26 maggio 2010

Luigi Tenco. Il cantautorato di un angelo caduto


Abbiamo avuto in Italia un artista che ha rappresentato lo squarcio tra il passato e il futuro musicale, la cui morte tragica proietta ancora oggi delle ombre non del tutto fugate. Questi è il cantautore Luigi Tenco, che col suo grido d’addio lasciò tutti sconvolti e più tristi, producendo un graffio nelle coscienze e disagi nel teatrino della canzonetta. A tutt’oggi ci si sente profondamente inadeguati rispetto al gesto di Tenco. Un colpo di pistola che, nel 1967 a Sanremo, a soli 29 anni, ce lo portò via; lasciando come testimonio un biglietto scritto di suo pugno che diceva: «Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt'altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.»

Questo tragico atto si compì in una camera dell'Hotel Savoy, ove a trovarlo privo di vita steso a terra con un foro di proiettile alla testa, fu la cantante (fidanzata del cantautore) Dalida. Per anni si sono palesate malsicure certezze riguardo le cause reali della sua morte. In primo luogo: il corpo fu ritrovato con una ferita da arma da fuoco alla tempia sinistra: particolare, questo, molto strano, perché Tenco non era affatto mancino. Inoltre non fu mai ritrovato il proiettile che ne causò la morte. Sicché dopo anni di pressioni evidenziate da una parte della stampa, in dicembre del 2005 la procura generale di Sanremo ordinò la riesumazione della salma per provare a stabilire definitivamente la verità, e cioè se Tenco si era realmente suicidato, o, assassinato per motivi ignoti. In febbraio 2006 il Caso Tenco è stato definitivamente chiuso dopo un’accurata nuova analisi sulla salma che ha suffragato la tesi che il cantante è morto per suicidio.


Tenco si era presentato, qualcuno sostenne a malincuore, al Festival di Sanremo con Ciao amore ciao cantata in coppia con Dalida. E che fu lei stessa a convincere il cantautore a portare quella canzone al Festival. Una canzone dalla quale viene fuori una malinconia ammaliante e fascinosa. Uno struggente etico grido antimilitarista. Un autunnale addio col quale fregiare i cuori di chi l’avesse ascoltata. Il brano, però, non venne subito apprezzato dal pubblico e non fu neppure ammesso alla serata finale della gara, classificandosi al dodicesimo posto nel voto popolare, fallendo pure il ripescaggio a favore della canzone La rivoluzione di Gianni Pettenati. Al che Tenco vinto dallo sconforto percepì distintamente negli altri la volontà di non apprezzare un lavoro proiettato verso una linea poetica cantautorale. Infatti, rispetto la canzonetta dell’epoca, Tenco si pone decisamente su un piano superiore, lanciando sondatori sguardi dentro di sé, per parlare degli altri, raccontando se medesimo. Quindi, non solo una delle più alte figure ed epigono in Italia del grande cantautorato, ma elemento chiave della rinomata Scuola di Genova composta da De André, Paoli, Lauzi, Bindi, Ciampi, Jannacci, Endrigo, Gaber. Cantautori per nulla costruiti, propensi a esternare con naturalezza la propria personalità, che diedero vita a una frattura tra canzone commerciale e quella culturale. Fra questi spicca Tenco, appunto, con la sua smania espressiva, supportato da originalità e temi che lo portarono a divergere dai suoi stessi amici. Insomma, poeta dalle nobili aspettative, pronto a non prestarsi a nessun tipo di compromesso, credendo in quello che faceva, ricercando con cura parole cariche di significato. Un angelo sensibile che cadde confidando nella forza della poesia, ascoltando le voci tutte dell’animo umano. Senza mai trascurare, a parte qualche scanzonatezza, gli umori più forti, palpitanti, melanconici, ferali e d’impegno, che raramente altri si sognavano d’inserire in un testo da cantare. Dando ascolto alla sua inquietudine che cozzava con la superficialità della società, proponendo una tecnica compositiva della canzone che si differenziava non poco dalle altre in voga in quel periodo. Con l’ambizione d’essere poeta, poeta d’essenze dentro gli elementi della canzone, della musica e di tutto ciò che ne consegue. Contro quelle spudorate canzonette che passavano rumorosamente, specie quelle dei cosiddetti “urlatori”, sopra la sua ricerca, la sua purezza, la sua struggenza, espressa anche in modo lineare, diretto, ma mai banale. Difatti, nelle primissime canzoni, pur non annoverando argomenti di denuncia, il suo rinnovamento si compì già nel modo di trattare il sentimento dell’amore, spinto verso inaspettate ricerche. Inoltre, fra le molteplici sue sfaccettature, il suo spirito anticonformista non potè che sorgere con forza e trasparenza dai suoi componimenti, con parole sostanziali, poste lucidamente in zone ove delle sottolineature strumentali si portano verso una comunicazione emozionale, pizzicando con garbo le corde dell’emotività dell’ascoltatore. Captando ogni volta qualcosa di puro in direzione d’un piccolo eterno, nondimeno presente nei testi meno pretensiosi. Peraltro, la sua forza, oltre la sua impronta nel cantare con la giusta intonazione, scansione e pronunzia di ogni determinata parola, era quella di riuscire a raccontare, denunciando i mali sociali, perché Tenco aveva delle cose da dire. Una concordanza fra eleganza, indi, purezza, poesia e calorose melodie che Fabrizio De André in Preghiera in gennaio del 1967 canta alla scomparsa dell’amico, dandogli un posto in paradiso:

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi,
Dio, fra le sue braccia,
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte,
che all'odio e all'ignoranza
preferirono la morte.
                                  
     

Tra il ’56 e il ’58 Luigi Tenco e Fabrizio De André avevano suonato insieme nel Modern Jazz Group di Mario Santis. Tra i due artisti v’era molta sintonia, e delle affinità artistiche che li rendevano per alcuni versi molto simili. In una intervista Luigi Tenco, alla domanda che cantante preferisse, rispose un certo Fabrizio di Genova, un giovane. Quel giovane era De André ovviamente, che aveva scritto un pezzo di protesta cantato poi da Tenco dal titolo: La ballata dell’eroe. Questa canzone espose verso l’interesse di un pubblico più ampio De André che, pochi anni prima con il suo primo album, Nuvole barocche, aveva trovato non poche difficoltà. Quindi il fatto che Tenco scelse questa canzone per inserirla nel film La cuccagna di Luciano Salce del 1962 cantandola, fu una cosa positiva per De André


Per nostra fortuna la voce e l’arte di Tenco sono sempre presenti, incisi in capolavori come Mi sono innamorato di te, Vedrai vedrai, Angela, La ballata dell’eroe, Ciao amore ciao, Lontano lontano, che ci parlano di gioie e rifulgenze, malinconie e mille altri sentimenti ispirati da stimoli che visse nella sua triste-gioiosa amata Genova, frequentando amici assetati d’arte ed esistenzialismo, sognando Parigi. Amici come Lauzi ch’era il suo compagno di banco, Paoli, Bindi, e perfino l’architetto Renzo Piano.
Insomma, vivo tra noi è Tenco, mentre in tanti adesso lo ricordano. Sopra tutti gli amici del Club Tenco costituito cinque anni dopo la sua morte a Sanremo, con l’obiettivo di mettere insieme tutti coloro che, raccogliendo il messaggio del cantautore, si espongono alfine di difendere e sviluppare la canzone d'autore. Dal 1974, invece, al Teatro Ariston di Sanremo è nato dal Club Tenco il Premio Tenco, manifestazione cui hanno partecipato e partecipano i più grandi cantautori degli ultimi decenni. Con un occhio di riguardo al giovane e nuovo cantautorato di qualità, in modo da poter portare agli amanti della buona musica, una buona poesia in musica, sperando perché no, in un nuovo Tenco, in un nuovo De André, in un nuovo chansonnier, con la pretesa di creare con musica e parole una mano tesa verso quelle profondità imperlate di emozioni da donare, per durare non solo una stagione musicale, ma delle stagioni generazionali.

Nessun commento: