16 febbraio 2011

(Do not) touch the earth: lo stato dell'improvvisazione nelle banlieue di Parigi


Sons d’Hiver, la rassegna che si svolge nella banlieue parigina, è arrivata alla ventesima edizione. Quest’anno le attrazioni principali erano la rivisitazione di Bitches Brew di Miles Davis ad opera del trombettista Graham Haynes (con Jean Paul Bourelly e DJ Logic tra gli altri) e il regista Melvin Van Peebles col suo progetto musicale Laxatives, assieme ai piano solo di Matthew Shipp (che da anni è di casa qui) e Marylin Crispell e a Joelle Léandre, presente in duo con Mat Maneri e con lo Stone Quartet.




Un giovane artista si cimenta con due giganti, John Coltrane e Miles Davis


Si tratta di un festival attento alla musica jazz, all’improvvisazione, al funky e al rock di matrice afro-americana con un occhio particolare alla cultura black in genere. Lo vedi dal banchetto di libri e dischi all’ingresso, con l’edizione di FreeJazz BlackPower di Carles e Comolli, saggio di sociologia e storia della musica dedicato a quello stile che negli anni settanta aveva diviso critica e pubblico, in bell’evidenza.

Avrei scambiato volentieri qualche parola con Fabien Barontini, il direttore del festival, su quanto e se sia possibile contribuire a una maggiore integrazione sociale nel tessuto della popolazione (siamo a Vitry-Sur-Seine, nella banlieue), ma arrivo nel pomeriggio a Orly per un ritardo del volo, e mi perdo la possibilità di una intervista che forse, d’accordo con Axel Matignon, che mi ha cortesemente riservato un posto come addetto stampa, riuscirò più avanti a recuperare via e-mail.

Wadada Leo Smith e Gunther Baby Sommer


Apre la serata Wadada Leo Smith, accompagnato da Gunter ‘Baby’ Sommer a batteria e percussioni. Il trombettista, che ha esordito discograficamente nel 1968 su 3 Compositions of New Jazz di Anthony Braxton (sua è The Bells) e che nella sua carriera solistica ha perfezionato un metodo compositivo/esecutivo chiamato Ankhrasmation basato sull’utilizzo di simboli in fase di scrittura per dare indicazioni su durata, velocità e improvvisazione ai singoli esecutori, e sull’unità di ritmo e suono, sulla dicotomia suono/silenzio, due caratteristiche fondamentali dello stile di questo musicista.


Gunter ‘Baby’ Sommer è invece un batterista che dagli anni settanta, epoca del suo sodalizio con Conny Bauer e Peter Kowald, collabora attivamente con i protagonisti dell’improvvisazione americana ed europea: Peter Brotzmann, Cecil Taylor, Alex Von Schlippenbach e Evan Parker sono tra i suoi sodalizi. Con Wadada Leo Smith ha inciso nel 2007 l’album in duo Wisdom in Time, coronamento di una frequentazione che risale addirittura al 1979. Impossibile non paragonare la loro partnership ad altri storici duetti, come quelli di Don Cherry ed Ed Blackwell e di Bill Dixon e Tony Oxley. Un fil rouge che collega esperienze, storia e percorsi personali fatti di musica, ricerca spirituale, dialogo tra esperienze differenti.



Nicole Mitchell e Steve Coleman

Il secondo set della serata è il nuovo gruppo di Steve Coleman, che, messi tra parentesi il suo collettivo M-Base e la sua improvvisazione totale e ‘morbida’, ci presenta un gruppo senza sezione ritmica costituito, oltre dal suo sax contralto, da Nicole Mitchell al flauto, Jen Shyu e Sarah Buechi alle voci, Johnathan Finlayson alla tromba, Miles Oazaki alla chitarra.

Ogni musicista dell’organico si vede assegnare un ritmo specifico grazie al quale calibra le forme improvvisative in una simmetria di sequenze circolari. La presenza di Nicole Mitchell dovrebbe garantire una continuità rispetto all’AACM di Chicago (di cui anche Wadada Leo Smith è membro) e alle avanguardie storiche della musica improvvisata.  


E’ sicuro che la musica di Coleman gioca però più sulla struttura che sul timbro, sul suono e sulla sua identità di musicista, e che la sua nozione di collettivo è comunque una sua personale versione di come risolvere la vecchia dicotomia improvvisazione / composizione, che poco ha a che fare con la scuola di Chicago (si sente la differenza tra lo stile della Mitchell e quello di Coleman o Finlayson, più tesi a spezzettare e ripetere delle frasi che non a giocare con la palette timbrica dei propri strumenti) e che ci ha sempre suscitato qualche perplessità, pur essendo impossibile negarne l’originalità. Stasera però si supera abbondantemente l’ora e mezza, sfidando quasi la nostra fisiologica possibilità di ascolto. Ci riserviamo, ovviamente, di prestare di nuovo attenzione alle proposte (saggiate anche a Milano, qualche anno fa, col sassofonista che a fine concerto chiedeva scusa per la fiacchezza della prova offerta dalla formazione con cui all’epoca si era presentato, di cui qui resta solo il trombettista).


Touch The Earth II
Wadada Leo Smith - tromba
Gunter ‘Baby’ Sommer – batteria, percussioni

Lingua Franca
Steve Coleman – contralto
Jen Shyu – voce
Sarah Buechi – voce
Nicole Mitchell – flauto
Miles Okazaki - chitarra

Théatre Jean-Vilar
Place Jean-Vilar, 1
Vitry-Sur-Seine



Nessun commento: