21 dicembre 2011

Il Vincitore di Davide Labanti


Una società massificata, uomini spogliati da ogni determinazione individuale: nessuna particolarità, nemmeno un nome, solo numeri in serie. Persone che fungono da cabine telefoniche, secchi della spazzatura, cartelli stradali: sono le tutine bianche, uomini a cui non è concesso possedere un lavoro vero. È questa l’assurda –forse nemmeno troppo - società descritta da Davide Labanti ne Il vincitore, collocata in un luogo senza tempo. Unico biglietto di sola andata verso “una vita tutta pace” è affidato alla sorte. Parodiando uno dei meccanismi più subdoli della nostra società, il futuro delle tutine bianche è consegnato amaramente al gratta e lavora. Venduti da un ciarlatano dal fare ieratico, promettono un futuro certo incarnato dalla possibilità di avere un impiego sicuro.

A vincere l’agognato premio è Marco, giovane precario laureato in medicina sposato con Giulia che attende un bambino. Riponendo speranza nell’accidentalità della sua fortuna prende in carico la professione di medico per la quale ha studiato prima della crisi.
Assistiamo quindi alla sua evoluzione sociale: la tutina bianca è sostituita da giacca e cravatta, la barba cede il posto a un trucco diafano e a labbra truccate di rosso. Entra nel mondo dei “colletti bianchi”, inquietanti joker dei nostri tempi. Il suo percorso è segnato da un punto di non ritorno che lo costringe a sporcarsi le mani e che è preludio del suo segnato destino. Scende a compromessi con il mondo e il prezzo da pagare sarà inevitabilmente alto.
Sembra un universo lontano dal nostro eppure gli echi del presente si impongono. Descrivendo una realtà inesistente Labanti colpisce, complice una grande abilità registica e una colonna sonora efficace, sui punti deboli della nostra società: il senso di costante precariato, il desiderio di riscatto sociale, la sensazione di non avere potere sulla propria esistenza, noi piccole marionette manovrate dall’alto. Labanti, strumentalizzando una finzione, descrive un reale stato di cose che sembra non lasciare spazio a una speranza di espiazione.

In questa atmosfera di ineluttabile destino vi è spazio per una promessa di redenzione?

Il regista sembra suggerire di no. 


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