10 aprile 2014

Le forme della natura nella teoria dei Campi morfici



Qualsiasi essere, una pianta, un animale o un uomo è composto da cellule; le cellule come sappiamo tendono a riprodursi e a cooperare come piccole comunità viventi. Ciò che codifica le azioni e la produzione di sostanze atte alla vita e al metabolismo è scritto nel DNA cellulare. Il DNA, come sappiamo, possiede il patrimonio genetico degli esseri viventi e “comanda” le azioni di ciò che sarà la futura creatura e le sue caratteristiche. Ma le conoscenze sulla struttura a doppia elica sembrano dimostrare che i geni danno indicazioni su molte cose ma non danno alcuna istruzione circa la forma che l'essere dovrà assumere. Questa programmazione riguarderebbe anche i comportamenti, l'istinto o il carattere umano che secondo certe teorie sarebbero insiti in noi dalla nascita, tuttavia secondo le ricerche dello scienziato inglese Rupert Sheldrake questa visione è oramai superata. Egli infatti ha formulato una rigorosa teoria alternativa, detta dei Campi morfogenetici, che sembra essere molto aderente alla realtà.

Un aspetto ancora non del tutto risolto nella scienza è chiarire se esista o meno un imprinting congenito negli esseri viventi e non. La prima speculazione filosofica risale ad Aristotele e al concetto di entelechia (en + telos, dal greco “dentro” e “scopo”) per cui gli esseri viventi possederebbero un programma finalistico in merito alla propria esistenza. In contrapposizione ad Aristotele c'era Platone e la sua Teoria delle idee, dove non solo le idee (il famoso iperuranio platonico) ma anche la causa finale degli esseri viventi sarebbe esterna al corpo.
Un primo problema legato alla visione aristotelica riguarda la questione se nei geni sia scritto tutto ciò che riguarda un essere vivente. In effetti non si comprende come sia possibile che da una stessa cellula, con le stesse caratteristiche genetiche, si possa creare una tale differenziazione che porta a sviluppare una foglia o una radice, un organo interno o un occhio. Se tutto è contenuto nell'embrione iniziale, così come tutto è contenuto in un seme, perché alcune cellule crescono in un modo e altre in un altro? Chi comanda le istruzioni in merito al loro comportamento? Se il DNA non codifica la forma e i modelli ereditari di comportamento, si presuppone che un altro meccanismo dia indicazioni ai geni di far sviluppare le cellule in un certo modo.

L'ipotesi della causalità formativa di Sheldrake venne inizialmente supposta negli anni '20 del secolo scorso da tre scienziati che prevedevano l'esistenza di un campo morfogenetico in grado di guidare i processi di regolazione e rigenerazione degli esseri viventi. Lo scienziato inglese superando questa prima indicazione definisce questi campi come un qualcosa che manterrebbe anche la memoria degli eventi di una specie. I campi morfici non seguirebbero uno schema monodirezionale, ossia l'organismo non subirebbe semplicemente l'azione dei campi ma seguirebbe uno schema secondo cui l'uno influenza l'altro. Ciò significa che gli organismi. pur essendo guidati dai campi, sarebbero in grado di influenzarli per sovrapposizione cumulativa. 


Confronto tra diverse teorie della forma. Da sinistra la teoria platonica dove la forma ideale influenza gli organismi.
Stessa cosa per la visione meccanicistica. Nella teoria aristotelica dell'entelechia l'influenza è insita nell'organismo.
Nell'ipotesi della causalità formativa sia i campi che l'organismo si influenzano in maniera reciproca. 

Se il DNA di un uomo conta circa 25.000 geni, quelli di un riccio di mare 26.000, mentre i geni di un giglio sono trenta volte quelli di un uomo. Questo primo paragone tra specie dimostra come la complessità di una specie non corrisponde alla quantità di geni presenti e dunque a una codifica interna che regolerà lo sviluppo futuro. Anche la sconvolgente similitudine genetica tra uomini e scimpanzé di appena 1,1% in termini generali può essere difficilmente spiegata solamente con i geni.
Questi sono solo alcuni esempi delle “stranezze” con cui si mostrano i limiti delle attuali teorie. Secondo Sheldrake invece la vera funzione dei geni è quella di "sintonizzarsi" col campo morfico fungendo da intermediari. Nel caso in cui vi siano delle anomalie di sintonizzazione (un po' come avviene con un televisore che abbia un componente guasto. In questi casi si modifica la ricezione delle immagini che diverranno disturbate o alterate) il prodotto finale sarà una mutazione genetica. Tuttavia le mutazioni non devono essere considerate solo un fenomeno distruttivo per una specie. Secondo l'ipotesi della causalità formativa potrebbero comparire in alcune specie per acquisizione, determinando un migliore adattamento della specie all'ambiente in cui vivono. Ad esempio i corpi callosi sulle ginocchia dei cammelli sono utili per evitare abrasioni ogni qual volta l'animale si inginocchia. Secondo la teoria neo-darwiniana questo sviluppo avverrebbe non per acquisizione ma per mutazione casuale della specie che poi favorirebbe la dominanza per selezione naturale. Sotto questa prospettiva la causalità formativa di Sheldrake sembra molto più pertinente rispetto all'ipotesi darwiniana, anche se resta tutta da dimostrare.


L'ipotesi si applicherebbe anche alla memoria e alle abitudini di una specie secondo cui erediterebbe i comportamenti attraverso la sintonizzazione col proprio campo morfico. A sostegno di questa idea sembrerebbe sufficiente mostrare come sino ad oggi le neuroscienze non abbiano concretamente trovato aree di memorizzazione nel cervello. Anche se ogni area mostra diversi comportamenti la memoria degli eventi sembra essere non concentrata in un punto ma distribuita: «la memoria è ovunque e in nessun luogo in particolare» (Boycott). Vi sono diversi esempi che sembrano confermare l'ipotesi di una memorizzazione esterna al cervello. Lo Stentor è un protozoo tubiforme che vive nelle acque stagnanti. È un organismo molto semplice che grazie a sottilissime ciglia porta il cibo al suo interno creando piccole correnti di acqua. Queste creature rispondono agli stimoli contraendosi. Se gli stimoli sono ripetuti subentra il fenomeno dell'assuefazione che limita le reazioni inutili. Ciò significa che l'organismo tiene memoria degli stimoli e riconosce quelli veri da quelli irrilevanti. Come avviene la memorizzazione se esso è un organismo unicellulare e privo di un sistema nervoso?
Un altro esempio a sostegno di questa tesi si lega ai risultati di un esperimento condotto su delle scimmie. Ad esse venne loro insegnata la distinzione tra coppie di oggetti e, una volta apprese le differenze venne loro danneggiato chirurgicamente l'ippocampo determinando una perdita dell'abilità appena acquisita. A questo punto nell'area danneggiata vennero trapiantate delle cellule staminali che ripopolarono la regione. Dopo un paio di mesi le scimmie riacquisirono le capacità perdute.
Altri animali dimostrano come l'apprendimento di nuovi comportamenti è certamente il più delle volte legato alla correzione degli errori commessi. A volte però si manifestano dei cosiddetti insight (dei colpi di lampo) che permettono di ottenere una soluzione rapida e inattesa, come se fosse stata estrapolata direttamente dalla coscienza collettiva. Vi sono diversi esempi di come gli animali sembrino mostrare tracce di un apprendimento ereditario. Certi esperimenti sui topi hanno mostrato che apprendendo un'azione per ottenere del cibo alla prima generazione occorrono circa 300 tentativi prima di giungere al premio, alla seconda generazione solo 100, alla terza 30 e alla quarta 10! In altri tipi di esperimenti una prima generazione di topi veniva sottoposta a delle dolorose scariche elettriche ogni qual volta veniva emesso un certo odore nell'ambiente. Il collegamento odore-dolore venne ripetuto più volte. Nelle successive generazioni venne riscontrato un curioso comportamento ansioso nel momento in cui veniva riconosciuto lo stesso odore, pur essendo in assenza di scariche elettriche. Ciò significa che le esperienze si memorizzano nei campi morfici e le generazioni successive sarebbero in grado di recuperare le informazioni nello spazio e nel tempo.

La modalità con cui le cianciarelle aprivano le bottiglie di latte 

Negli anni '20 del Novecento si diffuse in Inghilterra il metodo della distribuzione delle bottiglie di latte sigillate con un tappo superficiale in lamina. Le cinciarelle e altre specie simili impararono presto a strappare la lamina e a prendere la panna superficiale. Nel giro di poco tempo questa abitudine si diffuse per tutta l'Inghilterra sino al 1947 quando questo metodo distributivo mutò. Per quanto gli uccelli potessero imparare la tecnica per imitazione da altri uccelli, non si spiegherebbe la diffusione in tutto il paese, essendo uccelli che non si allontanano più di venti chilometri rispetto al loro nido. Non solo, lo stesso comportamento venne riscontrato anche in Svezia, Danimarca e Olanda. In questi paesi durante la Seconda Guerra Mondiale il servizio venne sospeso per essere ripreso nel 1947; ebbene per quanto sia estremamente improbabile che qualche cinciarella sia sopravvissuta così a lungo, il medesimo comportamento ritornò in auge. 
Esistono molti altri esempi che sembrano attestare delle conoscenze anche innate in certi animali nell'affrontare situazioni nuove, anche nell'uomo sembra esserci una capacità di apprendimento sempre migliore man mano che altri hanno già vissuto la medesima esperienza. È stato effettuato, ad esempio, un test sull'apprendimento dell'alfabeto Morse in soggetti che non lo conoscevano. In un gruppo di persone venne chiesto di imparare l'alfabeto Morse vero, nell'altro un falso alfabeto. Ebbene il gruppo che doveva apprendere quello vero impiegò meno tempo nell'apprendimento, mentre il secondo necessitò di maggior tempo. La spiegazione potrebbe risiedere nell'influenza dei campi morfici delle persone che in passato avevano usato l'alfabeto.
Un altro esperimento condotto direttamente da Sheldrake riguardava la creazione di nuovi campi morfici. Egli suggerì ad un'emittente britannica la pubblicazione di immagini fantasma che dopo un po' di tempo mostrano delle figure nascoste. Ad un gruppo di sperimentatori venne chiesto di riconoscere alcune immagini, poi vennero messe in onda una serie di immagini nascoste. Al termine della trasmissione venne eseguito l'esperimento con un altro gruppo di persone che dimostrò una velocità maggiore nel riconoscere le figure in comune (rispetto a quelle non trasmesse) non avendo visto la trasmissione.

Un arco tra due termitai 

La teoria dei campi morfici non si applica solo a questi aspetti già esposti ma sembra fungere anche da campo di sincronizzazione e comunicazione tra specie. Vi sono diversi esempi di specie animale che paiono interagire all'unisono. Un esempio sono le termiti che nel costruire il loro nido a volte creano un vero e proprio arco. Due colonie diverse di termiti tendono a unire le estremità superiori dell'arco formando un'unica struttura. Ciò che stupisce di questa coordinazione è il fatto che le termiti sono cieche e che la struttura sembra formarsi in base ad una sorta di piano predeterminato.
Le società animali sembrano spiegare molto bene l'ipotesi della causalità formativa, come avviene nei branchi di pesci che in presenza di un predatore effettuano un'esplosione istantanea per disorientarlo. Questo comportamento è rapido e in perfetta coordinazione. Stesso discorso per gli stormi di uccelli che paiono comportarsi come fossero un unico organismo vivente. Forse è in questo modo che si può spiegare la ragione per cui le virate negli stormi avvengono sempre all'unisono e ogni uccello sa mantenere la giusta distanza dall'altro pur non avendo eseguito uno specifico addestramento. 


La spiegazione dei campi morfici avrebbe anche importanti ricadute nello spiegare il comportamento delle società umane. L'eredità del passato influenza certamente la cultura di un popolo attraverso la coscienza collettiva. Questa rappresentazione è stata analizzata da diversi studiosi come ad esempio Carl Gustav Jung ed è stata rappresentata mediante un diagramma da Marie-Louise von Franz. Nel diagramma viene mostrata la struttura dell'inconscio diviso in: coscienza egoica (A), inconscio personale (B), inconscio di gruppo (C), inconscio nazionale (D) e inconscio universale (E). Tale rappresentazione sembra calzare perfettamente con i principi della causalità formativa dove le specificità individuali sono influenzate gerarchicamente da maggiori gradi di coscienza. Ciò che appare interessante in questo discorso è soprattutto il fatto che i campi morfici non influenzano solo l'individuo, ma ne sono a sua volta influenzati. I comportamenti umani quindi subirebbero indirettamente una ricaduta qualora avvenga in un certo numero di persone un cambiamento di mentalità o di coscienza e di abitudini.

Schema della coscienza collettiva della von Franz

Per estensione del discorso, pur non potendo parlare di riscontri oggettivi in merito, si potrebbe affermare che un certo cambio di coscienza collettiva su argomenti come: i diritti umani, la pena di morte o i diritti degli animali, siano legati alla sincronizzazione universale dei campi morfici. Proprio questi aspetti infatti non si acquisiscono semplicemente per contatti diretti tra paesi e persone, essi sono dei processi interiori che maturano in un popolo in maniera molto più profonda e dunque non facilmente modificabili dall'educazione. Lo sviluppo dell'empatia a livello globale e l'impossibilità di accettare certi comportamenti in uso nel passato come le torture o la violenza gratuita, sono la dimostrazione di un avanzamento della coscienza collettiva grazie all'accumulo delle esperienze umane.
Questa teoria troverebbe anche riscontro in natura. I cristalli di neve ad esempio mostrano una struttura regolare a sei braccia, talmente regolare da non poter essere spiegata col supporto della statistica o del caso. Oppure le strutture di certi cristalli, per non parlare delle forme frattali del micro come del macro mondo. Tutto ciò induce a pensare che anche la forma della materia possa seguire le indicazioni dei campi morfici. Nella chimica ad esempio è risaputo che ogni qual volta si crea un nuovo composto le reazioni tra sostanze sono di difficile attuabilità; man mano che le prime reazioni di laboratorio sono avvenute le future reazioni sembrano svilupparsi con sempre maggiore facilità.
La teoria dei campi morfici resta ad oggi una teoria, così come lo è la teoria dell'evoluzione dawiniana. Tuttavia sembrano esserci molte convergenze sulla possibilità che i comportamenti umani, animali e delle cose possa trovare una opportuna collocazione attraverso la causalità formativa. Se nel tempo verranno eseguiti molti più esperimenti confermativi e superate certe resistenze ideologiche in ambito scientifico, forse la spiegazione dei fenomeni risulterà molto più semplificata e coerente.
Direttamente o indirettamente questo modus operandi converge con altre teorie come quella del cervello olografico di Pribram, secondo cui la memoria non sarebbe contenuta nel cervello ma sarebbe esterna e avrebbe un comportamento olografico. Oppure si può richiamare la teoria del campo akascico di Ervin Lazlo che ipotizza un valore intrinseco al vuoto quantistico dove risiederebbe la memoria degli eventi e delle cose e si distribuirebbe in tutto l'Universo come un campo, appunto. Tuttavia le forti inclinazioni new age di questa teoria tendono a sminuire la volontà pionieristica di alcuni ricercatori impegnati nel cercare nuove vie interpretative di una scienza che, forse, appare inadeguata alle troppe incongruenze del mondo sensibile.


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