6 novembre 2020

La figura della grande madre nel monoteismo Cristiano

Mi sono sempre considerato un cattolico credente, anche se la mia fede non è mai stata acritica. Amo approfondire le radici storiche e i collegamenti culturali della religione che pratico. Del cristianesimo, nella sua specializzazione cattolica, ci sono delle costruzioni teoriche che mi hanno spesso dato un senso di forzatura rispetto a un’interpretazione letterale del Vangelo. 
Per scherzo, dopo qualcuna delle nostre solite discussioni su questo argomento, mia madre mi apostrofava dicendo che avrei dovuto convertirmi alla fede protestante. Tuttavia, per me questi approfondimenti e queste ricerche non si sono mai caricate di un carattere polemico, ma solo di una curiosità proveniente dal cuore, di quel genere che “ti fanno cercare la verità e ti danno la voglia di cercarla ancora dopo averla trovata”.

Uno dei costrutti del cattolicesimo che ho sempre guardato con questo genere di curiosità critica è la figura di Maria, la madre del salvatore.
Non che abbia mai avuto motivi di nutrire sentimenti polemici nei suoi confronti, anzi, ho dei ricordi molto piacevoli legati alla sua figura, risalenti al tempo della mia infanzia, quando mia nonna mi portava a messa con lei.
Tuttavia, in una religione che teorizza un impianto monoteistico, già poi “allargato” a un’architettura trinitaria, la figura di Maria mi è sempre sembrata incastrata in maniera innaturale dai teologi che, a tavolino, hanno col tempo plasmato lo scheletro teorico del culto come noi lo conosciamo.
Mi sono appassionato perciò allo studio della storia con cui le idee fondamentali del cristianesimo sono nate e sono state poi rielaborate dai concili e dai teologi dell’antichità, per lo meno nei limiti resi possibili dalla documentazione e dalle ricostruzioni in nostro possesso.

Sembra che il cristianesimo delle origini, intendendo con questo termine la versione della nostra religione che si è diffusa nei primi decenni D.C. in area mediterranea, abbia avuto una carica distruttiva nei confronti delle divinità pagane dominanti nella cultura di quei luoghi a quel tempo.
Ci sono ricostruzioni in particolare che riportano di estremismi e vandalismi contro il culto di Vesta, una dea femminile legata al culto del fuoco. Le sue sacerdotesse rimanevano vergini fino a un’età matura, in cui, al contrario delle “nostre” suore, veniva loro concessa la libertà di sposarsi e costruire una famiglia. Le sacerdotesse di Vesta avevano il compito di custodire il fuoco sacro: sopra un’ara del tempio, brillava una fiamma che non doveva per nessun motivo essere lasciata spegnersi.

Vestale
Statua di vestale

Altre figure di divinità femminili contro cui il cristianesimo delle origini si scagliò con vena polemica erano i culti di Iside e Astarte, sia per le loro venature misteriosofiche, sia per il forte legame sociale che questi culti avevano con le classi dirigenti dell’impero dominante, contro cui il cristianesimo urlava vendetta per le discriminazioni finora subite.

Questi culti legati a figure di dee femminili erano tutti riconducibili a una matrice comune, ossia a quello della dea madre derivante dagli antichi culti legati all’agricoltura, alla visione del mondo panteistica, e alla fertilità.

La polemica contro queste dee femminili si protrasse per molto tempo, anche con risvolti problematici dal punto di vista sociale, fino a dover essere affrontata in uno di quelli che fu uno dei concili più importanti di quella che stava diventando la nuova religione dell’establishment, e che aveva urgentemente bisogno di darsi dei paletti dottrinali più stabili.

La questione del lato femminile della divinità venne affrontata nel concilio di Efeso, location che la successiva critica protestante vede con un certo sospetto, essendo infatti quella zona la culla di un culto derivato dalla matrice femminile e pagana sopra citata, che in questo bacino si era concretizzata nella figura della dea Diana.

Non riesco a negare che la ricostruzione fatta da alcuni storici protestanti sulle teorie introdotte da questo consiglio esercitino un deciso fascino su di me, almeno da un punto di vista filosofico.
In sostanza, questa ricostruzione sostiene l’ipotesi secondo cui il nascente Cristianesimo, avendo bisogno di un mezzo per stemperare la polemica contro questi culti dedicati alle divinità femminili, e volendo portare nelle proprie fila le loro cospicue milizie sociali, abbia plasmato la figura della madre del salvatore in una maniera tale da far confluire nella sua immagine molte delle caratteristiche di queste divinità.
Il cristianesimo, perciò, con questo escamotage, sarebbe riuscito nel non banale compito di gettare i culti pagani fuori dalla porta per farli rientrare dalla finestra.

L’ipotesi è sostenuta dal fatto che ci sono innegabili somiglianze tra alcuni attributi di Maria e le caratteristiche di certe divinità femminili pagane, soprattutto Iside e Astarte. Uno di questi attributi principali delle dee pagane, poi, si sarebbe prestato bene a essere assimilato dalla figura di Maria, visto l’importanza che l’esperienza della maternità riveste nel suo ruolo evangelico. 

Era tipico del culto di queste dee pagane, infatti, essere raffigurate in vesti materne con un tenero bambino tra le braccia.

Iside
Iside

 Dopo aver visto questa immagine, diventa semplice capire come sia stato possibile assimilare la figura di queste divinità pagane nella figura della madre di Gesù: è innegabile che le somiglianze nella raffigurazione tra le statue di queste dee e gli affreschi raffiguranti la “nostra” Madonna siano forti. 

Le similitudini tra Maria e alcune “grandi madri” pagane non si esaurisce qui, ma ci sono altre raffigurazioni di dee pagane che mostrano attributi che poi compaiono nelle statue della vergine madre del salvatore: a partire dal nodo isiaco (un particolare stile con cui sono intrecciate le vesti della madonna) alla raffigurazione della vergine come guerriera che calpesta fiera una serpe.

A causa di questi parallelismi con le dee madri del paganesimo, il culto di Maria è stato oggetto di critiche da parte di studiosi anche cristiani, ma di sette diverse da quella cattolica. Il tenore di queste critiche varia dalla “semplice” perplessità di tipo scientifico e antropologico sulla natura della sua genesi, fino a degli attacchi più estremi, che vanno a identificare nel suo culto degli elementi spuri e nocivi per la dottrina del Cristianesimo.

La figura di Maria, nella tradizione Cattolica, è però una figura immersa nella sfera del misticismo ed è vicina a un tipo di pratica che si può considerare intensamente devozionale e interiorizzante. Per questi motivi la religione Cattolica ha sempre tollerato certe idiosincrasie della figura di Maria, che la portano a essere più vicina a una devozione di tipo popolare che al rigore della teologia.


Pablo Cerini

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