seguire un pensiero improntato alla riflessione critica su una società moderna che si scioglie, che diventa liquida e quindi non più “contenuta”, prevedibile e certa. 
Al principio l’uomo moderno ha saputo caratterizzarsi per la sua capacità di essere homo faber, capace di costruire da sé la sua fortuna, di essere l’egocentrico punto di tutte le sue energie in vista di un raggiungimento dei suoi obiettivi in linea con il suo spirito – spinto per lo più alla tracotanza. Ecco, dunque, l’uomo dell’epoca moderna che abbandona la sua patria alla ricerca di un benefit che costa in termini emozionali e affettivi, ma che al contempo lo soddisfa in termini economici e di status. Da homo faber a homo consumes. Le ondate migratorie iniziate con il boom industriale sono un tipico esempio di quella identità moderna che ha iniziato a delinearsi nei primi del ‘900 e che oggi si esprime in tutta la sua problematicità.

26 dicembre 2011

Sud: declino ed identità



Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni,
gli aranci dorati rilucono fra le foglie scure,
una mite brezza spira dal cielo azzurro,
il mirto immoto resta e alto si erge l’alloro,
La conosci tu, forse?
J. W. Goethe, Conosci la terra dove fioriscono i limoni?


Che il Sud non lo si capisce se non te ne allontani né lo comprendi se in esso sei radicato, potrebbe forse essere una delle spiegazioni sul perché le immagini e descrizioni più belle e più reali del Sud siano state scritte da non appartenenti a questa cultura.


20 dicembre 2011

La morte di Godot e il pensiero calcolante. L'impotenza del pensiero nei tempi moderni



Se vi è un grande assente nei nostri giorni, è proprio il caso di dirlo, è l'assenza stessa. Ogni silenzio è riempito da vuote chiacchiere, dal suono della musica o da quello della televisione. Se oggi noi dobbiamo fare i conti un «ospite inquietante», per citare Heidegger, mancante al banchetto della cultura occidentale degli ultimi anni, é proprio l'assenza. Ogni posto vuoto è prontamente riempito, ogni silenzio stroncato, ogni necessità assecondata, ogni disturbo violentemente sradicato per non sentirne il dolore, l'impressione di un vuoto nello stomaco. 

13 maggio 2011

La lingua che noi siamo: Zagrebelsky



Attraverso un breve resoconto «Sulla lingua del tempo presente», Zagrebelsky riflette e fa riflettere su quanto la lingua possa essere molto più di un insieme di segni linguistici. Ci aiuta a comprendere la funzione che si nasconde dietro il mero atto naturale del parlare. Ecco, allora che il parlare non è più, solo, un portare qualcosa da dentro a fuori, ma al contrario è anche il processo opposto: si porta qualcosa di detto fuori, dentro di noi. Questo portare fuori verso la nostra interiorità può essere molto più di un processo passivo e improduttivo. Accogliere un significato linguistico al quale siamo sottoposti reiteratamente, cambia, lentamente, la coscienza individuale e, a seconda degli strumenti massmediatici utilizzati, quella di una intera comunità linguistica o, anche, della massa. Dal pensiero nasce la parola e quest’ultima rappresenta il pensiero, la capacità pensante di chi la porta fuori. Ma la parola può essere anche un’arma che in tempo di guerra può nascondere insidie ed essere inautentica, asservita a chi vuole asservire. Ma la parola è altresì la dimostrazione che si è liberi di esprimersi, sempre. 

Un grido composto, ma tagliente ed acuto, è dunque quello che proviene dalla sensibilità di uno dei più grandi interpreti della crisi dei nostri giorni, nonché costituzionalista di professione: Gustavo Zagrebelsky.

4 aprile 2011

Michael Conradt: “La filosofia e la vita vera”

Dal convegno del 2.03.2011 presso l’Evangelische Akademie

Più volte il professor Conradt ha sottolineato, durante la presentazione, che la filosofia non è stata per lui una giustificazione esistenziale, un appiglio grazie al quale lenire personali insoddisfazioni o frustrazioni. La filosofia ha avuto un altro senso, un altro ruolo. Io non posso certamente contraddire le parole del professore ma è lecito chiedersi quale ruolo possa avere la filosofia per un uomo che intenda viverla appieno, se non quello totalizzante in grado di colmare quei vuoti esistenziali nei quali noi uomini sempre cadiamo. È difficile credere allo studio asettico di una materia che abbisogna dello stupore infantile di una parte dell’uomo che non può essere solleticata se non dall’incanto, dalla meraviglia scaturita dalla passione più pura. Come ogni cosa nella vita, tutto serve a salvare le nostre esistenze inaridite e fragili, e, forse, il più bel Deus ex Machina è offerto dall’incanto, dall’“amore del sapere” offerto, appunto, dalla filosofia.


6 marzo 2011

Il problema del nichilismo in Occidente: “Avere” ed “Essere”

Vivere appieno, assecondare le proprie tendenze in concomitanza con le proprie capacità è un processo naturale che stempera non solo lo stato di frustrazione al quale oggi noi tutti siamo soggetti, bensì amplifica il margine di umanità. Cosa significa? L’amplificazione del margine di umanità si ottiene vivendo non nella modalità dell’“avere”, bensì secondo quella dell’“essere”, per riprendere la nota dicotomia di Erich Fromm. Fondare la propria esperienza umana lasciandosi attraversare anche e per lo più da quei desideri innati, piaceri personali, che differenziano tra loro gli individui rendendo varia una codificazione umana oggi improntata alla spersonalizzazione dell’individuo, è il Weg, (il percorso, la via) sfida dell’uomo moderno.


26 febbraio 2011

Il problema del nichilismo in Occidente in rapporto al pensiero di Heidegger

Immaginiamo una scatola e l’aria che la contiene. La scatola è a noi visibile, la si può toccare e usare a proprio piacimento. Ecco, io definirei l’ente una scatola, e l’essere? L’essere è l’aria, quel nulla invisibile all’occhio umano che però la riempie, un vuoto pieno di significato che non può essere visto, semmai interiormente vissuto. 
Le righe che seguono sono una riflessione sulle scatole che noi siamo diventati, sull’aria che vi sta al loro interno e dunque è una riflessione sull’essere, il grande dimenticato.

18 gennaio 2011

La parola e lo spirito: il bipolarismo esistenziale nella filosofia di Ferdinand Ebner

Ferdinand Ebner

La parola è la corda tra l’ «Io» e il «Tu».Nella parola sta la ragione ed essa  parla alla ragione.La vera parola non è di questo mondo.Ma non è stato l’ amore a pronunciare la prima parola?Ferdinand Ebner, Das Wort ist der Weg

Ferdinand Ebner è presentato, primo che come scrittore e filosofo, come uomo “totale” e “puro”. Così egli viene presentato nella breve introduzione biografica allo scritto: Wort und Liebe, redatta da Hildegard Jone, che ha avuto il privilegio di conoscere il pensatore a lungo dimenticato, prima che morisse. Nella biografia del filosofo la vicenda familiare acquista un ruolo rilevante nella formazione psicologica e intellettuale del piccolo Ebner. Educato fortemente alla pietas di stampo religioso da un padre che diverrà una figura cruciale della sua esistenza, al quale sono dedicate anche delle poesie (ricordiamo ad esempio: Golgatha), Ebner perde due fratelli in tenerissima età e una sorella. Fassbinder, noto cineasta tedesco a metà tra il volgare e il sublime, come lo definirei io, ha affermato con grande semplicità quanto la famiglia sia il male e il bene più grande, imponente forza che plasma tratti caratteriali, forme di isteria latenti nell’uomo. Non solo la società nella quale l’individuo si trova come gettato, bensì il primissimo incontro con i diretti individui dell’entourage familiare giocano il ruolo di mandanti di tutte le nostre nevrosi, dei nostri nervi a pezzi. Io non lascerei emergere, nel caso Ebner, la sola esperienza che consta della morte prematura della sorella, di una educazione rigida e di un confronto col padre che tanto rimanda all’altro depresso della letteratura ebraica: Kafka. Piuttosto quei nervi a pezzi e la solitudine (Einsamkeit) legata alla costante pratica di sviscerazione esistenziale, fonte non solo di angosce e depressioni reteirate, ma di un vero malessere fisico, sono il risultato naturale appartenente a pochi, destino o privilegio di figure eccezionali. La depressione dinanzi a immagini primaverili, la non accettazione del proprio lavoro, del proprio destino e il caleidoscopico gioco di cui Ebner si nutre in ogni attimo della sua esistenza passata a vivere “tra” gli altri e non “accanto” agli altri, fanno di lui un uomo non comune, una interiorità che va ascoltata.


20 dicembre 2010

I sogni di un visionario chiamato Kant

Kant
Immanuel Kant

Immaginiamo un Kant precritica, dal tono ironico ma forse, in realtà, neanche troppo ironico direi piuttosto un tono falsamente ironico, nel caso in cui il lettore serio voglia alzare un polverone di critiche contro un filosofo serio che non si è certamente tirato indietro dinanzi alla possibilità di rispondere in modo semiserio - secondo me serissimo - alla lettera di Charlotte. Non è importante qui spiegare chi sia Charlotte, bensì è interessante notare come dalla storia da lei raccontata, scaturisca un pamphlet kantiano il quale, collocandosi prima delle Critiche, andrebbe considerato in certi suoi aspetti essenziali: questi sono quelle tematiche sulle quali si incentra la Critica della ragion pura e la Critica della ragion pratica, la questione dell’anima.


8 maggio 2010

La verità in frantumi: Romanticismo e Tradizione, un rapporto controverso

Abtei im Eichwald, C. D. Friedrich

Il movimento romantico è stato ad un tempo rivoluzionario e reazionario, multiforme e contraddittorio. Esiste però un osservatorio dal quale è possibile ricostruire alcuni aspetti che diedero forma e coerenza interna a questa fondamentale fase del pensiero europeo: è quello della philosophia perennis, lo studio delle scienze tradizionali. Ciò che il Romanticismo rifiutò e ciò che invece raccolse, costituisce il bagaglio con il quale l’Europa si è affacciata all’età contemporanea.


31 agosto 2009

Uno sconosciuto: l’ateo filantropo barone d’Holbach

Paul-Henri-Dietrich de Holbach

Per trent’anni, ogni giovedì e domenica, si ritrovavano in Rue Saint-Roch a Parigi (oggi 8 rue des Moulins) o nella tenuta di Grandval nei pressi di Sucy, personaggi del calibro di Diderot, Morellet, Marmotel, Galiani, d’Alambert, Hume, Beccaria, Franklin, Smith, Sterne, Raynal, Rousseau. Erano ospiti nei salotti del barone Paul-Henri-Dietrich de Holbach.

25 aprile 2009

I problemi demografici senza ideologia


sovrappopolazione

La legge divina secondo Tommaso d’Aquino, e oggi “dogma” accettato anche dalle “laiche” nazioni occidentali, vieta il controllo delle nascite perché contro natura. Eppure, ma i teologi tacciono facendo finta di non sentire le ovvie obiezioni, lo stesso Aquinate non vieta, con il medesimo criterio, il celibato a vita. Tralasciando il problema così come erroneamente è stato impostato dal doctor angelicus, soffermiamoci sulle parole del nostro, tedesco, pastore di anime bisognose di essere inquadrate in un gregge. Ci riferiamo, è ovvio, all’”infallibile” Papa Benedetto XVI, e in modo particolare a un articolo apparso l’11 dicembre del 2008 sul sito www.repubblica.it. In questo articolo si riportano alcune affermazioni che possono aiutarci a riflettere... Secondo il ragionamento del vescovo di Roma, lo sviluppo demografico non è causa di povertà, ma potenziale fattore di evoluzione. Ratzinger ribadisce la sua condanna dell'aborto e delle politiche demografiche selettive: «Lo sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla povertà, costituisce in realtà l'eliminazione dei più poveri tra gli esseri umani». Quanto al rapporto tra sovrappopolazione e povertà, da tutti accettata, il Papa ribalta la tesi: «I Paesi che di recente si sono affacciati sulla scena internazionale come nuove potenze economiche hanno conosciuto un rapido sviluppo proprio grazie all'elevato numero dei loro abitanti». Aggiunge che «Tra le Nazioni maggiormente sviluppate quelle con gli indici di natalità maggiori godono di migliori potenzialità di sviluppo. In altri termini, la popolazione sta confermandosi come una ricchezza e non come un fattore di povertà».

5 febbraio 2009

Famiglia naturale o convenzionale?

Francisco Goya, La famiglia Osuna
Francisco Goya, La famiglia Osuna. Fenomeni storici, economici, sociali e di costume hanno contribuito a modificare la famiglia nelle società occidentali

Si lasci l’incipit ad una citazione tratta dal secondo capitolo de L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato di Friedrich Engels:

«Lo studio della storia primitiva […] presenta condizioni in cui gli uomini vivono in stato di poligamia e allo stesso tempo le loro donne in stato di poliandria e i figli comuni vengono perciò considerati anche una cosa comune a loro tutti; e queste condizioni, a loro volta, percorrono esse stesse un’intera serie di modificazioni fino alla loro dissoluzione finale nella monogamia.»

In un’epoca di silenziosi scontri ciclopici (perdonate l’ossimoro), di battaglie che vedono trincerati giganti ideologici, sembra chiaro come la soluzione al conflitto non possa avvenire attraverso la lotta armata. Se infatti da una parte l’"Assolutezza"delle leggi divine e metafisiche non si può nemmeno mettere in "dubbio", e se dall’altra il "Relativismo" filosofico e il pluralismo culturale faticano a trovare un’epifania "assoluta" nelle società occidentali (figuriamoci in quelle orientali e medio - orientali…) il nodo appare di difficile scioglimento. Eppure, inevitabilmente, il corso della storia, le scoperte scientifiche, la progressiva conoscenza, modificano, chiariscono e sbrogliano fili di lana che solo l’ipocrisia e la paura dell’uomo hanno, nel corso dei secoli, ingarbugliato. Si veda, ad esempio, il problema legato al tema della famiglia. Ancora oggi, e i proclami di certuni che ci tempestano sui mass media diventano persino intollerabili…, si sostiene che l’unica, la vera, la "naturale" famiglia sia quella composta da un padre, da una madre e dai loro figli.