21 gennaio 2014

Babbo Natale e la favola della democrazia rappresentativa

 
Alcuni anni orsono, durante un rilassante pomeriggio autunnale a passeggio tra le luci calanti del porto grande, col ritmo scandito dalle boccate di un buon Toscanello, il caro Luciano mi informò dell'imminente venuta dell'allora parlamentare europeo Claudio Fava in occasione della presentazione del suo ultimo libro Quei bravi ragazzi, testimonianza della sua concreta opera parlamentare nello smascherare lo scandaloso sistema delle "extraordinary renditions" messo in atto dall'amministrazione Bush nell'emergenza dell'ormai famigerata "lotta al terrorismo".


La cosa mi sorprese alquanto essendo la patria di Archimede lontana anni luce dai centri della cultura nazionale, ed accettai con entusiasmo; e poi si trattava di un personaggio (l'On. Fava) a me ben noto non solo per essere il figlio del compianto Pippo Fava, giornalista trucidato negli anni ottanta dal connubio mafioso-istituzionale, ma soprattutto per le specchiate qualità morali e una certa intransigenza politica che lo avrebbe portato di lì a poco all'abbandono del nascente pastrocchio DS-Margherita (PD).


Arrivammo abbastanza in anticipo nel salone delle conferenze in cui si sarebbe svolta la presentazione dell'opera e ben presto la sala si riempi per metà, addensando l'aria di un chiacchiericcio conviviale che fu spezzato dall'arrivo dell'On. Fava, dei relatori e degli ospiti.
Dopo il breve preambolo di presentazione del parlamentare europeo e della sua attività politica e sociale, il relatore passò alla descrizione del tema centrale del testo: I trasferimenti illegali di prigionieri dal fronte afgano in luoghi-interrogatorio sparsi per il Medio Oriente e l'Europa, e quindi la loro definitiva destinazione, Guantanamo! Il tutto con la compiacenza dei governi interessati, tra cui, manco a dirlo, l'Italia berlusconiana, ben contenta di collaborare con l'amministrazione Bush nel nome di una visibile fedeltà atlantica che, approfittando delle defezioni franco-tedesche nella guerra del terrore tutta americana, avrebbe garantito ai piccoli colossi nostrani gustose prebende nella spartizione delle commesse di forniture militar-tecnologiche nei conflitti e nelle successive ricostruzioni afgano-irachene.
Finita la premessa, la parola passò all'On. Fava che descrisse con dovizia di particolari il faticosissimo iter investigativo e le estenuanti riunioni della commissione incaricata di ricostruire questi voli illegali transitati nei cieli e negli aeroporti di buona parte dell'Europa con la totale omertà e complicità delle autorità competenti dei rispettivi paesi. Un lavoro lungo e frustrante, fatto di ostruzioni, omissioni, lapsus mnemonici...insomma di tutte quelle nefandezze dell'arte del politicare ben note a noi italiani dal quel lontano 12 Dicembre 1969 in cui perdemmo la nostra innocenza nei due tremendi boati di Piazza Fontana.
Alla fine comunque la verità, o almeno quella parte di essa in grado di inchiodare l'amministrazione statunitense alle sue responsabilità, venne fuori, tra la visibile irritazione di una minacciosa Condoleezza Rice che non mancò a più riprese di ammonire i suoi colleghi europei circa l'estrema pericolosità della loro azione che avrebbe rappresentato un favore per Al-Quaeda e soci, con imminenti gravissime conseguenze anche per i loro rispettivi stati, previo il solito panegirico sulla guerra al terrorismo e le ragioni della reazione USA oramai arcinote. Di lì a poco, dunque, questa procedura totalmente illegale ebbe fine, soprattutto perché non più giustificabile da un'amministrazione come quella Obama che sulla fine di queste pratiche e sulla chiusura di Guantanamo aveva fatto un'accesa campagna elettorale.


Di tutta l'interessantissima esposizione dell'On. Fava un fatto mi colpi con maggiore forza, quasi come un lampo nel buio, quello cioè che uno dei paesi in cui i servizi segreti americani conducevano i presunti terroristi per le loro interrogazioni-tortura era la Siria, storico nemico americano, inserito nella famigerata lista degli "stati canaglia" per essere, a detta di Washington, uno dei regimi compromessi col terrorismo mediorientale, con cui gli USA avrebbero addirittura rotto qualche anno dopo le relazioni diplomatiche a seguito della crisi del Libano.

Insomma è davvero strano, pensai, che un paese minacciato dal terrorismo internazionale conduca i suoi presunti nemici, per farli interrogare, proprio in casa di chi ritiene loro fiancheggiatori e finanziatori...a meno che la diplomazia ufficiale non sia solo la punta di un iceberg di relazioni sotterranee ben diverse, inconfessabili, gestite da più o meno misteriosi Richelieu a cui le forze democraticamente elette e i legittimi poteri istituzionali in generale devono sottostare nel migliore dei casi, quando addirittura non ne ignorino l'esistenza, come in un sistema a compartimenti stagni.
Queste idee mi ronzavano in testa mentre l'On. Fava terminava il suo intervento lasciando spazio alle eventuali domande dei partecipanti, a cui mi accodai per ovvie ragioni.
Quando venne il mio turno, gli chiesi in modo secco e diretto, senza troppi preamboli, quale misteriosa forza lo spingesse ancora a fare della politica attiva. Di fronte infatti a tali poteri monolitici sotterranei, ramificati in ogni settore della società umana, evidenziatisi all'unisono, come un'unica forza destabilizzante, in episodi del nostro recente passato dall'omicidio di JFK all'11 Settembre, dalla strategia della tensione al sequestro e successiva uccisione di Aldo Moro, per tornare a temi da casa nostra, perché rischiare la vita come suo padre o Falcone e Borsellino che almeno, quando cominciarono la loro attività investigativa, per bocca dello stesso giudice Falcone, non immaginavano quale complessa e inestricabile rete di relazioni legasse mafia, politica ed economia, con relative propaggini nelle forze dell'ordine, nei servizi segreti e financo nella stessa magistratura? Il monolite, infatti, gli dissi va comunque avanti, forte del limitato interesse e partecipazione dell'opinione pubblica, alimentato da sempre nuova gente pronta a ogni sorta di compromesso pur di soddisfare la propria personale ambizione e sete di potere, un monolite solo sfiorato da quella piccola minoranza di individui che, in ogni tempo, intuito quest'assurdo meccanismo di potere, lo hanno combattuto fino a pagarne il prezzo con la propria vita senza tuttavia intaccarlo minimamente.

La risposta dell'On. Fava fu sincera e altrettanto diretta della mia domanda, lontano dalla solita retorica politichese ammise l'esistenza di questi poteri sotterranei ramificati ovunque (dunque non liquidò, come temevo la mia constatazione come "complottista", termine tanto caro alla stampa prezzolata di ogni paese), tuttavia, mi disse, «qualcuno che creda realmente nel potere democratico e nel rispetto dei diritti umani deve pur cercare di lottare, di porre degli argini a questi poteri, di affermare con forza lo stato di diritto, magari fallendo spesso, ma qualche volta, ed era il caso delle "renditions", vincendo qualche piccola battaglia».

A distanza di anni mi sono ritrovato a riflettere sulle sue parole mentre analizzavo il bel lavoro di Miguel Gotor Il memoriale della repubblica ennesima ma inconsueta rilettura storica degli scritti dalla prigione del presidente democristiano.
Il Natale era vicino e mia moglie si dibatteva per trovare qualche amico o parente disposto a travestirsi da Babbo Natale in modo da mantenere viva agli occhi di mia figlia questa favola. «Ma tu guarda» le dissi, «tutto ciò somiglia tanto a quella favola che qualche potente creò circa tre secoli fa, terrorizzato dalla folla incontrollabile e inferocita che assediava e distruggeva la Bastiglia; egli si chiese, infatti, se valesse ancora la pena gestire direttamente il potere e non creare uno specchio per le allodole (la democrazia rappresentativa) tra se e le masse facendo credere a queste ultime di essere oramai divenute padrone dei propri destini e sparire cosi dalla storia narrata».

Mia moglie mi guardò interdetta, «E cosa c'entra tutto questo con Babbo Natale?» mi chiese.
«Le favole» le risposi «come le religioni e la politica, sono degli intermediari, dei cuscinetti che da un lato attutiscono l'impatto con la cruda realtà di una vita incomprensibile, di un gioco spesso assurdo e insensato per le masse e dall'altro consentono ai pochi conoscitori della verità e detentori della ricchezza e del potere mondiale di governare il mondo, per il bene, a detta loro, degli uomini bambini, che altrimenti lo farebbero precipitare nel caos». «I capricci pressanti di nostra figlia», ripresi, «ci costringono ad inscenare sempre meglio la favola di Babbo Natale, ad accontentarla dunque, nei limiti del possibile, per la nostra egoistica tranquillità ma anche con grande beneficio per la sua crescita, perché le favole aiutano a crescere, cosi come la religione in un secondo tempo. L'uomo infatti ripercorre da sempre, lungo il percorso della sua maturazione, il cammino dalla mitologia alla teologia da questa alla razionalità fino alla psicologia, molti è vero si fermano alla seconda, altri ad un misto delle prime tre più o meno di egual proporzione, pochi arrivano alla quarta».

«Dunque?» chiese mia moglie ancor più perplessa anziché convinta dalle mie parole, «dunque» ripresi «ciò che voglio dire è, trasportando il discorso dalla sfera dell'infanzia a quella della quotidianità, è che solo aumentando la nostra partecipazione attiva alla vita pubblica che possiamo trasformare la democrazia da splendida favola in realtà, lottando per il nostro diritto alla autodeterminazione, assumendoci le nostre responsabilità nella società civile, informandoci e pungolando continuamente dal basso questi paraventi chiamati politici, obbligandoli sempre più a fare i conti con le nostre esigenze, e non solo con quelle di chi li finanzia più o meno legalmente, pena la contraddizione e la rivelazione della favola che, ti assicuro, nessuno di chi comanda vorrebbe mai si avverasse».

«La politica è uguale dappertutto da secoli» rispose mia moglie come ridestatasi improvvisamente, «si sa che una volta al potere i politicanti obbediscono ai poteri economico-finanziari e non al popolo che li ha eletti». «Esatto» risposi «ma guarda i paesi scandinavi dove un ministro deve dimettersi per aver speso 15 euro in un supermercato con la carta ministeriale, lì l'opinione pubblica e i mass media sorvegliano attivamente all'operato dei governanti, obbligandoli ad una condotta più schietta, e che dire del ministro della sanità finlandese che sbatte la porta in faccia ai colossi farmaceutici del vaccino anti-papilloma virus? Il suo senso di responsabilità, ma anche il timore di essere un giorno accusata di intascare tangenti (vedi il nostro De Lorenzo col vaccino sull'epatite B) prevale sul proprio tornaconto».

Mia figlia spezzò il temporaneo silenzio intercorso e mia moglie mi fece cenno di riparlarne dopo, cosi mi rituffai nella mia lettura di Gotor ripensando al famoso aforisma di Abraham Lincoln: «Potrete ingannare tutti per qualche tempo, o alcuni per tutto il tempo, ma non potrete prendere per il naso tutti tutto il tempo», e il tempo del risveglio delle coscienze, forse, ben presto, potrebbe essere maturo.



Francesco Motta

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