15 settembre 2021

Giovanni Pascoli e i suoi "doppi": passeggiando nel giardino della digitale purpurea (prima parte)

Quante volte si guardò nello specchio, fissando gli occhi su quel particolare del proprio volto ormai adulto: il taglio degli occhi, la palpebra leggermente abbassata, il naso lungo, la fronte alta, i baffi, un vezzo di famiglia… cercando un segno evidente della somiglianza con il padre, eredità preziosa, dono geloso.

Quante volte pensò al modo in cui è possibile essere simili; all’anima che trascende il corpo e apre invisibili porte su un al di là che ha il sapore del passato e il non-colore della nebbia.
Quante volte lo rivide ritornare a casa, quella sera del dieci agosto 1867, portando due bambole in dono, scherzo beffardo del desiderio immaginifico di un fanciullino orfano…
Quante volte, sullo scudo dorato della poesia, ricreò quel nido smembrato e posò mestamente lo sguardo su Ida e Mariù, sentendo la tristezza di una casa vuota, lontana, com’eco di un grido che fu…
E con la mano stupita toccò delicatamente un gelsomino notturno, sentì il canto di un assiuolo nella notte e il suono remoto di una campana e il cullare del mare, contemplò le Pleiadi nel luminoso trepidare delle stelle, udì in lontananza il bubbolìo di un temporale. E cominciò a scrivere. E le parole divennero poesia. Una poesia firmata Giovanni Pascoli.

Ho sempre pensato, da amante del “dietrolequinte” della letteratura, che le vite degli autori avessero una funzione deterministica nell’invenzione della loro poetica: e così mi sono prefigurata un Dante, uomo del suo tempo, portavoce poetico di un Medioevo dai tratti decisamente distintivi e peculiari; e così ho pensato a Petrarca e al suo dissidio interiore, tradotto in versi con l’ansia trepidante della sua promessa di consacrato; e così ho immaginato il Tasso nella solitudine della sua cella, egualmente diviso tra ripensamenti e revisioni tridentini e fantasmi allucinati della sua fragile mente; e così ho visto Pirandello, nella scuola prima, nel suo teatro poi, ragionare sulla follia alla tragica presenza di Antonietta Portulano, la moglie pazza, amata e odiata, nell’ombra della sua verità sul mondo. Sono cresciuta con loro: uomini prima che scrittori. Ed ogni volta che ne ho scorto l’autenticità delle passioni, quelle che potremmo definire “universali”, che ci fanno sentire uomini in un universo sempre più disumano, mi sono avvicinata lentamente e con gradualità alle loro emozioni, le ho “sentite” negli anfratti di destini complicati, nelle soffitte di memorie reali o immaginate, nel sospiro di una lettera o nel riverbero forbito di un’aula accademica. È lungo l’ordito di questo dualismo polisemico, quello dell’uomo e quello del “professionista” che ho incontrato lui, Giovanni Pascoli, il professore dall’esistenza schiva e infelice, mai solo, costantemente irretito nel suo “io familiare”, dolorosamente proteso alla ri-costruzione del nido. 

Ma la storia di Pascoli presenta, a ben analizzare, degli snodi fondamentali che giacciono latenti e non-scritti nei comuni manuali di letteratura, dove per anni ha imperversato – in una specie di “tirannia esegetica” (come spesso succede, purtroppo…) – l’ombra di un poeta dell’idillio, della moderna poesia pastorale, dietro e dentro i ritratti di natura dell’autore myriceo. Eppure, i non-detti e i non-scritti rivendicano prepotentemente la loro parte su un palcoscenico emotivo, fatto di sublimazione, castrazione, sofferenza, duplicazione e sacrificio, che si scompone e si frantuma sotto il peso di quell’evento traumatico da cui tutto ebbe inizio: è il X Agosto 1867 e Ruggero Pascoli viene ucciso da due colpi di pistola, due, in fronte. È sera. Al mattino è partito da casa in calesse per Cesena. È sabato, giorno di mercato. Giovanni è in collegio con gli altri fratelli, presso i padri Scolopi di Urbino. Ha dodici anni. Gli Ignoti sparano acquattati in un fosso della via Emilia, tra la Villa Gualdo e la Chiesa di San Giovanni in Còmpito. La cavalla, pezzata di bianco e grigio, si allontana con passo incerto e zigzagante. A terra, giacciono le due bambole comprate alla fiera per le figlie, le stesse rese immortali dall’io lirico della poesia dedicata all’evento. A San Mauro, l’assassinio si ammanta di mistero; si arricchisce di particolari; attira a sé una curiosità morbosa su colpevoli e movente, ma il giallo è destinato a spegnersi sotto la cenere del processo di Bologna, lapidario, frettoloso, inconcluso. La ferita si protrae imperitura e violenta sul volto di Giovanni, il cui labbro trema e lo sguardo si incupisce quando l’ignoto gli ricorda la tragedia che segna la drammatica ouverture di una serie di sciagure che arresteranno il processo di sviluppo del puer, interrompendo il normale corso di crescita del bambino Pascoli. Nel 1868 muoiono la mamma Caterina e la sorella Margherita. Qualche anno dopo, i fratelli Gigino e l’amato Giacomo. 

L’iniziazione del poeta alla scrittura è precoce:

Il nome del Pascoli cominciava a uscire dall’Università. Egli se ne sdegnava; e se altri gli avesse detto: - Il tal de’ tali desidera conoscerti – diventava come un istrice, e lo schiaffeggiava in faccia con l’escandescenza rituale della sua bizza romagnola: - Vatt’a morì d’azident – […] Casalingo, ma non per questo misantropo, usciva sol per andare a lezione: di rado, ma in su’l tardi, compariva qualche sera inaspettato al “Caffè delle belle arti” (non c’è più), ritrovo di alcuni di noi: vi leggeva il “Fanfulla” – quel di Fantasio – giornale suo prediletto.
(Brilli 1924)

Il primo Pascoli appare egualmente diviso tra la sofferenza dell’io familiare disgregato e il rimpianto/rimorso del “pellegrino” che vive gli anni universitari tra euforia ed apatia, sperpero e accidia, studente “fuori corso” dimentico di un dolore che affiorerà con prepotente violenza nell’età adulta, rompendo la Storia del fanciullo, castrandone le aspirazioni ad una vita propria, sacrificato alla ricomposizione del nido violato, condensandosi nel suo “doppio”: il padre che sostituisce il puer, devoto alla protezione delle due sorelle Ida (Didina) e Maria (Mariù). È difficile immaginare un Pascoli innamorato. Eppure, non si può trascendere da un nome, quello di Erminia Tognacci, una compaesana morta precocemente nel 1878. E in questo luogo, ancora una volta di lutto e drammatica separazione, comincia a delinearsi l’aspetto degenere del nido ri-costruito, quel morboso sentire e volere che impedirà a Giovanni e Maria, la sorella “buona”, di crearsi una vita autonoma. In una nota autografa di Maria Pascoli, custodita nell’Archivio di Castelvecchio, si legge:

Il nome dell’Erminia Tognacci non fu mai pronunciato da lui in tutta la sua vita. E io lo sento ora per la prima volta. Quante ciarle!!!

La casa di Castelvecchio rappresenta l’incipit di un’esistenza vissuta nella pregnanza di un dualismo condensato in due immagini che, correndo lungo un sistema speculare, delineano con disincantata evidenza due figure e un’essenza: quella dell’impalpabile infelicità dell’uomo, quella del poeta ferito.

L’attività di professore, che lo conduce sulla via della peregrinazione in varie città italiane, è solo il manifesto esteriore del dissidio senza nome che ne costituisce la più completa (se così si può definire) rappresentazione esegetica: il professore si è formato alla scuola del Carducci, mentore ammirato, temuto, amato fino a disintegrarne il rapporto gerarchico, sebbene mai del tutto probabilmente. Ma l’incombenza della scrittura lo sottrae talvolta ai canonici obblighi del docente. E se dualismo c’è tra l’uomo e lo scrittore, come in un gioco di matrioske, un’accezione dualistica va rintracciata anche nel binomio professore/poeta. Si interessa acutamente a Dante e all’ermeneutica della Commedia; ne tesse progressivamente una trama di simbolismi complessi e inediti, attraverso una regia ermeneutica che, come la tela di Penelope, è fatta di aggiunte, strappi, metafore e parallelismi, affascinante lavoro senza tempo destinato a perdurare. E mentre Dante ne ispira il lavoro accademico, il poeta Pascoli si dedica alla sublimazione in versi della tragedia familiare. L’uso del simbolismo, della reticenza, dei vezzi esclamativi e interrogativi, delle parentesi – forse digressioni che fungono da intercapedine tra due mondi separati, quello dei vivi e quello dei morti – si delinea con sorprendente maestria. L’invenzione retorica corre con straordinario dinamismo lungo immagini riprese dalla vita: la tempesta, la rondine, le campane, il lampo e il tuono, gli uccelli notturni e le farfalle crepuscolari. La ferma determinazione del dettaglio, attenta persino alla nomenclatura, costituisce l’originale premessa ad un novello orizzonte di senso, che abbraccia l’aspetto forse più affascinante della poetica pascoliana: il linguaggio. E continuando a giocare – non me ne vogliate – con matrioske e binari, il dualismo si fa serio e diventa scambio di ruolo: la crescita del puer è stata brutalmente arrestata dal dramma; ha perso l’entusiasmo della vita e la ricchezza progressiva del linguaggio. La felicità si è alterata, diventando assenza nel ricordo, meta già raggiunta che ha ceduto il passo alla stanchezza dell’età adulta, che brama solo il riposo. Per un breve tratto di strada, il puer negato ha ceduto il passo al pellegrino, che ha visto tutto e ha conosciuto tanti segreti, dimentico per un istante della sua devozione al dolore. Ma il puer è pronto a tornare, “nobilitato” da un’immagine nuova, che nega la propria mascolinità in un processo di inevitabile castrazione: la figura del padre, dedito in via esclusiva alla protezione di Didina e Mariù, le due sorelle indifese. La rimozione del fanciullo implica l’abbandono del linguaggio della felicità, andato distrutto quando la tempesta della perdita paterna si è abbattuta con rovinosa sciagura sulla casa di San Mauro. La lingua post-idilliaca è una lingua diversa, che parla e scrive con i suoni della regressione e si colloca fuori e prima dell’urgenza del dire. Le parole si fanno eco, ombra, nebbia. Abbondano le onomatopee, i singulti, l’ansia crescente delle sbigottite enumerazioni, i singhiozzi repressi e i sospiri incastrati con sapienza lirica nei labirinti sinestetici. Ne deriva un microcosmo completamente stravolto: destituito il pellegrino, trasformato il puer in padre, le velleità dell’ordinaria comunicazione diventano una remota necessità. La lingua nuova è afona e non può essere decodificata se non usando i paradigmi psicanalitici della mancanza, dell’omissione, della realtà sublimata. 

Passeggia, di sera, lungo i viali di Castelvecchio. Gli anni appesantiti dal dolore e dalla negazione di sé; la sagoma troppo pingue e troppo lenta; lo sguardo acuto e triste. Il fanciullo-padre reclina il capo: là sola una casa bisbiglia. I ricordi sono fuochi fatui sopra le fosse. Sta per entrare in un giardino, quello della digitale purpurea. Ancora non sa, ancora non capisce. Eppure il pensiero giunge affannato alle due sorelle, Didina e Mariù, i suoi angeli… Nel giardino è custodita una verità sommessa, che suggella il segreto del dualismo, che corre inarrestabile sul cappello liso e le scarpe troppo strette di Giovannino. Gli sguardi si incrociano sul crepuscolo:

Sorridi? A questo sbatter d’usci? È certo Ida tua che sfaccenda, oggi, in cucina. E Maria? Maria prega oggi per me.

Il giardino attende, pronto a rivelare. Gli anni appesantiti dal dolore e dalla negazione di sé; la sagoma troppo pingue e troppo lenta; lo sguardo acuto e triste.

Linda Ciano

1 commento:

Unknown ha detto...

Analisi sofisticata e originale, incisiva, profonda e umana come la sua autrice