17 novembre 2016

"Non dirmi che hai paura". La realtà invisibile nel romanzo di Giuseppe Catozzella


È la farfalla sulla copertina con le ali distese nei calmi toni del giallo con lievi sfumature arance a suggerire il suo duplice significato. La farfalla è il simbolo della libertà, della leggerezza, l'ossimoro compiuto tra la condizione fetale di passività, incapacità e quella di caparbietà ed audacia nei movimenti. La farfalla è forza e debolezza insieme, ma, una volta superato il limite che la tiene stretta ai margini della sua vita lei si libra e vola. Per fare ciò la farfalla deve anche sforzare le sue deboli zampette, le quali sfregando con volontà iraconda contro il chiuso del bozzolo, sviluppa i muscoli che la terranno in piedi, o meglio in volo, per tutta la sua esistenza. La metafora che la farfalla rievoca potrebbe essere stata, a ragione, il motivo della copertina del romanzo di Giuseppe Catozzella, Non dirmi che hai paura edito da Feltrinelli.

La storia narra, infatti, della "farfalla" Samia, una ragazzina cresciuta respirando l'odore di proiettili in una Mogadiscio straziata dalla guerra. Samia non è, però, un nome inventato e la sua storia, raccontata con animo abile e dolce da Catozella, non è una finzione. Samia Yusuf Omar è esistita realmente e la testimonianza della sua esistenza è stata raccolta attraverso interviste e testimonianze di chi l'ha conosciuta in vita molto bene. La sorella Hodan, rifugiatasi ad Helsinki anni prima della morte di Samia che voleva raggiungerla, e Nigist – nome di fantasia per tutelare l'anonimato della donna – hanno rilasciato, durante lunghe chiacchierate con l'autore, un quadro veritiero ed eccezionale di un piccolo grande corridore somalo, tracciando non solo un carattere realmente esistito, ma chiarendo anche un percorso storico che non può essere chiaro a chi non vive la guerra nel proprio quotidiano. Sulla guerra, sulle motivazioni politiche e religiose che la scaturiscono, i giornali, e la storia in sé, possono solo offrire uno scenario che sembra essere distante anni luce, una finzione tra notizie di cronaca e comunicati di politica internazionale. L'eccezionalità della scrittura di Catozella risiede nell'aver dato voce ad una vittima e vincitrice della guerra, accompagnando il lettore fin dentro al paese sventrato, facendo rivivere gli odori di mortaio, la sabbia e la polvere che occludono l'ossigeno, l'aria.

Samia viveva in una piccola casa, i materassi addossati in piccole stanze di sopravvivenza, le quali offrivano un tetto e tanta polvere a due famiglie del luogo. È lì che Samia cresce con il padre, Aabe, la madre e sua sorella Hodan e, insieme a loro, un'altra famiglia i cui componenti saranno tutto per lei. Ma tutto è per Samia anche il mare al quale non può avvicinarsi a causa delle imboscate dei miliziani, e la corsa. Si, Samia corre, da quando è piccola il suo fragilissimo corpo malnutrito, e che in seguito dovrà coprire con burqa e veli neri, è la rivincita della sua esistenza.
Samia

Alì, che vive nella sua stessa casa, sarà il suo primo grande amico fratello ed allenatore. Samia corre con le scarpe rotte, ad orari precisi e in luoghi prescelti per non cadere vittima di imboscate degli integralisti. Il carcere della farfalla. Eppure, nonostante i profondi limiti che le impediscono di esercitarsi e di sviluppare il suo corpo per la corsa, Samia corre e vince alcune piccole gare in Somalia. Il percorso che Samia corre, attraverso la penna di Catozzella, è intriso dei peggiori incubi del male, un percorso ad ostacoli tra proiettili di acciaio e interdizioni dell'anima: la guerra scorre veloce nei racconti dell'io lirico ed offe uno scorcio diretto ed esplicito della vita che si fa inutile, mentre si districa nei viali di guerra purtroppo reali. Il viaggio della farfalla la porterà veloce alle Olimpiadi di Pechino, dove si classificherà solo ultima ma prima come donna somala libera, come simbolo di tutte le donne imprigionate da una guerra non scelta.


Samia è esistita davvero, come realmente sono esistite quelle parole che il padre le ripeteva incessantemente: "non dire mai che hai paura". Affermarla, la paura, è infatti il primo passo per ingrandirla e farla vincere, per questo Samia si ripete di non avere paura. Se lo ripete come un mantra fino a sentire la forza della rabbia che la rende invincibile e potente. Samia ripete a se stessa di non avere paura anche quando, da sola, parte per il viaggio che molti rifugiati di guerra conoscono. Una lunga corsa, il viaggio, che dopo molti mesi la porta a Tripoli, mentre nella testa si ripetono le immagini future delle Olimpiadi di Londra del 2012, accanto a Mo Farah e a Veronica Campbell-Brown, mentre tutt'attorno è mare e funi. Poco distante la costa di Lampedusa, tra l'imbarcazione dei trafficanti di anime e la salvifica nave italiana sta solo il mare: Samia questa volta non corre, ma nuota verso la fune che la separa dalla sua esistenza, nuota verso la vita che va vissuta, fino alla corsa che l'ha portata fino a lì.

"Samia Yusuf Omar è morta nel Mar Mediterraneo il 2 aprile mentre tentava di raggiungere le funi lanciate da un'imbarcazione italiana". Dalle strade della guerra a Mogadiscio, fino a Pechino, attraverso il deserto e i trafficanti di uomini, Samia corre e annega. Morta nel suo mare, per la libertà ed il diritto di essere, il diritto di esistere. Perché a volte è solo una questione di fortuna, essere nati lì, dove puoi dire di non aver paura.


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