28 gennaio 2011

Little Birds Have Fast Ears: contaminazioni musicali a Oslo

Oslo: città da sentire (installazione, NyMusikk 2011)

La decima edizione di AllEars è diretta da Lasse Marhaug, che è anche curatore musicale della Henie Onstad Kunstsenter di Hovidokken, venti minuti in bus da Oslo, museo di arte contemporanea (Dubuffet, Max Ernst, Fluxus in allestimento), fino ai linguaggi e alle sperimentazioni contemporanee. Spazio principale dei concerti il Fabrikken, quindici minuti a piedi dal centro di Oslo. Lateralmente NyMusikk, rassegna di contemporanea con sede a Platousgate, pochi minuti dal centro cittadino.



Maja S.K. Ratkje e Zeena Parkins
Apre il duo Isglem, formato da Terje Isungset (tenore, corni di antilope) e Karl Seglem, (batteria, percussioni autocostruite); campiture ampie e intensi vortici sonori, furori e malinconie, astrazioni e sospensioni, le radici free dilatate, dialogo in tensione.

Seguono Mat Maneri, Hanna Gjermundrod, Andrea Neumann. Viola elettrificata, voce e campionatori, suono avvolgente e scontroso, malinconicamente introverso, texture minimali che puntano sull’impasto di timbriche, suoni analogici, voci e campionamenti.

Fred Lonberg-Holm e Zeena Parkins, spiriti affini. Il violoncellista esplora tutte le possibilità timbriche con arco, pedale e effetti. Espressività complessa, introversa e aspra, distorsioni e spigoli; la Parkins nel pomeriggio si esprime a NyMusikk con arpa elettrica, bicchieri e elaborazioni in tempo reale. Echi, riverberi, suoni naturali stratificati, l’incanto di una sottile malinconia, corde percosse e sfregate, un ventaglio di linguaggi e tecniche dalle avanguardie storiche (John Cage, il minimalismo, i drone acustici) al presente. La sera una quintessenza blues tra bordate di drone, basse frequenze e catarsi vocali della compagna Maja S. K. Ratkje, umore nero convogliato e liberato in gesti precisi.
Fred Lonberg-Holm

Venerdì di nuovo Matt Maneri con Randy Peterson alla batteria. Poco meno di mezz’ora, una costante sospensione del tempo, la costruzione armonica convoglia il ritmo in una disposizione di gesti, la distribuzione del suono nello spazio sostituisce la narratività. Maneri è a buon titolo un classico della musica di oggi.

Christian Weber sfrutta arco, corde e cassa, cambi di grana e timbro del suono, Joke Lanz lo interpella con scratch, campioni e effetti concreti; due piastre e una teoria di vinili, la CNN dei neri virata in bianca paranoia urbana. Elettroacustica mutante, ma è l’elettrico a reggere sintatticamente il gioco all’improvvisazione, non quest’ultima ad appiattirsi su frequenze e texture.
Randy Peterson, Joe McPhee, Oyvind Storesund
In chiusura Kevin Drumm, immersione nel suono, la percezione di un tempo interiore scandito da suoni taglienti, aspri, sordi. Il corpo dell’ascoltatore fa da cassa di risonanza, Drumm è un raffinatissimo manipolatore che gioca con la percezione di un suono massivo, immersivo.

Sabato aprono Harald Fetveit e Agnes Hvizdalek, glitch, effetti digitali e vocalizzi. Tra il quartetto d’assalto composto da Nils Are Dronen (sax tenore amplificato), Kjetil Moster (batteria), Fred Lonberg-Holm (basso), Joke Lanz (turntablism) e il puro terrorismo sonoro di Lionel Marchetti e Jerome Noetinger, i coreani Ryu Hankil, Choi Joonyong (compagno di scorrerie di Otomo Yoshihide) e Hong Chulki ripropongono un set molto simile a quello di NyMusikk, lettori cd, macchina da scrivere, suoni industriali come glitch analogici e rasoiate industrial; per un giudizio più articolato ci si riserva di ascoltare qualcosa di diverso da queste due esibizioni.


Joe McPhee, Henie Onstad Kunstsenter, 16 gennaio 2011

Infine Joe McPhee, con pocket trumpet e soprano. Un soffio prolungato diventa suono carico di diplofonie e microtonalità, frasi e silenzio che scivolano le une nell’altro, respiro circolare. Ben tre esibizioni per il newyorchese: questa che sfiora la telepatia con Peterson (impeccabile e versatile dato il set con Maneri), e Oyvind Storesund (archetto, armonici e sospensioni ritmiche, degno erede della tradizione musicale di cui è supporto); due in solitario a NyMusikk e nella sala del Henie Onstad Kunstenter, dove anche le risonanze del pianoforte restituiscono pura magia.


Peter Brotzmann e Masahiko Satoh, Henie Onstad Kunstsenter, 16 gennaio 2011

Da ultimo Peter Brotzmann, pioniere dell’autoproduzione, scultore e pittore, traghettatore del jazz in acque fluxus (tutto quel che abbiamo sentito in questi giorni gli è debitore per stile, attitudine, coraggio). Masahiko Satoh: fondatore del Yosuke Yamashita Trio, seminale formazione free jazz giapponese (animatori del finale di Extasy of the Angels di Koji Wakamatsu, 1969), compositore, polistrumentista e arrangiatore. Un’ora intensissima. Prima tarogato e clarinetto basso, emissione e padronanza magistrali (i colleghi in sala, spesso usi all’amplificazione, turbati), microlezione al piano di storia della musica degli ultimi ottant’anni, tra cascate di cluster anche uno stride astratto e atonale. Brotzmann in chiusura imbraccia il tenore, un blues lirico, possente, sentore di malinconia che si trasfigura in rimpianto. Si schernisce a fine concerto (pochi occhi asciutti), distoglie lo sguardo allontanandosi e ci lascia con la sensazione di aver partecipato a un evento (si sospira una pubblicazione, gli strumenti di registrazione c’erano). Alcuni di noi gli stringono la mano, con gratitudine e rispetto. All’uscita un panorama di neve e una nebbia leggera che vela il paesaggio.

AllEars 13 – 16 gennaio 2011
Fabrikken, Vulkan, Maridalsveien 13
Henie Onstad Kunstsenter, Hovidokken

NyMusikk 10 – 14 gennaio 2011
Platousgate 18, Oslo

Le immagini di questo articolo sono di Gian Paolo Galasi

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