1 agosto 2026

La peccatrice: tra finzione e vero storico, il destino di una sventurata

La bambina Artemisia assiste alla decapitazione di Beatrice Cenci: incarnazioni volgari di Eva tentatrice, provocano, annichiliscono la volontà dell’uomo, lo irretiscono con l’incanto delle loro arti muliebri, sono esse stesse il Peccato.
Questo è il filo rosso (sangue, da lettera scarlatta) che lega il destino delle due protagoniste di Elizabeth Fremantle, nell’indistricabile groviglio di amore, morte, vendetta e delirio. Dopo La disobbediente, che la sua fascinazione aveva rivolto alla riscrittura del beffardo gioco machista di una pittrice geniale tra pittori (maschi) spesso mediocri, la Fremantle, con la sua potente carica evocativa, questa volta decide di dare voce a lei, Beatrice Cenci, sviluppando una sorta di prequel non canonico, tessendo con dovizia di dettagli il drammatico ordito della sua vicenda, la cui morte capitale in piazza tanto aveva impressionato la piccola Artemisia. E se le due eroine, per questioni evidentemente anagrafiche e temporali, non si incontreranno mai, l’autrice ne traccia un’ideale continuità, rivelandone pensieri e tempestosi sentimenti, custodendone segreti e non-detti, che suggellano due storie tristi, per motivi diversi certo, ma pur sempre tristi.

Rispetto a La disobbediente, ne La peccatrice cambia in modo significativo l’impalcatura stilistica. La voce narrante passa dall’essere in terza persona alla prima: è Beatrice stessa che racconta quanto le è accaduto, sfruttando un ritmo non lineare, incalzante, che alterna momenti di tensione di differente percezione, ma che mai approda a parentesi, anche brevi, di cesura rispetto alla spannung costante. Il registro linguistico è estremamente semplice, basico nell’uso lessicale. L’arcata paratattica, che impera e mette a tacere l’uso della subordinazione, regala una lettura repentina, vorace, ingorga. Gli espedienti retorici, mediante l’uso di metafore e similitudini, impreziosiscono il testo – questo è indubbio – elargendogli una potenza che pervade fino alla tragedia. Eppure, non convince questa traslazione narrativa… L’uso della prima persona avrebbe dovuto infondere agli eventi maggior forza. Ho chiuso gli occhi e ho immaginato di sentire la viva voce di Beatrice, una voce sorda e viscerale, forgiata nel dolore e nelle lacrime, nell’oppressione e nella violenza. Ma la voce non è giunta e la perdita di pathos ha reso la mia fruizione più tiepida, come un incipiente sole primaverile che cela una latente proiezione dell’estate, ma scalda la guancia solo un poco, lasciando sotteso un fievole senso di freddo. Cionondimeno, se si prova a spostare leggermente il focus di interesse, scopriamo come la morte – è già successo ne La disobbediente - sembri essere la protagonista indiscussa. In questo luogo di desolazione, la sua presenza domina le gelide stanze del castello, è onnipresente, onnipotente. Penetra subdola nelle pieghe dell’anima dei Cenci, che continuano ad invocarla, a bramarla, irretiti dalla sua seduzione: la fine del padre-patriarca-padrone potrebbe finalmente mettere un fermo al loop del terrore che getta nello sconforto e annulla ogni possibile dimensione di serenità. Francesco Cenci, il padre-patriarca-padrone, non ha età e non ha volto; le descrizioni sono sporadiche e sfuggenti. Le movenze di Beatrice inducono un percepito di paura, di brutalità, di prevaricazione esclusiva ed escludente. Ma, nei bisbigli spaventati della ragazza e della sua matrigna Lucrezia, che ne condivide l’infausto destino, irrompe improvviso l’amore. E l’amore apre un remoto ma percepibile spiraglio di speranza. E l’amore ha un nome: Olimpio Calvetti. La relazione tra la giovane Beatrice ed Olimpio incede nel groviglio narrativo con schietta emozione e la successiva gravidanza potrebbe coronare una storia classica e a lieto fine. Ma non è questo il caso. Nasce il sospetto che la progenie nefasta dei Cenci– così l’autrice fa presagire al lettore – sia figlia dell’incesto: su questo non-rivelato, sussurrato tra le righe di un’incipiente inquietudine, si edifica l’ermeneutica della trama. Francesco Cenci, che già il preambolo aveva tratteggiato a tinte fosche, assume il sembiante di un mostro, un abominio che, in preda a lascivi desideri da satiro incallito, irretisce Beatrice, reificandola in una lacerante discesa volta all’annientamento di ogni sua volontà. Inevitabile il confronto con Artemisia: la talentuosa pittrice è forte, determinata, incute quasi timore nel padre, la cui debolezza annega nel logoramento dell’invidia e di un lontano rimorso, che si avverte di sfuggita, solo per qualche secondo ed è un baluginio che immediato si spegne. Entrambe violentate, entrambe costrette in cattività, in un tempo in cui alla donna è ascritta un’ineluttabile sorte, che puzza di asservimento e cieca obbedienza. Ma la ribellione è un guizzo: allenta il giogo del dominio, sfida l’autorità e diventa tenacia, resistenza, durezza. La Fremantle riprende la misteriosa alchimia dell’arte; la ridimensiona, certo; tuttavia, dona un volto, bellissimo e puro, a Beatrice attraverso un dipinto, in cui una fanciulla dai grandi occhi castani posa come la Ragazza con l’orecchino di perla di Jan Vermeer. Quel dipinto, attribuito per moltissimo tempo a Guido Reni, probabilmente non raffigura Beatrice Cenci e, verosimilmente, è stato realizzato da Ginevra Cantofoli. Quel viso di fanciulla poco più che adolescente si infrange con una realtà di famiglia che atterrisce, che suggerisce orribili abusi e restituisce al lettore la consonanza asimmetrica tra Beatrice ed Artemisia, plasmata su costrizione e annientamento della volontà personale. È nell’epilogo delle loro esistenze che le due figure di donna rivelano il diverso fato… Ma questo sta a voi scoprirlo… La vicenda giudiziaria, il processo, la tortura emanano la loro ombra spettrale e colpiscono ambedue: la disobbediente Artemisia e la peccatrice Beatrice. Ma, per la figlia di Francesco Cenci, la Fremantle prova a districarsi nella matassa delle poche (e non sempre attendibili) fonti storiche con l’espediente letterario del vero poetico, di manzoniana memoria, quasi necessario per conferire dignità ad un romanzo il cui anelito è narrare un racconto (vero) dai contorni incerti ma abietti, reali, probabili in un’età di improbabile valenza morale. Come si legge nella nota storica – a mio modesto parere, una delle parti più interessanti del libro – alcuni personaggi appaiono irrimediabilmente modificati, per l’urgenza di dare unità di senso ad una storia realmente accaduta, ma nebulosa in alcuni punti, a tal punto da richiedere quel lavoro di cucitura, di rattoppo, di rifinitura che solo la maestria e la sagacia letteraria può rendere possibile. E così, negli sperdimenti dell’anima dei nostri personaggi – egualmente divisi tra censure etiche personali e urgenza di felicità – ci immergiamo nuovamente negli anni della scelleratezza tridentina, dove amene figure mitologiche, sprazzi di arte rinascimentale e Madonne senza profondità convivono in una società regredita. Le singole esistenze appaiono misere, aspre, votate al diniego e alla mistificazione e questioni come l’omofobia e la disabilità, cui la scrittrice fa riferimento con manifesta intenzionalità, costituiscono l’ulteriore riprova di una bigotta religiosità che promana dal lezzo di ipocrisia, innanzitutto. 

La peccatrice potrebbe essere considerato quasi un antefatto de La disobbediente. Numerose – come già evidenziato – le analogie; encomiabile il fine culturale di accendere un lanternino nell’oscurità di fatti e azioni che troppa sofferenza hanno cagionato su due giovani ragazze, recuperandone una memoria fatta a brandelli, alterata, celata, deformata per lo spasso di chi ha voluto macchiarne l’integrità. Adesso, tuttavia, sta a noi astenerci dal giudicare. Sono fermamente convinta che il messaggio più nobile che la cultura ci possa trasmettere è quello di abbandonare l’ansia della sentenza, che ci fa aggirare con sospetto pregiudizio nella terra del torto e della ragione, del bianco e del nero, dei buoni e dei cattivi. I due romanzi, che ho letto con bruciante interesse – sebbene, lo avete capito, considero La disobbediente quello maggiormente riuscito – mi hanno fatto conoscere Artemisia e Beatrice. Ne ho sentito l’intimo palpitare nell’amore che hanno provato in forme diverse, quello per l’arte, quello per un uomo o per il proprio figlio; ne ho avvertito gli spasmi di paura nelle stanze dai soffitti alti e dalle finestre strette, mentre il padre-patriarca-padrone saliva le scale nel mutismo di una notte senza luci. Ho ascoltato le loro parole, quelle mai pronunciate, che muoiono in gola e spaventano, perché troppo piene di odio… o di passione. Ho visto il loro corsetto sollevarsi ed abbassarsi per l’ansimare nervoso all’approssimarsi del processo. Ho immaginato dei finali diversi, ingenuamente, come si fa leggendo le fiabe, e poi...

Ma soprattutto ho sentito la loro voglia di vivere, più volte stroncata, più volte ritrovata e annegata nell’onta del volgo ignorante e fanatico. Nel buio di un’estate, ho alzato gli occhi ed ho pensato a tutte le disobbedienti e a tutte le peccatrici del mondo e della Storia. E le ho incontrate nelle stelle. 

Linda Ciano

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Ottimo lavoro socia 💪

Linda Ciano ha detto...

Grazie mille, socio!!! Solo cose belle...

Fabiola ha detto...

Meravigliosa descrizione, una nuova carezza per l’anima. Grazie Linda❤️