21 anni. Solo ventuno anni. Ha ventuno anni il ragazzo che osserva fuori dalla finestra della sua camera. Il paesaggio bucolico dà su un monte dal nome ‘Tabor’.
Ha la schiena ricurva, è triste e solo. Solo pochi giorni prima aveva provato a scappare da quella casa trasformata in prigione. Ma il suo tentativo di evadere è fallito.
Così guarda quel paesaggio, sotto il cielo di una periferia dello Stato Pontificio, Recanati, immaginando di trovarsi altrove: nelle corti di Milano, nella città di Pisa, a Roma a contatto con amici e grandi intellettuali del tempo.
In questi anni di prigionia domestica, questo ragazzo, un po' era riuscito a evadere grazie ai libri che suo padre, conte Monaldo, metteva uno sopra l’altro sugli scaffali della sua biblioteca. Compagni fedeli e fidati, questi libri, sin da quando Giacomo era solo un bambino.
Ma adesso no, nemmeno loro riescono più a levargli un fardello dalla testa, che lo consuma nel corpo e nell’anima: la volontà di uscire fuori e conoscere il mondo.
Giacomo rimane a osservare fuori dalla finestra.
Inizia a sentire lo stomaco che brontola.
Più forte.
Sempre più forte.
Ancora più forte.
È la fame d’Infinito che si fa sentire.
Nasce così, in questa stasi di incertezza interiore e disagio fisico, quello che sarebbe divenuto uno dei miracoli della letteratura mondiale.
Siamo nel 1819. E le parole che prenderanno vita su quei “sudati carteggi”, sono le parole de L’Infinito.
Parole che non verranno scritte di getto in quel pomeriggio, ma che da lì inizieranno a prendere forma, prima nella mente, poi su un foglio, mentre Giacomo con il naso appoggiato sul vetro della finestra continua a osservare ciò che c’è fuori.
Quelli che verranno dopo saranno mesi e anni di ricerca stilistica perfetta dei versi, quasi smaniosa. L'Infinito verrà pubblicato solo tra il 1824-25, quando Giacomo Leopardi spegneva lo stesso numero delle mie candeline.
E con L’Infinito nasce anche un multiverso interiore dove il poeta ha bisogno di rifugiarsi.
Ma questa storia ha bisogno di tempo per essere raccontata, anche perché non è in me il dono della sintesi; quindi, mettetevi comodi sul vostro bel divano o dove preferite, sarà mio il compito di condurvi verso uno dei tanti universi possibili…
Ve la ricordate quella siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude?
Chissà quante volte al giorno Leopardi andava a osservarla dalla sua finestra, o chissà quante volte si avvicinava a essa mentre passeggiava per il monte Tabor.
Perchè a quell’ermo colle – lo sappiamo – Giacomo vi fu sempre affezionato.
Ma quel giorno, mentre la osservava, stava per succedere qualcosa di diverso. Era arrabbiato, deluso, il suo cuore era abbastanza pesante.
Eppure Giacomo era un conte da 6 nomi di battesimo, ed era – senza ombra di dubbio – un genio: a 11 anni, pensate un po’, da autodidatta aveva imparato le lingue antiche, leggeva in lingua originale Virgilio e Omero; a 15 anni scrisse una Storia dell'astronomia, intanto imparava il francese e l’inglese, iniziando a prendere confidenza con la filologia. E noi a quell’età ancora ci destreggiavamo con la divisione in sillabe!
Detto questo, non ci meraviglia sapere che suo padre dovette licenziare il suo maestro perché il figlio ne sapeva tanto più!
Che vita bella, non è vero? Giacomo aveva tutto ciò che si può desiderare: libri gratis, insegnante privato, intelligenza spietata, cultura dirompente, una casa grandissima e tanta nobiltà. Eppure…
Eppure Giacomo non era felice, lo abbiamo detto, tutta l’opulenza che possiamo immaginarci, veniva contrastata da ciò che lo circondava. Ad esempio sua madre, Adelaide Antici, una donna fredda e distaccata, cattolica convinta e di sangue freddo. Mai una carezza, mai un segno d’affetto nei confronti del figlio: il massimo auspicabile era un bacetto che si andava a posare sulla punta della mano. Nemmeno quando Giacomo stava a letto per giorni a causa dell’influenza: nessuna mano pronta a toccare la sua fronte per vedere se scotta, nessuna consolazione materna c’era ad attenderlo. Anzi, Adelaide era convinta che tutte le sofferenze del corpo dovevano essere “festeggiate”, poiché esse potevano essere “punti bonus” per raggiungere il Paradiso. Altro che impacchi di acqua fresca sulla fronte…
| Il colle dell'Infinito a Recanati |
Giacomo, quindi, cresce in questo contesto, al quale si aggiunge l’aggravante delle sue condizioni fisiche: è affetto da tubercolosi ossea che sta invadendo tutte le sue membra. Asma, sanguinamenti, dolori, fotosensibilità, freddo perenne: tutto contenuto nel suo metro e quarantuno d’altezza e una gobba che lui stesso definirà come “l’astuccio delle sue ali”. Povero Giacomo, quante ne hai dovute passare!
Ma lui ne era cosciente, sapeva di non piacere. Nello Zibaldone parla di “virtù che non luce in disadorno ammanto”: sapeva bene che tutto ciò che possedeva dentro, purtroppo, veniva oltraggiato dal suo aspetto. E ci stava male, Giacomo, molto male. Si sentiva un disperso. E non perché naufrago in un dolce mare. No.
Ma a questo ci arriviamo dopo.
Torniamo invece a quel pomeriggio.
Giacomo fisicamente non sapeva più quale era il suo posto nel mondo. A 21 anni questo è normale, succede ed è successo a tutti noi di sentirci smarriti/e. Così all’interno della nostra mente si insidia il desiderio cardine della nostra esistenza: andare via. A volte sappiamo anche dove vorremmo andare; altre volte, ci serve solo sapere che si andrà, dove non importa, basta che sia lontano.
Ecco, a Giacomo successe la stessa identica cosa che non è successa a ognuno di noi. La differenza è che a lui venne affibbiata l’etichetta di “pessimista” e “sfigato”, – e “scemo” perché è stato pure sgamato! – a noi tutt'al più potrebbero dire che fare queste esperienze serve a diventare grandi. Ce la usciamo con una pacca sulla spalla e un “bravo/a, buona fortuna!”.
Gli studiosi chiameranno questo periodo come “periodo delle illusioni”; e menomale che ancora Giacomo non aveva conosciuto Fanny! Altrimenti, sarebbe stato mica il periodo del “Giacomino è un povero illuso” ? E in ogni caso, grazie Giacomo! Nel senso: per te mi dispiace, però a tutta l’umanità hai consegnato il tuo Ciclo di Aspasia… non so se può consolarti, ma è tra le raccolte d’Amore più belle che l’umanità possiede.
Ma tu sei Giacomo Leopardi, quindi sei il pessimista per eccellenza. Te la sei cercata tutta quella sofferenza. Dovevi capirlo fin da subito. È colpa tua, Giacomo!!
Ma io dico di no. Dico di no perché non ci sto più che lo studente seduto in terza fila ti chiami così, mentre io mi appresto a spiegare la tua vita e i tuoi versi.
E da qui ci addentriamo nel racconto vero e proprio… questa era solo una breve introduzione.
Non mi si venga a dire che non vi avevo avvisati: io il dono della sintesi proprio non so cosa sia!
Ritorno da Giacomo.
L’ho lasciato tutto solo che osservava dal vetro della finestra della casa di Monaldo, la sua siepe.
Sta guardando da diverse prospettive, ma proprio non ci riesce: il suo desiderio è quello di poter oltrepassarla.
La siepe è un limite. Ma non possiamo considerarla un ostacolo. Perché è proprio questa cosa tutta verde e così piccola che prende le sembianze di un “dispositivo sperimentale”!
Sì, avete letto bene. Leopardi ci ha fregati tutti!
Noi pensavamo che lui stesse osservando la siepe e, invece, Giacomo già era stato catapultato su un un altro universo tutto suo! Perché lui sapeva bene che l’ultimo orizzonte era il punto più lontano, però non dice che non esiste questo punto lontano, dice, semplicemente, che lui non poteva vederlo. Non sapeva che cosa si nascondeva dietro.
Per capire meglio, vi faccio un esempio: è come se io, che sono seduta in questo momento alla mia scrivania, osservo ciò che ho davanti. Davanti a me c’è un muro con sopra una mensola.
“L’ultimo mio orizzonte" – cioè le stanze che ci sono oltre questo muro e questa mensola che ho di fronte – non riesco a osservarlo. Ma so che ci sono, che esistono.
Ecco, Leopardi ci dice la stessa identica cosa, soltanto che lui invece del mio muro e della mia mensola, osservava la sua siepe.
Beato tu, Giacomino, a me tocca scrivere dal mio appartamento in città, che ci vuoi fare!
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| Everett nel 1964 |
Così, si siede. Si siede e osserva. E trova “interminati spazi” e “sovrumani silenzi”.
Che bellezza! Che senso di Infinito in queste parole…
Giacomo non può sapere che un secolo dopo, Hugh Everett formulerà la sua “Interpretazione a molti mondi”, un principio della meccanica quantistica che ci dice che non esiste un solo futuro ma una ramificazione di realtà. Concetto che preparerà alla successiva definizione di ‘Multiverso’: la possibilità di avere delle alternative, cioè delle multirealtà che esistono contemporaneamente. Chissà se il nostro Giacomo, mentre guardava quella siepe, iniziava a comporre nei suoi pensieri la seguente domanda: «La realtà che noi vediamo è l’unica possibile?».
La risposta sarebbe stata sicuramente negativa, altrimenti non ci avrebbe consegnato il suo Infinito; altrimenti non avrebbe sentito la necessità di “fingersi in un pensiero” con la conseguente paura che arrivava al suo cuore…
In quell’universo, Giacomo trova l’eterno, in quell’immensità dove decide di far “annegare i suoi pensieri”. E così diventa parte di quella materia che, anni dopo, traducendo il frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco per le sue Operette morali, dirà essere infinita, anch’essa, capace di nascere e distruggersi, senza mai finire. La stessa, che crea «infiniti mondi, nello spazio infinito dell’eternità».
E dunque, se tutto ciò è infinito, e il tempo è eterno, Leopardi lo sa, ci arriva: tutto ciò che è possibile deve accadere da qualche parte dello spazio!
Incredibile come la scienza ci metta un secolo per capire quello che un poeta scrive guardando un ermo colle!
Ma siccome sei Leopardi, rimani con la tua depressione e non divagare.
E ancora una volta ci ha fregati tutti, perchè io, in questo foglio che probabilmente rimarrà letto da ancor meno persone di quei ventisette lettori che Manzoni attribuiva ai suoi Promessi Sposi, decreto Giacomo Leopardi il poeta della “doppia visione”. Quella che in Fisica si chiama “sovrapposizione degli stati”. Quella che ci dice che un sistema esiste in tutte le sue varianti finché non interveniamo. Come? Osservando, perché finché io non osservo, tutto esiste in una sovrapposizione di stati: cioè, tutti i mondi sono possibili!
| Domenico Morelli, Ritratto di Giacomo Leopardi, 1842, ritenuto dai conoscenti come il più fedele all'aspetto fisico del poeta. |
Leopardi diventa ancora più triste, non perché è un autolesionista del dolore come vogliono farci credere, soltanto, è… smarrito!
Proviamo a metterci nei suoi panni: gli abbiamo appena detto che esistono tantissimi altri mondi, ma lui è incastrato in quello dove ha un padre severo e una gobba che gli fa male!
Aveva provato a scappare da questo mondo, ma l’hanno sgamato!
Quindi si dispera – che piagnucolone che sei – piange e scrive versi depressi…
Poi la lampadina si accende, l’idea è arrivata: se non può spostarsi fisicamente e arrivare in un altro mondo, con il pensiero, invece, potrebbe! Lo può fare: lo sentite urlare?
Succede tutto in pochissimi secondi: la mente diventa un mare vastissimo, i pensieri si coccolano a vicenda e si accarezzano, la gobba è scomparsa, il suo fisico inizia a fluttuare nell’aria…
Giacomo chiude i suoi occhi, non c’è più nessuna siepe davanti a lui. Così si lascia cullare da queste onde, e ancora, e ancora…
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Il multiverso leopardiano ha generato la sua realtà alternativa, Giacomo è tra gli spazi infiniti, non sente più dolore, perde i confini della sua identità, forse si trasforma in qualcos’altro...
Ok, facciamolo tornare, lasciamogli almeno il tempo di poter pubblicare ciò che stava scrivendo.
A questo viaggio tra i molti mondi, metterà il titolo di Infinito.
Poi la sua vita andrà avanti: riuscirà nell’impresa di uscire dalle Marche, visiterà finalmente la tanto agognata Roma. Era il momento della vita, quello che sognava da anni, ma che ne darà un risultato catastrofico: Giacomo capisce che "l’oltre della siepe” che immaginava era di gran lunga più bello rispetto alla realtà che adesso si presenta ai suoi occhi. È qui che inizia a comprendere come il suo multiverso interiore sia l’unico posto dove valga la pena vivere!
Poi verranno le Operette Morali, il suo pessimismo cosmico, i viaggi tra Bologna, Pisa e Milano.
Infine Firenze, dove si trasferirà per godere del clima mite che la città gli offre e che Leopardi crede possa essere di giovamento al suo cagionevole corpo.
Sono questi gli anni dove incrocerà per strada Fanny Targioni Tozzetti…
Lo studente in terza fila si ricorda della spiegazione su Dante e Beatrice ed esclama «oh prof, ma tutti per strada si incontrano?». Rispondo che una volta non esistevano i cellulari e ci si incontrava molto più frequentemente rispetto a oggi. Mi lascio scappare una nota di nostalgia per quel tempo, ma quello stesso studente in terza fila mi ricorda la mia giovane età, affermando che anche io sono nata sotto il segno dei nativi digitali, un po’ come loro.
A questo punto non posso controbattere, sorrido e penso che sono davvero fortunata a essere un’insegnante.
Ma torno alla domanda dello studente. Se è vero che anche loro si incontrano tra le vie di una strada, a differenza di Beatrice, Fanny quantomeno si è degnata di dare un po’ di importanza a Giacomino!
Comunque è per noi donne se, oggi, l’Italia è invidiata a livello mondiale dal punto di vista letterario, non dimenticatelo!
Torno a Fanny, perché grazie a lei il nostro amico diventa tutto un pepe, si sveglia dal suo pessimismo cosmico per un pò e sembra bruciare di passione.
Ci siamo quasi, ci siamo quasi, e invece…
Fanny però lo vede solo come “il mio povero gobbetto”. Sono proprio queste le parole che utilizza.
Intanto Leopardi si è illuso – non perché è Leopardi – ma si è illuso perché Fanny sembrava veramente interessata alla sua compagnia, alle sue conversazioni, alle sue lettere.
Anni dopo dirà che non poteva immaginarlo, affermando con convinzione che non si accorse mai dell’amore che Leopardi provava per lei.
Un’altra sovrapposizione di stati che, osservandola, crolla.
Sempre più malato e triste, Giacomo trascorrerà i suoi ultimi anni a Napoli, ospite dell’amico fraterno che terrà la sua mano avvolta nella sua fino all’ultimo respiro: Antonio Ranieri.
Il brontolio allo stomaco diventerà sempre più frequente, ma non c’entra più l’infinito: è fame di torte, confetti di Sulmona, granite e i gelati di Vito, un gelataio napoletano parecchio apprezzato da Giacomo. Il gossip post mortem ci dice che la causa ufficiale del suo decesso non fu l'epidemia di colera, ma un’ idropisia toracica dovuta proprio all’eccessivo consumo di questi ultimi. Giacomo aveva 39 anni.
Qui la storia diventa un giallo: a causa del colera, le autorità dell’epoca imponevano di gettare i cadaveri nelle fosse comuni per evitare il contagio. Il suo fedele amico Antonio Ranieri dichiarò di essere riuscito, con uno stratagemma e pagando il parroco, a seppellirlo nella chiesetta di San Vitale a Fuorigrotta. Tuttavia, quando nel 1900 i resti vennero riesumati per essere spostati al Parco Vergiliano –dove si trovano ora – dentro la cassa trovarono qualche resto di ossa, un femore troppo lungo per un uomo piccolo e curvo come Giacomo e l’assenza del cranio.
Alcuni pensano che davvero Giacomo Leopardi sia finito in una fossa comune e che il suo amico abbia messo in piedi tutta questa messa in scena per regalargli una tomba onorevole.
Quindi, in un certo senso, il corpo di Leopardi è ovunque e da nessuna parte: è tornato a essere "materia infinita" mescolata a quella di migliaia di altri napoletani. “Materia eterna”, come leggiamo dalle parole di Stratone detto “il fisico”, che Giacomo aveva tradotto dal greco al volgare.
In ogni caso, una cosa che possiamo dire con certezza è che, prima di lasciare questo mondo, il nostro poeta ci consegna un altro “ermo colle”: la Ginestra, quel fiore giallo che nasce alle pendici di un vulcano, lo sterminator Vesevo.
Rappresenta la vita, il colore nel buio della distruzione, la precarietà trasformata in bellezza. La forza nella distruzione del dolore, un po’ come la vita che ha vissuto veramente Giacomo.
La natura è una forza cieca, distruttiva, madre e matrigna, ci dice il nostro poeta, ma non dobbiamo disperarci. A chiederlo è proprio lui, quando ci propone di adottare la "social catena": visto che siamo tutti piccoli atomi in un ‘multiverso spietato’, l'unica cosa sensata che possiamo fare è darci la mano e aiutarci.
Perché, finito il nostro viaggio terreno, non è più dalla siepe, ma dalla ginestra che possiamo scorgere l’Infinito, un fiore che ha il coraggio di continuare a profumare nonostante cresca sopra un letto di cenere.
Perché il dolore esiste, certo, lo sa bene Giacomo ridotto per com’è; ma è solo una delle infinite variabili della materia. E la felicità sta proprio nel ricercare quella profondissima quiete, aggrappandosi a essa per non vacillare troppo.
Si è seduto di fronte alla siepe da giovane, ora è davanti alla ginestra; ha disattivato per un po’ il mondo reale, attivando uno possibile attraverso l’immaginazione, costruendosi uno spazio, il suo, con coordinate nuove, diverse.
Ma è tempo di tornare qui, su questo nostro universo, quello che ci appartiene e che è appartenuto anche a Leopardi. Quello da dove ha scrutato l’infinito restando comodamente seduto su una poltrona di una casa delle Marche.
E anche il nostro viaggio termina qui. O, forse, è da qui che riparte, perché anche le parole sono tanti mondi possibili, in grado di teletrasportarci in un’altra dimensione.
E chissà, se in uno di questi mondi possibili, potremmo incontrare Giacomo che finalmente è riuscito a scappare di casa, Fanny lo ama alla follia e lui non ha mai dovuto scrivere una sola riga.
Ma noi, in quel mondo lì, saremmo sicuramente molto più poveri!
Nota: Il testo che hai appena letto non è un saggio di divulgazione scientifica, bensì una personale rilettura scientifico-umanistica. I termini utilizzati non seguono il rigore accademico che meriterebbero, ma sono stati impiegati nella loro semplicità per rendere la lettura accessibile a tutti. I concetti esposti rispettano comunque la logica di fondo dell’Interpretazione a molti mondi (MWI) formulata da Everett nel 1957 nel contesto della meccanica quantistica.
*È doveroso sottolineare che tali modelli sono oggetto di dibattito e non sono ancora stati confermati sperimentalmente; resta tuttavia intatta la suggestione filosofica: l'atto stesso di vivere e interrogarsi coincide con il superamento leopardiano della "siepe" verso l'ignoto.
E poi, cos’è la Vita, se non un guardare oltre la siepe?
Bibliografia
- E. Schrödinger, L’immagine del mondo.
- F. E. Dodson, Universi paralleli del sé. Come cambiare la realtà nel multiverso.
- V. Benzi, La Scienza delle Meraviglie.
- G. Leopardi, Operette Morali, in particolare Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco; L’Infinito; Il Ciclo di Aspasia; Zibaldone.
- A. D’Avenia, L’arte di essere fragili.
- J. L. Borges, La Biblioteca di Babele,Il Giardino dei sentieri che si biforcano.
Martina Costa



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