20 dicembre 2010

I sogni di un visionario chiamato Kant

Kant
Immanuel Kant
Immaginiamo un Kant precritica, dal tono ironico ma forse, in realtà, neanche troppo ironico direi piuttosto un tono falsamente ironico, nel caso in cui il lettore serio voglia alzare un polverone di critiche contro un filosofo serio che non si è certamente tirato indietro dinanzi alla possibilità di rispondere in modo semiserio - secondo me serissimo - alla lettera di Charlotte. Non è importante qui spiegare chi sia Charlotte, bensì è interessante notare come dalla storia da lei raccontata, scaturisca un pamphlet kantiano il quale, collocandosi prima delle Critiche, andrebbe considerato in certi suoi aspetti essenziali: questi sono quelle tematiche sulle quali si incentra la Critica della ragion pura e la Critica della ragion pratica, la questione dell’anima.


Quest’ultimo non è da ritenersi una mero tema riguardante l’anima ma, diventa ad un certo punto della metafisica una argomento più che essenziale, come se esso formasse una linea immaginaria ove la riflessione filosofica non si chiude nella mera domanda circa l’esistenza del quid trascendentale che noi stessi siamo, bensì essa tira in ballo molto di più. La questione dell’anima rappresenta quel punto di intersezione tra questo mondo, se vogliamo il mondo sensibile, e l’altro mondo, se vogliamo sovrasensibile. Qui si segue certo un linguaggio filosofico storico ma il volgo, oppure noi tutti, parleremmo con molta più semplicità del mondo dell’al di qua e del mondo dell’al di là. Qui entra in ballo una situazione molto delicata, che peraltro si riscontra anche nella Stimmung dell’operetta kantiana, ossia quel mescolarsi tra sacro e profano, una sorta di bric à brac dove la questione metafisica non ha più le fattezze sicure e delineate come la metafisica stessa vorrebbe lasciar intendere, in realtà la questione si sposa inevitabilmente con il volgo, con le credenze popolari, con la religione o la religiosità. Kant stesso, infatti, dà credito alle vicende di un visionario, lo svedese Swedenborg, il quale sembra possa parlare con le anime non più esistenti e, ancora, egli configura il mondo dell’al di là con un’attenzione di particolari che non solo suscitano forte attrattiva in chi le legge, bensì anche speranza. La speranza è tema che ricorre anche nella Critica della ragion pura, ove Kant pone la domanda “Che cosa mi è lecito sperare?”, quesito di interesse della ragione umana. La speranza vuole che qualcosa sia, spiega Kant nella Critica, e nella speranza l’uomo è felice perché muove sempre in direzione di una sua inclinazione per ottenere felicità. Riguardo alla speranza ci troviamo faccia a faccia con il secondo problema o fantastico incanto circa la questione dell’anima che si sposa con il carattere comune al popolo: la necessità di credere che un’altra vita sia possibile, che non siamo meri corpi che si muovono fino a ritornare alla terra, ma che una parte di noi sia infinita, eterna e possibile: l’anima.


L’anima è qui, quindi, chiave di volta di un discorso più esteso, lo stesso che Kant sviluppa nelle Critiche Quando Kant parla di conoscenze a priori è chiaro che egli tende un approccio sicuramente serio e per quanto possibile logico per spiegare ciò che l’uomo non può spiegare con il solo aiuto della logica. Questo è il Kant delle Critiche, si potrebbe dire il Kant serio. Il Kant dei Sogni dovrebbe allora essere il Kant meno serio? forse il Kant più “volgare”? Credo che al contrario, nei Sogni Kant possa con semplicità di linguaggio e di incedere discorsivo più libero esprimersi nella maniera più istintiva, partendo da un personaggio dubbio e da una tematica dubbia – un dubbio però non confutabile -  il cui “nodo si può a piacere sciogliere o assottigliare.”
Kant tenta così di assottigliare il nodo, scioglierlo sarebbe impossibile, e in primis egli tenta di dare una definizione di quello che si intende con la parola spirito. Se secondo il ragionare accademico, spiega Kant, si intende per spirito “un essere dotato di ragione” allora non è poi cosa da visionari vedere degli spiriti. Ma uno spirito è molto di più di un essere dotato di ragione e quindi di proprietà materiali, uno spirito è ciò di cui si dubita. Uno spirito è ciò la cui conoscenza non è a priori, meno che a posteriori, nell’uomo. Con il concetto di spirito Kant, seppure ironicamente, introduce una questione assai moderna: l’uomo non può conoscere tutto e ciò a cui non sa dare una spiegazione con la logica dice che non esiste. Eppure ciò a cui l’uomo non può dare una spiegazione logica cade in un campo in cui non si può dire assolutamente che “non esiste”. Questi sono concetti astratti che “scaturiscono  per via di ragionamenti oscuri e segreti” in seguito ad esperienze che si tramandano e che in parte possono essere definiti “illusioni della fantasia” in parte, però, il filosofo considera la loro veridicità, che l’uomo non può smentire. Questi concetti vengono definiti “surrettizi” e questi, spiega Kant, non sempre sono errati solo perché rappresentano ragionamenti oscuri.
Autografo di Kant

Ora seguendo il ragionamento del filosofo battiamo per un momento la strada seguita dagli altri fenomeni e spieghiamo cosa sia uno spirito secondo il pensare di questi ultimi: esso sarà un ente materiale impenetrabile, sottoposto alla divisibilità e alle leggi dell’urto, se a queste aggiungiamo la ragione, intesa da Kant come una proprietà interiore, questo ente semplice in uno spazio di un piede cubico sarà in grado di formare un agglomerato insieme ad altri enti semplici come fin qui presentati. Lo spirito, va però definito in modo diverso, esso non può essere concepito sulla scorta della materia bensì è un essere, di cui l’uomo è caratterizzato, non penetrabile incapace a formare un tutto solido e che preso lo spazio di un piede cubico, in esso può essere presente insieme alla materia senza occupare spazio. Questi sono gli spiriti: “esseri immateriali dotati di ragione”. Egli cioè ha tolto alla precedente definizione di spirito le qualità materiali, lasciando quelle interiori, come la ragione, e quindi immateriali.
Kant continua il suo ragionamento, per quanto possa esser definito tale secondo la logica, provando a dimostrare logicamente con forza l’esistenza dell’immateriale insieme al materiale. Così se un corpo che occupa uno spazio perché esteso e dotato di tutte le caratteristiche sopra elencate è materia, questo corpo convive con l’immateriale, e questo non è né dimostrabile né si può dire il contrario. Lo spirito si vuole farlo qui coincidere con l’idea di anima, quest’ultima risiede nell’intero corpo dal capello sino alle punte delle dita. Si riflette qui, seppure in un ambito diverso, un nietzscheano scontro degli opposti dove il materiale, di cui l’uomo è composto per le qualità già esposte, convive con l’immateriale; Kant sottolinea quanto ogni possibilità di vita abbia una natura immateriale se “ogni vita riposa sulla possibilità interiore di determinare se stessa secondo il proprio arbitrio”. Come a dire che se la forza che agisce fuori, una forza riconoscibile da tutti noi, fa si che la materia sia riconoscibile in quanto tale e fa si che essa abbia le sue qualità, esiste allora anche una forza interiore di natura diversa a seconda del proprio arbitrio, una forza capace di agire producendo vita, una forza, però, le cui caratteristiche non cadono sotto il mondo dei sensi e non è perciò ugualmente registrabile e tuttavia neanche innegabile.
Queste considerazioni fanno parte di quel “pericoloso viaggio”, come lo descrive meravigliosamente l’autore, nel quale noi uomini dobbiamo passare, cercando, per quanto possibile, di considerare l’ignoto, l’oscuro che non può essere riconosciuto dai sensi e dall’alto intelletto.
L’arbitrio di cui parla Kant si lega al ragionamento che segue qualche passo più avanti. Egli ha già spiegato come noi esseri viventi e materiali siamo composti dunque non solo di materia bensì di spirito o anima. Ora questo mondo immateriale, o degli spiriti, sarebbe connesso con il mondo materiale o, in altre  parole, ogni uomo sta in questo corpo su questa terra eppure al contempo sarebbe legato all’immateriale, al mondo degli spiriti, senza, però, accorgersene. Capita a volte di essere spinti a compiere azioni non seguendo una legge “esterna”, bensì una sorta di “voce interiore”. Questa forza ci dirige a volte verso il bene altrui, attratti verso l’altro, in quello che Kant definisce il “movimento morale” che non ha relazione alcuna con il compimento di un’azione giusta per la legge, bensì è giusta secondo la nostra interiorità (tema nelle battute finali della Critica della ragion pura, quando Kant parla del sommo bene). Questa stessa forza è la “forza universale” che fa muovere noi uomini non solo in quanto esseri capaci di eseguire leggi esterne, bensì dona un tocco di umanità a delle azioni che possono essere spiegate solo secondo una tensione interna, la stessa tensione che avvicina alcuni spiriti – uomini nel senso materiale - e respinge gli altri. La forza di attrazione e di repulsione dei corpi è la stessa che in meccanica fu esposta da Newton effetto di un’attività universale, segue Kant; similmente la forza morale di ognuno di noi risponderebbe al forte influsso subìto dalla forza universale. A risaltare è la nostra morale interiore dalla quale muovere per la prova dello spirito. Ritornando all’uomo che vive a metà tra il materiale e l’immateriale, sembra che Kant qui giunga ad una prospettiva secondo la quale ogni spirito buono sarebbe dunque in legame e comunione con gli spiriti buoni del mondo immateriale, e gli spiriti meno buoni con gli immateriali cattivi; a ogni tendenza morale dell’uomo nell’al di qua corrisponderebbe, dunque, un rapporto con quella parte di repubblica ad esso affine. Tornando al concetto di bene, questo parla all’uomo con la forza di una voce morale in lui innata, senza che ve ne sia traccia nel mondo sensibile in una legge scritta o ordinata agli uomini, questa sarà materia di discorso che Kant snocciolerà nella Critica della ragion pura esattamente alle battute finali quando parla di una propensione in ogni uomo a seguire leggi interiori che hanno una morale. La morale non trova però una legge nella pratica, bensì è la morale che ognuno di noi ha in sé e che lo porta ad agire secondo il modo più degno, il più giusto ed è proporzionato al livello di felicità che l’uomo può raggiungere. Così nell’assecondare questa legge morale l’uomo giunge alla completa e piena soddisfazione attraverso la felicità. E’ come se tutti gli uomini seguissero una unica “volontà suprema” alla quale l’uomo risponde facendo ciò che è giusto che egli faccia. Ma la ragione non può comprendere uno schema che si basa solo sulla speranza; con la ragione non si giungerà mai a capire la proporzione esistente tra chi produce buone azioni e la felicità a lui destinata. Un sistema del genere appartiene alla sola ragione pura. La forza agente nel mondo morale intellegibile Kant la chiama “sommo bene” ed è quella forza che regola quella parte di noi esseri umani, che ci spinge a fare ciò che dobbiamo fare per sentirci felici. Come a dire che se sulla terra gli uomini sono regolati tramite leggi di civile convivenza, esiste una legge che non è più pratica bensì morale e risiede in una repubblica dell’intellegibile in cui regna l’ideale del sommo bene.


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