30 agosto 2015

Tango di Zbigniew Rybczyński


Una stanza deserta: arredamento essenziale, una finestra aperta su un mondo che non si vede. Da quella finestra arriva una palla. Un bambino entra per prenderla ed esce da dove è arrivato. Rientra di nuovo il pallone, a seguito il medesimo bambino che compie gli stessi identici gesti. Questa volta però dalla porta entra una donna che si siede e allatta un neonato, incurante dell’altra presenza. Si alza ed esce. La scena si ripropone: azione reiterate, stessi personaggi. Palla, bimbo, donna con neonato, in questo caso si aggiunge un uomo che entra silenziosamente dalla finestra e furtivamente si appropria di una valigia ed esce anche lui di scena. Sono gesti che saranno ripetuti meccanicamente per innumerevoli volte. Ed ogni volta si aggiungerà un nuovo personaggio destinato a ribadire ciclicamente la stessa azione, ognuno di loro chiuso nel proprio mondo, nella propria storia.

Trentasei personaggi racchiusi in una stanza. Protagonisti di differente età ed estrazione sociale, ognuno di loro impegnato in un’azione consueta, tratta dal mondo della quotidianità: chi allatta, chi ritorna a casa dopo aver fatto la spesa, chi si veste e chi si sveste, anziani e bambini, chi è all’inizio della vita e chi muore, chi fa l’amore e chi pranza da solo. È questo il mondo descritto virtuosamente da Zbigniew Rybczyński nel suo cortometraggio Tango (1980). Il regista si affida a una tecnica digitale che rende l’effetto di questa danza solitaria e comune dei personaggi ancor più straniante ma anche notevolmente ipnotica.

Tra la confusione delle scene, gli occhi seguono i personaggi e si smarriscono nelle loro azioni, chiedendosi come sbrogliare la matassa di queste vite che si intersecano senza toccarsi – nemmeno con uno sguardo - mai. Lo spettatore è partecipe parziale di questo tango: inevitabile alienarsi in questo balletto, magneticamente catturato dalla meccanicità delle azioni. Un tango, una danza che destruttura il filo narrativo classico. Quale storia può raccontare un corto in cui le azioni si ripetono macchinalmente, in cui i protagonisti non si accorgono della presenza altrui? Forse la madre di tutte le storie: la vita. O meglio: l’assurdità della vita.

La ciclicità delle azioni ripetute automaticamente da ogni comparsa, il loro ignorarsi nella loro costante presenza-assenza reciproca cosa è se non la beffarda esistenza dell’uomo? Ogni personaggio è in realtà una storia a se stante che non verrà mai svelata e che non ci apparterrà mai: irriducibilità dell’Altro. Un Altro che ci sfugge, che mai sarà nostro e che mai, forse riusciremo a vedere–possedere davvero. Il guardare e il non vedere, l’essere guardato ma non visto. L’assenza della presenza è infatti un boomerang: nessuno si accorge dell’Altro e ognuno di loro è destinato a una ciclicità beckettiana che senza parlare del vero, il vero ce lo mostra, sulla pelle però. A livello dei sensi. Svelandolo senza dirlo. Non ricorda questa stanza qualcosa delle nostre metropoli? Non siamo forse tutti comparse alle prese con le nostre abitudini, smorfie, vizi, passioni, pensieri quotidiani, presi del nostro da fare e non ci accorgiamo –non vediamo- gli altri attori (vite) che incrociamo sulle nostre strade?

E l’opera in questione, la danza automatica, apparentemente senza senso – e proprio per questo carica di senso - ci mette di fronte ai noi la vita, lasciandoci disarmati e confusi. Ma non solo. Il disarmo ha un che di meraviglia. E la meraviglia si sa, lascia le sue orme, dissemina indizi. E nel finale qualcosa accade. La traccia viene raccolta, la porta si chiude, ma un paradosso rimane. Chi raccoglierà il segnale, la vita o la morte che della vita è parte? Che il dubbio rimanga e che lasci la domanda. E che un altro tango abbia inizio.

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