6 dicembre 2011

Quando Teresa si arrabbiò con Dio - Alejandro Jodorowsky (Romanzo - 1992)



Con lentezza, delicatezza e tenerezza, l'uomo entrò nella donna che andò aprendosi sempre più fino a perdere i limiti e a confondersi con la terra interna. Il seme scese verso il fondo del pianeta e cadde in un abisso oscuro dove danzavano le galassie. L'universo assorbì la pioggia di fuoco. Felicità era incinta. Ivan poteva scomparire.


Visionario (come i libri della Torah, più volte citati nel romanzo), lo scrittore cileno ci racconta, in un’eclettica quanto fantastica autobiografia, la saga della sua famiglia di origine ebraica. Dalla parte paterna racconta di un nonno pazzo e votato alla fede, di una nonna sorella di una ragazza nata nella fossa di un cimitero per sfuggire alla Morte innamorata e gelosa del padre, di quest'ultimo sempre circondato da un nugolo protettivo di api, di rapporti incestuosi, di sereni suicidi, del cognome ebraico cambiato nel polacco Jodorowsky, del viaggio in Cile. Dalla parte della madre, invece, i racconti genealogici sembrano meno fantasiosi ma pur sempre particolari. Viaggi della memoria nella Spagna del XV secolo, violenze carnali, castrazioni, leoni che sanno leggere i testi sacri, zoofilia, scarpe millenarie, scioperi operai…
E la storia, tra avventure e disavventure, tra realtà e fantasia, sembra avere un fine, uno scopo, una redenzione: la ricerca di una terra promessa, di un discendente che fosse in grado di raccontare la storia dei suoi avi.

Carico di immagini e metafore, molte delle quali bellissime, colpisce l'ironia con la quale lo scrittore e regista narra la storia della sua famiglia. Persino l'elemento blasfemo, l'odio della nonna Teresa per Dio, che è una costante per quasi tutto il romanzo, sebbene sia di stimolo per la riflessione, sotto sotto non può non suscitare una risata tra i baffi.

Interessante il paratesto dei primi due capitoli: spazi bianchi a staccare i capoversi per dare il ritmo alle allucinanti visioni. Peccato che i lunghi capitoli successivi riprendano una forma più classica e quindi meno digeribile.

Per diversi motivi, primi tra tutti un eccesso spasmodico di fantasia e un ritmo esagerato ed esagitato, mi viene in mente il capolavoro marqueziano (se non altro per molti) Cent'anni di solitudine

Le foto e i post, se non diversamente specificato, sono state realizzate da Salvatore Calafiore e si possono trovare, insieme ad altro, su: http://salvokalat.blogspot.com/

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