6 giugno 2012

Il fallimento della società consumista

Uno dei principali dogmi che ci hanno inculcato è che tutto ciò che proviene dagli Stati Uniti sia più bello, più moderno e migliore. L’America come ben sappiamo incarna il perfetto modello di società consumista, molto più dell’Europa e di altre nazioni sparse nei vari continenti. La way of life americana ha pervaso il nostro immaginario collettivo facendoci ritenere quello stile di vita come il più giusto, ma anche quello che garantisce la maggiore felicità. Ricchezza, benessere e successo sono tra gli aspetti che caratterizzano il paradigma dell’occidente; e seppure negli ultimi anni il mondo sia cambiato e abbia attinto anche da altre latitudini tale modello è ancora forte e incisivo. Ma se guardiamo più da vicino la realtà americana confrontandola con quella europea, ancora parzialmente distante da questa onta di omologazione, ci accorgiamo come la nostra “spersonalizzazione” culturale sia un profondo errore.


Nel 1974 lo statunitense Richard Easterlin scopre analizzando i dati statistici che nonostante il suo paese abbia conosciuto una costante crescita economica, la percezione della felicità dei suoi cittadini tende a diminuire: un paradosso chiamato appunto Paradosso di Easterlin. In particolare egli scoprì che la felicità degli individui aumenta con l'aumentare del reddito (l’indigenza non rende certamente felici!), e al di sopra di un certo reddito questo incremento non aumenta ma anzi diminuisce. Sicché ulteriore ricchezza non porta felicità bensì il contrario.
Il dato è opinabile, dirà chiunque, perché la felicità è soggettiva e non può essere misurata. Tutto ciò è certamente vero ma esistono molti altri dati che indirettamente rafforzano questa tesi.

Gli americani rispetto gli europei lavorano di più, nel 2004 i dati fanno sapere che negli USA si è lavorato individualmente quasi 1300 ore contro una media di poco superiore a 900 nei paesi europei. Da ciò si è riscontrato che gli individui che lavorano di più o che hanno più lavori sono anche coloro che vivono una maggiore povertà relazionale: hanno pochi amici e scarsi rapporti sociali. Questa consapevolezza spinge gli individui a rifugiarsi ulteriormente nel lavoro, negli straordinari e nella carriera onde sopperire alle carenze della vita. Proprio per le dimensioni di questi fenomeni negli USA le persone che danno importanza alle amicizie e alle relazioni sociali sono in decrescita, in Europa è invece il contrario. Non a caso alla domanda: «Saresti disponibile a sacrificare il tuo tempo libero per i soldi?» gli americani rispetto gli europei rispondono positivamente in percentuale maggiore. Tale risposta è da inquadrarsi nella cultura prettamente consumista degli americani che fa combaciare lo scopo della propria esistenza all’accumulo di soldi, perché senza di essi ci si percepisce inutili, sfortunati e non di successo.

Nel 1970 il 39% degli studenti universitari riteneva che un'ottima situazione economica fosse da considerarsi un obiettivo importante per gli anni futuri, nel 1995 la percentuale era giunta al 74%. Anche le priorità nella vita risultano mutate, dal 1975 al 1991 gli americani che considerano importante avere un sacco di soldi sono passati dal 38 al 55%, mentre l’importanza delle relazioni come avere bambini e un matrimonio felice, è in decrescita. Tale approccio incide fortemente sulla qualità di vita perché nella cultura spiccatamente consumista il prossimo viene considerato come un “oggetto”, suscitando scarsa empatia, bassa generosità e scarsa cooperatività. Si riscontra anche che gli individui con elevate aspirazioni al successo economico hanno una scarsa propensione ad impegnarsi in attività sociali; ma non solo, questi individui una volta divenuti genitori inculcheranno ai figli la medesima cultura che nel corso delle generazioni ha visto acuire questo approccio.

Nelle famiglie americane il depauperamento relazionale incide fortemente sui figli. I genitori sono sempre più distratti da mille cose, dal lavoro in primis, ma anche dalle inevitabili faccende della vita moderna: il mutuo, le tasse, la casa ecc. I genitori così delegano la crescita dei figli alla baby sitter, alla TV o facendogli riempire il loro tempo con lo sport o un corso di musica, rubando il giusto spazio da dedicare loro al dialogo e al gioco. I figli infatti non giocano più con i genitori, semmai gli viene regalato l’ennesimo giocattolo per delegare questa assenza; ma questa degenerazione nel rapporto genitori-figli ha profonde ricadute sul futuro cittadino. Il deficit di affetto produce mediamente individui insicuri ma anche più sensibili alle seduzioni del consumo. Si è riscontrato invece che genitori affettuosi e attenti generano figli propensi all'autoaccettazione, alla collaborazione e ai rapporti relazionali; per non parlare delle capacità cognitive che un recente studio ha accertato essere maggiori nei figli adeguatamente accuditi rispetto altri cresciuti in famiglie disgregate. La cultura consumistica si lega quindi a problemi di autostima, senso di inadeguatezza e scarsa autodeterminazione: il cattivo rapporto con se stessi e col prossimo determina così una moltitudine di problemi sanitari alla base dei malesseri della società moderna.

Dal 1979 al 1996 i casi di ansia, depressione, deficit dell'attenzione e iperattività tra i giovani americani sono passati dall’1,4 al 12,8%; in aumento anche i casi di depressione e suicidio curati (in genere) con un eccessivo ricorso ai farmaci e agli psicofarmaci. Tutto ciò favorisce l’insorgenza di fenomeni sempre più frequenti, come il bullismo e il vandalismo, segni di un disagio che inizia dalle pareti domestiche e giunge in ogni ambito dell’esistenza.

La società americana nel complesso risulta essere afflitta da una scarsa aspettativa di vita rispetto le altre nazioni. Inoltre la spesa sanitaria totale negli Usa (comprendendo anche quella individuale) è di gran lunga maggiore che negli altri paesi. I risultati del grafico in basso danno una chiara idea di questo discorso...


Grafico della speranza di vita e della spesa sanitaria complessiva procapite.
Nelle ordinate sono conteggiate le età, nelle ascisse il costo in dollari.
Questi dati statistici esposti con cura nel bellissimo libro Manifesto per la felicità di Stefano Bartolini identifica le ragioni del declino della società moderna proprio nell'allontanamento da una vita sostenibile, o aggiungerei, “umana”. Ciò che andrebbe compreso dai governi e dalle future politiche sociali è l'esigenza di un completo cambio di paradigma ove sostituire la parola “competitività” alla parola “cooperazione”, “arricchimento” alla “giusta misura”, i troppi impegni al tempo libero ecc. Va infatti rivalutato il tempo speso per se stessi, quello dedicato ai figli, agli hobby e ai rapporti sociali perché sono alla base della qualità di vita. Bisognerebbe inoltre considerare quanto i nostri attuali errori incidano sulle nuove generazioni, sulla loro salute e sulla società che ne verrà.

Connessi a queste idee i movimenti come Slow Food o il Movimento per la decrescita felice propugnano il ritorno alla lentezza, al cibo naturale e alla socialità. Ma se le sensibilità verso queste argomentazioni sono alla portata di tutti, ben più difficile sembra essere la loro attuazione. Al giorno d’oggi le politiche neoliberiste vanno in direzione opposta. Il lavoro diviene sempre più precario, le ansie legate alla crisi economica distruggono famiglie, mentre le nuove leggi e i contratti di lavoro richiedono maggiore produttività in tempi sempre minori. La demolizione del welfare, il traffico caotico delle città e la pubblicità martellante rendono la vita particolarmente difficile ad un genitore che voglia strappare se stesso e i figli dalle seduzioni del consumo. Ma come già detto certi segnali di cambiamento sussistono, sono silenziosi, lenti e prodotti da un crescente numero di persone che in un futuro prossimo faranno pesare anche in ambito politico l’esigenza di costruire una società più bella e più giusta.

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