20 gennaio 2012

Indagine su un artista al di sopra di ogni sospetto

L’arte non è più altro, ormai, che un’idea prostituita nella sua realizzazione.
Jean Baudrillard

È […] assurdo dire che l’arte contemporanea è inesistente e che tutto ciò non porta a nulla, perché è proprio questa la sua funzione vitale: quella di illustrare la nostra inutilità e la nostra assurdità.
Jean Baudrillard


Certo, con gli artisti, quelli veri, fare paragoni è impossibile, ognuno è un mondo a sé; ma quando mi capita di rivedere uno degli undici film che hanno onorato la breve carriera di Elio Petri, non posso fare a meno pensare a lui: Stanley Kubrick.

Kubrick e Petri non hanno niente in comune, tranne una cosa: hanno ostinatamente sperimentato. Tutta la vita. Ogni film un genere diverso, ogni film uno stile registico differente. Dall’esordio con il giallo/noir L’assassino, al drammatico (tra Neorealismo e Nouvelle vague) I giorni contati; dalla commedia, con Il maestro di Vigevano, alla fantascienza, con La decima vittima, fino al film apertamente politico, il suo più noto e probabilmente migliore, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Petri è stato un artista eclettico, un generoso contaminatore di linguaggi. Eppure, a una attenta analisi dei suoi film, non sfugge la chiave di lettura di tutta la sua opera: la società, il popolo.


Se feci una scuola fu per le strade, nelle cellule del Partito Comunista […] al cinema, al varietà, nelle biblioteche comunali, leggendo i giornali e le riviste di partito. […] Nelle lotte dei disoccupati, in camera di sicurezza, anche a Regina Coeli, negli scontri con la polizia, nelle sparatorie, nei linciaggi. […] Negli studi dei pittori della mia età. […] Nei cineclub, nei comizi, tra coloro che a quel tempo venivano ancora chiamati rivoluzionari di professione.

È un intellettuale tipico di quel Rinascimento culturale che sono stati gli anni cinquanta e sessanta italiani: la letteratura, il cinema, la politica. Un romano colto e popolare, rigoroso nel lavoro ma sempre pronto alla battuta dissacrante.

A leggere la trama di Un tranquillo posto di campagna, film che gira nel 1967, si rimane disorientati, si sa del suo eclettismo ma forse nessuno si sarebbe aspettato un thriller con sfumature horror. Dunque, un pittore di successo internazionale, Leonardo Ferri, vive di agi in un elegante appartamento di Milano dove sta attraversando una crisi creativa. Decide quindi di trasferirsi in “un tranquillo posto di campagna”, un’antica villa nel Veneto. Ma qui il suo soggiorno – sarebbe più corretto dire le sue nottate – viene turbato dalle irrequietezze di un fantasma! Leonardo si informa con la gente del paese e scopre che in quella villa viveva una giovane e bellissima contessa di facilissimi costumi, morta per un’accidentale raffica di mitra durante la seconda guerra mondiale. Ce ne sarebbe abbastanza per bollarlo come un film di genere dalla trama facile, eppure Petri non si ferma a questo. Privo di qualsiasi spocchia intellettuale, il regista romano prima di tutto si cala nel genere, facendo interagire musica e movimenti di macchina, montaggio “godardiano” e surrealismo, in uno straordinario lirismo visivo che anticipa di qualche anno l’esplosione del thrilling italiano.

Franco Nero e Elio Petri durante la lavorazione del film
Per questo film Petri si avvale delle musiche dell’allora giovane Ennio Morricone che, intervistato per il documentario Elio Petri, appunti su un autore, ha ricordato il loro primo incontro. Petri gli disse: «caro Morricone, io ho fatto alcuni film e ho cambiato sempre musicista. Credo che questo sarà il primo e l’ultimo film che faremo», e invece il loro sodalizio proseguirà fino alla prematura morte del regista. Per il film, che doveva rappresentare anche le turbe psichiche del pittore, Morricone compone delle inquietanti musiche fatte soprattutto di rumori. Rumori che Petri dosa con maestria, assieme a un montaggio sincopato, scene che si ripetono, fotogrammi che “saltano”. Questa “immersione” nel genere, però, questo lento scivolare nella follia del pittore Ferri (interpretato da Franco Nero), questo mescolare il piano del reale alla fantasia, oltre a rappresentare l’alienazione del protagonista diviene una riflessione sulla crisi dell’artista nell’opulento Occidente. Ha detto il regista: «Era il ritratto di un artista, di un intellettuale borghese e della sua scissione. Era un artista borghese che, almeno per quanto stava nei suoi mezzi espressivi, aveva tentato di rivoluzionare le forme, le formule, e che si trovava prigioniero del sistema della produzione in serie. Di qui la sua fuga verso i fantasmi della cultura romantica. Il film era una critica, dall’interno certo, dell’intellettuale». Ed ecco perché accanto alla citazione di Edgar Allan Poe – il pittore legge i racconti dello scrittore americano – Petri cita anche Walter Benjamin, e il suo celeberrimo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.


Le prime immagini del film sono una dichiarazione d’intenti: Leonardo Ferri/Franco Nero è legato a una sedia mentre la compagna (Vanessa Redgrave), che cura i suoi affari, gli racconta i nuovi acquisti fatti: piccole inutili diavolerie elettriche. «Fare denaro è un’arte; lavorare è un’arte; un buon affare è il massimo di tutte le arti» ha detto, col suo solito cinismo intelligente, Andy Warhol; la società schiaccia l’arte, ormai schiava della produzione industriale. Aveva ragione Gesualdo Bufalino: «il benessere ha corrotto l’umanità».


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