23 luglio 2020

Dal continente India, suoni e voci da Nord a Sud

sarasvati
La dea sarasvati, la protettrice delle arti musicali
La Musica Indiana si suddivide in due grandi sotto-insiemi, geograficamente divisi come divisi sono stati storicamente dai fatti geopolitici, dalle conquiste e dalle guerre. La conquista islamica dell’India ha origine durante il Medioevo, e ha avuto le sue maggiori influenze dove potè dominare indisturbata, nel Nord dell’India. Al Sud infatti non riuscì a penetrare profondamente e dal punto di vista culturale le tradizioni e la cultura indiana rimasero poco influenzate.


Dal punto di vista musicale questa suddivisione diede origine a due differenti stili, pur con l’utilizzo dello stesso sistema (linguaggio musicale) che si definiscono Indostano, al nord, e Carnatico, al sud.

La musica Carnatica conservò il suo carattere originario e tradizionale, mentre al nord l’apporto di una diversa tradizione musicale arricchì la musica Indostana, dando vita alla solennità del Dhrupad (vedi articolo precedente) e ad altri stili meno solenni che aggiunsero ornamentazioni vocali o altre modalità di emissione del suono.

Dal punto di vista letterario, la poetica religiosa musulmana aggiunse, anziché togliere, ricchezza e varietà alle composizioni, e molti artisti che vivevano nelle corti Moghul appartenevano tranquillamente ad una religione o l’altra senza che vi fossero problemi di alcun tipo.

Tecnicamente, entrambi gli stili utilizzano lo stesso linguaggio, i nomi delle note si differenziano per qualche dettaglio ed anche gli stili ritmici, nonché la classificazione delle scale melodiche (i raga) che è un po’ diversa, ma i trattati di studio sono i medesimi, la tradizione da cui provengono anche, come pure gli strumenti utilizzati, anche se nella musica del Sud talvolta vedo utilizzare, al posto del Tampura, l’Harmonium o la Sruti Box.

L'harmonium

Una Sruti Box

Per l’ascoltatore la percezione della musica Carnatica ha il sapore di uno stile più ritmato e veloce. Le ornamentazioni vocali sono diverse dalla musica indostana e utilizzano molto una particolare forma di “battimento” delle corde vocali che si chiama gamaka. Queste ornamentazioni vengono utilizzate talvolta anche nella musica Indostana, nella parte della composizione più veloce e conclusiva, in quanto fanno parte del repertorio di capacità tecniche che un cantante deve possedere.

Qui un’esecuzione di musica Carnatica di Smt. Gayathri Venkataraghavan.


Lo stile che io ho studiato e conosco meglio è quello Indostano, del Nord, in particolare nel suo stile più classico e solenne, il Dhrupad. Le composizioni partono tutte con un alap un'introduzione vocale (o strumentale), poi segue la composizione con il testo suddivisa in strofe. Ma è sull’alap che io desidero soffermarmi, perché questo specifico modo di emettere la voce è alla base di quello che viene definito Nada Yoga.
Il Nada Yoga richiede un capitolo specifico, in quanto argomento vasto che assume al suo interno aspetti religiosi, spirituali, meditativi, psicologici. Cantare un alap equivale ad una seduta psicanalitica o meditativa, si entra dentro un sogno e se ne esce rinfrancati e rinnovati.
Consideriamo che tutte le discipline psicosomatiche legate all’India, dalla meditazione allo yoga, utilizzano i suoni come complemento e sostrato fondamentale. Il suono del Dhrupad, e dell’alap, soprattutto.

Come esposto in altro articolo ove ho parlato del raga, l’alap viene eseguito come apertura del raga che si sta esponendo, pertanto deve essere improvvisato sulle sue note specifiche.
Il performer canta la vocale “a”, oppure utilizza delle sillabe onomatopeiche che si chiamano nom tom ed improvvisa. Tale assolo può durare anche un’ora o più, sicuramente una buona esecuzione di Dhrupad prevede che vi sia almeno mezz’ora di alap.
Sull’emissione della “a” vorrei soffermarmi, perché costituisce uno studio importante per il cantante: con i maestri indiani succede sovente di cantare solamente la “a” per mesi o addirittura più di un anno, fintantoché l’emissione non sia perfetta.
Ora, un musicista europeo si domanda cosa vi sia da perfezionare nell’emissione di una vocale, che chiunque sa parlare conosce benissimo…
Ebbene, la vocale a costituisce l’inizio di molte cose, a cui non badiamo molto ma se essa è alla base di tutti gli alfabeti, del grande suono di cui parlano tutti i testi religiosi, se l’alef , la a ebraica, è considerata all’origine di Dio, come pure è la lettera da cui parte l’aum, l’om, che utilizzano molti popoli per meditare o pregare…se il grande suono che ha dato origine al tutto parte da una bocca spalancata che emise una “a”, bè, qualcosa di importante deve significare..

In ogni caso, secondo la prospettiva di chi ha studiato canto barocco, classico, indostano, propriocettivo e anche un po’ di jazz, come la sottoscritta, posso affermare che emettere anche solo semplicemente le vocali nella modalità esatta in cui deve essere percepita da chi ascolta è una cosa difficile.
Chi studia canto sa che vi sono numerosissimi esercizi di emissione delle vocali, che la prima vocale su cui si emette il suono è la “a” e che su tale vocale si basa la valutazione sulla capacità di cantare.
Avete mai notato che per alcuni cantanti, purtroppo anche più di qualcuno, non si capisce quello che dicono quando cantano? In lirica, ma non solo, perfino nel cantare il pop vi è un’oscura miscela di sillabe, cosa che io personalmente non gradisco.
Sarà perché ho studiato canto, ma ritengo che un buon cantante, di qualsiasi genere e stile, deve prima di tutto far capire che cosa sta dicendo, dato che egli, nel cantare, sta comunicando qualcosa.
Già il testo “ho una scuola di danza nella pancia” lascia perplessi, se pure è biascicato con una bocca semichiusa che non ha mai avuto lezioni di canto…lascio ad ognuno le riflessioni che intende fare. Già che ci si era, io avrei fatto la rima completa con “panza” e chissà Claudio Monteverdi che avrebbe detto e scritto, sentendo questa “canzona”.
La grande tradizione dell’insegnamento del canto, nata in Italia ed esportata in tutto il mondo, ha delle analogie molto simili, identiche, alla grande trattatistica storica del canto indiano.
Il tratto vocale ha una sua autonomia, funziona da solo, non è collegato direttamente all’orecchio per la percezione, e non si fa facilmente educare all’emissione corretta. Mentre per chi deve cantare questa è la base.
Inoltre, in musica indiana, centrare la “a” significa anche educare l’intonazione, dato che in tale sistema musicale, come già accennato in precedenza, vi sono 22 microtoni.
Per cui una semplice “a” può avere molte sfumature, sia nelle sensazioni che nell’emissione.

L’alap viene cantato (o suonato) da un unico strumento (o voce) in assolo con l’unico accompagnamento del Tampura.
La sua funzione, come scritto sopra, è quella di aprire la strada alla melodia del raga, portando l’ascoltatore in quel mondo sonoro. Naturalmente anche il cantante si immedesima in quel mood di note, e non altre.
La differenza con il sistema musicale Occidentale è anche questa: noi passiamo tranquillamente di scala in scala, di modo in modo, cambiando gli accordi armonici, ed anche in unico pezzo facciamo numerosi cambi.
In musica Indostana questo non si fa assolutamente: se si suona un raga, ci si resta dentro sino alla fine ed anzi cambiare qualche nota ed uscire da quella melodia è un errore che in esibizione non si deve proprio fare.

La riflessione mi sorge spontanea in relazione a questo aspetto.
Per l’india l’aspetto meditativo e riflessivo è parte del modus vivendi, pertanto saltare velocemente da un concetto all’altro senza prima aver concluso un’idea non appartiene a questa cultura. Bisogna sviscerare a fondo i concetti, fino a che non sono chiari: parlano molto, discutono molto, si siedono davanti a un thè e parlano.
Mentre per noi occidentali pensare veloce, concludere, correre, andare, non fermarsi, incrociare pensieri idee azioni lasciar perdere e ritornarci sopra è parte della nostra freneticità mentale. E’ anche un aspetto molto creativo, perché la mente non viene “educata” a stare calma: dal caos escono molte idee creative.
Ma anche dalla pace mentale, escono molte idee ottime.

In buona sostanza, nei due sistemi musicali si riflettono due culture e due modi di pensare e di vivere.
Mi ritengo molto, molto privilegiata di aver potuto sperimentare e studiare la musica nella sua totalità: sebbene questo non abbia fatto di me una musicista completa, per quanto io canti ancora sporadicamente, ne è venuta fuori una musicologa, una studiosa.

Per invitare il lettore all’ascolto dei raga, allego il link di due video con alap sia strumentale che cantato.

Ravi Shankar suona il Sitar: 


Virtuoso del sitar, famosissimo in tutto il mondo: fu George Harrison, con cui collaborò negli anni settanta, a dargli il nomignolo di Godfather, durante un'intervista. Shankar ebbe due figlie divenute famose: con la cantante Sue Jones ebbe Norah Jones, nata nel 1979; da un'altra relazione nacque Anoushka Shankar, di due anni più giovane di Norah Jones, cantante e musicista anche lei, che inoltre si occupa attivamente del Ravi Shankar Centre, in India. Non è più con noi dal 2012.

Pelva Naik: 


Pelva Naik ha 31 anni, formata alla scuola dei Dagar, da Ustad Zia Fariduddin Dagar, è una delle poche interpreti femminili di Dhrupad in India.
Le donne che studiano e interpretano Dhrupad sono poche in India, mentre quest’arte musicale si sta diffondendo in Occidente con molte cantanti donne che studiano questa disciplina.

Margherita Zoni

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