22 aprile 2009

Futurismo = Velocità+Arte+Azione


È stato relegato ingiustamente in un angolo per molti anni, bistrattato come fosse un movimento secondario: eppure il Futurismo era la prima avanguardia artistica italiana, un movimento che ha influenzato il Raggismo e il Costruttivismo Russo nonché le successive arti del novecento. La “colpa” risiede forse in quell’adesione fin troppo evidente alle euforie belliciste e a quel fascismo che, per giusta causa, resta fin troppo scomodo.
Ad un secolo di distanza da quella nascita, una valutazione oggettiva del movimento è ormai possibile. Per questa ragione Milano, capitale del futurismo oggi come ieri, sceglie di celebrare il centenario con una grande esposizione a Palazzo Reale: Futurismo 1909-2009 Velocità+Arte+Azione.



La mostra passa in rassegna tutte le fasi del movimento, partendo proprio dalla via italiana al post-impressionismo: il Divisionismo. È da questo concetto pittorico che i futuristi avviano la loro rivoluzione, un aspetto talmente importante da essere citato persino in uno dei manifesti futuristi: «Non può sussistere pittura senza divisionismo». Così da un quadro come Maternità di Previati (1891) non è difficile scorgere l’iniziale influenza divisionista di Boccioni, Carrà e Balla che apportarono semmai una differente scelta dei soggetti: compaiono i primi paesaggi industriali, le luci elettriche della notte, i treni; insomma subentrano i ritmi frenetici della modernità attraverso l’esperienza quotidiana del lavoro e dei mezzi di trasporto.

Gaetano Previati, Maternità (1891)
Demiurgo del movimento è certamente Filippo Tommaso Marinetti, cui è dedicata un’intera sezione della mostra con quadri, fotografie, poesie e manifesti futuristi. Ma ci sono anche le edizioni della rivista «Poesia», le «parole in libertà» e quell’indubbio carisma che il futuro Accademico d’Italia porterà avanti sino alla fine, mostrando tutte le sue qualità di abile comunicatore.
Gino Severini, Impressioni simultanee (Ragazza-strada-atmosfera) (1913)

Nei primi anni dieci del novecento, dopo l’annuncio su «Le Figaro», il Futurismo assume una connotazione attraverso il dinamismo delle linee e degli oggetti di Balla, ma soprattutto attraverso il fondamentale confronto con le innovazioni cubiste di Picasso e Braque. Dopo la mostra futurista di Parigi del 1912, infatti, il futurismo si arricchisce di sfaccettature cubiste, prospettive simultanee e un ulteriore distacco da quel divisionismo ormai datato. In un’opera come Impressioni simultanee (Ragazza-strada-atmosfera) (1913) di Gino Severini si notano le ultime tracce divisioniste ma anche la grande influenza cubista che coinvolge inevitabilmente l’italiano di Parigi: il termine cubo-futurismo, applicato a molte altre opere di questo periodo, risulta del tutto appropriato. Ma c’è anche l’ulteriore ricerca dinamica di Giacomo Balla con I ritmi dell’archetto (La mano del violinista) (1912) e i linguaggi originali della scultura di Umberto Boccioni con la famosissima opera del 1913 Forme uniche della continuità nello spazio.

Giacomo Balla con I ritmi dell’archetto (La mano del violinista) (1912)

Poi c’è la Prima Guerra Mondiale, i futuristi vanno incontro alla «sola igiene del mondo», traendo spunto proprio da essa. Dall’esperienza bellica inizierà un mutamento verso ciò che molti definiscono il “Secondo Futurismo”, dove emerge la figura di Fortunato Depero e la sua arte meccanica; ma anche Balla, Prampolini, Fillia e Diulgheroff, che dopo la prematura morte di Boccioni e il distacco di Carrà verso la metafisica, interpretano la pittura attraverso un linguaggio definitivamente sganciato dal cubismo. La maturità è ormai raggiunta.

Negli anni trenta il vero protagonista dei soggetti futuristi diviene l’aereo, espressione della modernità e mezzo di approdo verso nuovi orizzonti. Nasce così l’Aeropittura, attraverso rappresentazioni di prospettive mozzafiato, orizzonti curvi, aerei e paracadutisti in picchiata. Subentra anche il polimaterismo attraverso l’utilizzo di più materiali assemblati, una tecnica internazionalmente utilizzata dagli artisti dell’epoca e acquisita anche dai futuristi.

Nicolaj Diulgheroff, L'uomo razionale (1928)

L’eclettismo del Futurismo si riscontra nell’originalità di ogni campo artistico. Nel cinema, di cui purtroppo restano soltanto frammenti di pellicole futuriste come Thais di Anton Giulio Bragaglia (1916), si sperimentano nuove tecniche e scenografie inusuali come quelle di Balla per lo spettacolo Feu d’artifice, interamente riprodotto all’interno della mostra. Le fotografie dei fratelli Bragaglia sono la testimonianza di una ricerca dinamica che grazie ai ‘mossi’ colgono un gesto della mano, quello ‘dinamizzato’ di un volto, o di un corpo in movimento. Un’avanguardia fotografica al passo con i tempi, tanto da non disdegnare persino i collage sovrapposti alle foto di Enrico Pedrotti e Fortunato Depero dell’ultimo periodo futurista. Non bisogna poi dimenticare la musica di Luigi Russolo e delle sue Intonarumori, casse acustiche e strumenti atti a creare un vero e proprio concerto di rumori.

Giacomo Balla, scenografia dello spettacolo Feu d'artifice (1917)
Il Futurismo voleva entrare anche nel quotidiano, attraverso una nuova interpretazione urbanistica delle città disegnate da Antonio Sant’Elia, morto prematuramente durante la guerra. Un rigore razionale da applicare alle stazioni ferroviarie, agli aeroporti, agli edifici pubblici e a quelli residenziali. Poi ci sono gli oggetti d’arte decorativa, le tazzine, i piatti, e persino i cartelloni pubblicitari di Depero. Una raccolta che completa il vasto mondo di un movimento orgogliosamente italiano.

Ma qual è l’eredità del Futurismo? Apparentemente di esso si sono perdute le tracce, tuttavia si riconosce un debito concettuale per artisti come Lucio Fontana i cui «Concetti spaziali» interpretati nei tagli e nei buchi delle tele richiamano a quell’arte dello spazio di cui parlava Marinetti. Poi c’è il polimaterismo di Alberto Burri che nei suoi sacchi è debitore delle composizioni di Prampolini; un’eredità artistica dunque si è trasmessa, tranne quella più importante, ossia quell’essenza innovatrice che oggi manca del tutto. L’Italia di allora, come quella di oggi, necessita di uno scossone “anti-passatista” che si scagli nuovamente contro l’immobilità culturale e il pessimismo verso un futuro che sembra essere visto come un tabù.

«Abbiate fiducia nel progresso che ha sempre ragione anche quando ha torto perché è movimento, vita, lotta, speranza.» Filippo Tommaso Marinetti


Palazzo Reale, Milano dal 6 febbraio al 7 giugno 2009

*Le immagini sono state concesse su licenza Creative Commons 2.0 dal sito Artsblog.it

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