22 aprile 2012

Cipro ovvero la Berlino del Mediterraneo

C’è un’isola in Europa dove si confrontano le anime diverse del Mediterraneo, dove l’Oriente e l’Occidente si incontrano vis à vis ma senza amarsi troppo. In quest’isola infatti la differenza tra culture oppone una cesura inconciliabile, un pastiche di storia e politica che erge anacronistiche barriere. Cipro è l’ultimo avamposto d’Europa in cui sussiste un muro che taglia l’isola in due e che rende la capitale Nicosia una sorta di Berlino post bellica: a nord territorio turco a sud greco-cipriota.


Quando si giunge a Cipro ci si accorge subito di una particolarità, la presenza di bandiere nei balconi delle case o degli edifici governativi col doppio vessillo: la bandiera bianca con la sagoma di Cipro (la bandiera nazionale) e quella a strisce blu della Grecia. In questa rappresentazione sussiste una doppia negazione, la non integrità territoriale dell’isola stampata sulla bandiera e la mancata unione con la madrepatria greca; questi due aspetti, forse, sono la vera chiave per comprendere le ragioni atte a mantenere lo status quo di questo luogo.

Culturalmente Cipro è un’isola greca, lo dimostrano le numerose vestigia: teatri, aree archeologiche e ritrovamenti. Ma la storia successiva è pregna di altre dominazioni: romana, bizantina, francese, veneziana, ecc. di cui quella più influente è senza dubbio quella ottomana avvenuta sino al 1878 quando passò sotto il controllo dell’Impero Britannico. Fu durante il dominio inglese che i ciprioti sollevarono il problema storico dell’énosis, la riunificazione con la madrepatria. Il problema venne sostenuto in maniera sempre più violenta da gruppi terroristici che favorirono tuttavia una soluzione diversa, nel 1960 Cipro divenne indipendente ma sotto lo stretto controllo politico di Grecia, Turchia e Regno Unito. Il giovane stato era ingabbiato dalla sua stessa costituzione che lo obbligava ad avere un presidente greco-cipriota ma anche un vicepresidente turco-cipriota e vice-versa.

 

Quando nel 1963 venne proposto un referendum sull'énosis, rigettato dal governo turco, iniziarono pesanti scontri armati tra le due comunità, sedate solo con l’invio di una forza turco-greco-inglese.

Nel 1964 l’ONU autorizzò l’invio dei caschi blu per sostituire le forze di interposizione ma la situazione non migliorò, anzi proprio in quell’anno i disordini degenerarono in guerra aperta tra fazioni con l’arrivo dell’aviazione turca per bombardare le postazioni greco-cipriote. Dieci anni dopo le condizioni politiche in Grecia erano mutate, la giunta dei militari al potere si mosse per portare avanti l’énosis con un colpo di Stato su Cipro avvenuto il 15 luglio 1974. Fu a questo punto che la Turchia (previa consultazione con l’Inghilterra) intervenne militarmente occupando il nord dell’isola, non senza lasciare morti sul terreno. È da allora che Cipro mantiene questo status di sospensione territoriale. Il nord, tutt’oggi occupato, è un territorio turco non riconosciuto internazionalmente mentre il sud è uno stato dell’Unione Europea.


Il miglior punto per vedere la città fantasma di Famagosta è la cittadina di Deryneia nella parte sud-est dell’isola. Percorrendo la strada principale del paesino ad un certo punto si incappa in un cancello contornato dal filo spinato e da cartelli che intimano il divieto di scattare foto. Oltre quel cancello infatti comincia la Dead zone, la zona morta che separa i due territori. Per rendersi conto di quella "terra di nessuno" definita anche No man’s land si pagano pochi euro ad una signora che dal terrazzo di casa permette di osservare le sagome dei palazzoni di Famagosta e le postazioni militari poco lontane. Prima dell’invasione turca lei viveva lì, in una casa che ha perso assieme a tutti i suoi averi dopo la cacciata da quei territori. Da più di trent’anni osserva quella che un tempo era una città turistica con accanto i sonnolenti scavi di Salamina (da non confondere con l’isola greca dove avvenne la famosa battaglia). Oggi solo pochi e selezionati turisti vi accedono (nessun giornalista è accettato) e quella che un tempo era una città florida adesso è una ghost town.

Quando ci si allontana dal confine tutto cambia, quella sensazione di incertezza e pericolo sembrano svanire, il paesaggio si anima di città turistiche, alberghi e villette a schiera. Percorrendo l’autostrada (si guida a sinistra proprio come in Inghilterra) in poche ore si raggiunge la capitale Nicosia. Entrando in città oltre ai moderni edifici attorno al centro storico di forma circolare, si scorgono i monti a nord. Proprio quei monti in territorio turco affermano ancora una volta la precaria alterità territoriale, per la presenza di due enormi bandiere (quella della Turchia e quella del territorio Nord di Cipro) impresse sul fianco dei monti, quasi a mo’ di sfida. Ma è il centro della città, la parte storica protetta dalle mura veneziane del ‘500 a far percepire le vistose differenze tra le due comunità. Percorrendo la pedonale Ledra street nel cuore di Nicosia, confortati dalle vetrine dei negozi, dal McDonald e dai bar si giunge al rilassato check point greco-cipriota. Pochi metri dopo invece delle accigliate guardie di frontiera turche verificano il passaporto rilasciando un lasciapassare; superati i controlli si comprende subito d’essere giunti in terra turca. L’atmosfera è mutata improvvisamente a causa delle poche le persone per strada, dei negozi chiusi già nel pomeriggio e dai troppi vicoli bui. Improvvisamente giunge l’ora della preghiera della sera e dal minareto della vicina moschea gotica (una chiesa riconvertita) si diffonde dagli altoparlanti il tipico richiamo religioso. Sono questi elementi a far sentire in pieno Medioriente, pur essendo in quella stessa isola dove gli inglesi stazionano le preziose basi militari e d’estate invadono le splendide spiagge sabbiose.

Quando si riattraversa il check point si ritorna alla vita occidentale, le strade riprendono quell’atmosfera familiare di insegne, locali lounge e gente al passeggio. Ma ciò che colpisce, oltre alle differenze culturali tra le due parti, è il differente stile di vita degli abitanti, perché gli edifici e le chiese appartengono alla stessa epoca e al medesimo stile ma l’uso e il mantenimento è diverso: ben più umile quello turco, molto più edonistico quello greco-cipriota. Lungo la Dead line di Nicosia inoltre ci si imbatte in una realtà surreale; un pub a pochi metri da una garitta di osservazione, isolati rasi al suolo tra un confine e l'altro, muri di bidoni e filo spinato ad interrompere le vie di accesso, case diroccate e un surreale silenzio...


A ribadire ancora una volta l'emergenza di quest’isola sono gli edifici blu dell'ONU e la presenza fissa di anarchici tra i due confini sulla Ledra Street. Ma c'è anche la consapevolezza di un popolo che vive all’interno di un Risiko diplomatico tra nazioni che oggi come ieri, impongono la ragion di Stato sulle aspirazioni di un popolo.


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