23 luglio 2026

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: il vuoto tra due fotogrammi

Traffici d’armi, rifiuti tossici e depistaggi: il caso che continua a interrogare l’Italia

Il 20 marzo 1994, a Mogadiscio, non furono uccisi soltanto due giornalisti: fu interrotta una domanda. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano rientrati da Bosaso quando un commando armato affiancò la loro automobile e aprì il fuoco. Morirono entrambi; sopravvissero l’autista e gli uomini somali che li accompagnavano. Da allora l’Italia non è riuscita a stabilire chi ordinò l’agguato, chi lo eseguì e quale informazione dovesse essere fermata insieme a loro. Il caso non offre la prova di un grande complotto. Offre però gli ambienti nei quali una trama occulta potrebbe formarsi: traffici internazionali, società opache, cooperazione pubblica, intermediari locali, apparati informativi, documenti modificati, reperti custoditi male, un testimone falso e un innocente rimasto in carcere per quasi diciassette anni.

Bosaso è il punto nel quale le domande cambiano natura. Negli appunti di Alpi comparivano la pesca, la strada Garoe-Bosaso, Said Omar Mugne e la flotta SHIFCO, nata anche attraverso programmi della cooperazione italiana. Hrovatin filmò il porto. Alpi interrogò il sultano locale sulla Faarax Oomaar, un peschereccio allora trattenuto nell’area. Negli anni successivi quelle navi furono associate a ipotesi di traffico d’armi e rifiuti tossici. Magistratura e Parlamento esaminarono le piste, ma nessun manifesto di carico o riscontro definitivo trasformò i sospetti in prova. Liquidarle come fantasie sarebbe scorretto: la Commissione parlamentare istituita nel 2003 ricevette il compito di verificare i rapporti tra l’omicidio, i traffici illeciti, la cooperazione italiana e l’operato delle amministrazioni dello Stato. Nel 2006 concluse senza una verità condivisa, con una relazione di maggioranza e due di minoranza. Anche i materiali dell’ultimo viaggio restano in una zona grigia. Diverse videocassette furono recuperate, ma non fu possibile stabilire se costituissero l’intero girato. Mancavano i taccuini con i time-code. Sulla nave Garibaldi gli effetti personali furono visti in un bagaglio aperto, con cassette e agende esposte in un locale frequentato da più persone. Non sappiamo se qualcosa sia stato sottratto. Sappiamo che non possiamo più escluderlo.

Una nota del SISMI riferiva che Alpi avrebbe ricevuto una minaccia a Bosaso. Nelle copie esaminate dalla Commissione quel passaggio risultava cancellato o rielaborato. Il funzionario che aveva redatto il documento negò di essere l’autore delle modifiche. Non è la prova di un occultamento, ma una minaccia registrata da un apparato dello Stato e poi espunta da una versione del testo è più di un’imperfezione burocratica. Il punto in cui il dubbio diventa fatto giudiziario ha un nome: Hashi Omar Hassan. Arrivato in Italia per testimoniare sulle violenze commesse in Somalia, fu accusato dell’omicidio soprattutto sulla base delle dichiarazioni di Ahmed Ali Rage, detto Gelle. Il testimone fu individuato tramite intermediari, assistito e condotto in Italia. Dopo avere accusato Hashi, lasciò il Paese e non comparve mai in aula. Nel 2016 Hashi fu assolto per non aver commesso il fatto, dopo quasi diciassette anni di carcere. La Corte d’appello di Perugia considerò possibile che Gelle fosse stato coinvolto in un depistaggio di ampia portata. Non individuò però chi avesse suggerito la falsa accusa, quali benefici fossero stati promessi e perché il testimone fosse riuscito a scomparire.

Ma attenzione: l’ipotesi del complotto totale mostra i propri limiti. Gli atti descrivono conflitti, disordine e rivalità, non una macchina perfettamente coordinata. Forse non esistette una sola regia. Forse operarono regie minori: la società che proteggeva i propri interessi, il funzionario che custodiva una fonte, l’apparato che difendeva un’operazione, l’istituzione che non voleva ammettere il proprio errore. In questo modello il depistaggio non nasce da un unico ordine. Si forma per stratificazione: una scena del crimine non preservata, materiali non inventariati, informative selezionate, una falsa testimonianza e una soluzione giudiziaria troppo conveniente per essere abbandonata.

Non sappiamo che cosa Ilaria Alpi avesse scoperto a Bosaso. Sappiamo però che stava collegando navi, finanziamenti pubblici, autorità locali e traffici di cui molti parlavano e pochi lasciavano traccia. Gli apparati conoscevano i suoi spostamenti, una nota registrò una minaccia e l’unico colpevole individuato era innocente.

Il dubbio più difficile non è stabilire se lo Stato abbia organizzato il delitto. È chiedersi se parti dello Stato abbiano finito, per interesse, paura o istinto di conservazione, con il proteggere una verità che forse non conoscevano interamente. Ilaria e Miran potrebbero non avere scoperto il grande complotto. Potrebbero avere fatto qualcosa di più pericoloso: cominciare a collegare ciò che molti avevano interesse a mantenere separato.

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