24 agosto 2013

Il ritardo della coscienza e i suoi risvolti morali


Immaginate d’essere alla guida di un’auto, d’essere sufficientemente concentrati a ciò che state facendo quando d'improvviso appare uno scooter che vi taglia la strada; senza neanche pensarci piantate una brusca frenata, fermate l’auto ed evitate l’incidente. La rapidità del vostro gesto è un atto istintivo che vi ha salvato la vita non certo un qualcosa di ragionato preventivamente e dunque assolutamente inconscio. Questo breve esempio è alla base di uno studio condotto da Benjamin Libet (1916-2007) sul ritardo della coscienza, un ritardo misurato mediamente in appena mezzo secondo ma sufficiente per innescare una serie di interrogativi etici e morali su cui riflettere.


Gli esperimenti condotti da Libet venivano attuati con metodi sufficientemente oggettivi con la misura delle scariche neuronali a seguito di un atto intenzionale. Egli iniziò valutando il tempo intercorso tra uno stimolo elettrico indotto in un'area del corpo e la percezione dello stesso. Poi passò alla misura opposta: quando cioè il soggetto decideva di muovere una parte del corpo. Ciò che il team aveva riscontrato era, senza ombra di dubbio, che tra lo stimolo e la percezione cosciente intercorre un tempo di circa 500 millisecondi. Per stimoli di durata inferiore o di bassa intensità non vi era invece una percezione reale ma del tutto inconscia. Un esempio tipico è quello delle immagini subliminali della durata di 10 millisecondi, per quanto esse non possano giungere alla coscienza sono in grado di influenzare le risposte e gli atti successivi del soggetto. Lo stesso tempo è stato misurato quando il soggetto decideva di muovere un dito: l’atto veniva elaborato in maniera inconscia, i muscoli ricevevano l’impulso e poi giungeva la presa di coscienza del movimento.



Ritornando all'esempio dello scooter è utile sapere che i tempi di reazione istintiva alla vista del pericolo sono di circa 150 millisecondi, ma la consapevolezza (come detto) giunge solo dopo. Tutto ciò significa che la nostra percezione del mondo ha sempre un ritardo di mezzo secondo, è poi il nostro cervello ad impedirci di percepire questa differenza. Lo stimolo quindi sembra essere avvenuto nello stesso momento in cui ci siamo resi conto del pericolo ma in realtà non è così. Nella vita di tutti i giorni non pensiamo a questo aspetto e neanche al fatto che qualsiasi stimolo che giunge in una parte del corpo necessiti di un certo tempo per arrivare dalla periferia al cervello. Sono frazioni di secondo, un tempo troppo piccolo per incidere concretamente nella nostra esistenza e proprio per questo non ci facciamo caso.
Un esempio di manifestazioni inconsce avviene durante un'attività sportiva, dove la reazione alle azioni degli avversari avviene tra i 100 e i 200 millisecondi: quando ad esempio proviamo a colpire con una racchetta una palla da tennis che viaggia a 160 Km/h verso di noi. Stessa cosa in musica dove la rapida esecuzione di uno strumento può avvenire in maniera automatica, lasciandoci cioè guidare dal ritmo e dalla familiarità del pezzo. Curiosa a tal proposito era l'intervista ad un chitarrista (perdonatemi ma non ricordo più di chi si tratta) che dopo una lunga carriera ammetteva di non ricordare le note dei suoi pezzi, tuttavia quando iniziava a suonare le note fluivano da sole, emergevano cioè dal subconscio in maniera spontanea.
Anche quando si parla con concitazione avviene questo processo: le parole fluiscono con una velocità maggiore rispetto alla consapevolezza razionale, in ciò i lapsus sono l'espressione di un pensiero del profondo e solo quando giunge la coscienza essi vengono corretti. Parimenti tutti gli atti istintivi, come le reazioni scomposte di una persona, le espressioni di stupore e quant'altro, sono la manifestazione più spontanea di un individuo ma essendo socialmente inopportune è poi la coscienza razionale a mediarli o a reprimerli.




Nel corso dei suoi studi Libet ha inevitabilmente dovuto affrontare il problema del libero arbitrio da parte di filosofi e scienziati che interpretavano le sue ricerche sotto opposte visioni. Dato che anche i gesti volontari nascono diverso tempo prima nel cervello (in maniera inconscia) per poi manifestarsi, la tesi che non siamo realmente noi a decidere a muovere un dito (secondo un libero arbitrio) sembra essere apparentemente avvalorata. Ma in fondo gli esperimenti di Libet non chiariscono la questione. Il fatto che un atto volontario venga prima elaborato non giustifica né chiarisce definitivamente la natura prima delle nostre intenzioni. Appare evidente l’esigenza di ulteriori studi finalizzati alla scoperta proprio del libero arbitrio.
Libet comunque suggerisce un ruolo di mediazione della coscienza in grado di frenare o meno i comportamenti in atto. In effetti se ci si astrae dai tecnicismi questo studio sembra voler confermare ciò che empiricamente già si conosce attraverso la psicologia, laddove Freud considerava una distinzione da Es, Io e Super Io atti a mediare le spinte del subconscio. Ma anche nel campo delle neuroscienze il ruolo delle varie aree del cervello esprime lo stesso concetto… Le nostre azioni quindi sarebbero il frutto di una pre-elaborazione e di condizionamenti legati all’ambiente. La nostra coscienza sembra assumere un ruolo più o meno importante in base al grado di introspezione ed educazione della persona; nonché in base alle stratificazioni culturali e al carattere proprio dell’individuo.

L’odierno “spettacolo” volgare della politica e della società dimostra come il ruolo della coscienza, oggi sempre meno valorizzata, venga sostituita dal lato istintivo e più rude di ogni uomo. Così assistiamo agli insulti, ai gesti fuori luogo e a tutto ciò che dimostra come la società odierna si sia distaccata da un’interiorità non sufficientemente coltivata attraverso la riflessione e la conoscenza. In età adolescenziale quando la coscienza del sé non è ancora sviluppata è normale abbandonarsi facilmente a comportamenti impulsivi sostituiti poi, in età adulta, dal freno della ragione e della consapevolezza. La maturazione individuale e l’esperienza spostano così le irruenze del subconscio, delle paure e delle emozioni verso il freno ponderato della coscienza.

Una tra le più interessanti considerazioni che Libet nel suo libro Mind Time. Il fattore temporale nella coscienza porta ad esempio riguarda le consolidate (quanto erronee) convinzioni etiche e religiose del cristianesimo e di altre religioni. Nel celebre Discorso della Montagna del Vangelo per esempio si afferma:

Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. (Mt 5,27-28)

Alla luce di quanto detto queste parole fanno sorridere perché i processi legati al desiderio e all’attrazione, come la maggior parte degli atti umani, vengono avviati in maniera inconscia nel cervello. Pertanto l’affermazione andrebbe riconsiderata alla luce nelle nuove scoperte delle neuroscienze perché il desiderio nei confronti di una donna è inconscio ed inevitabile, ma sta poi a noi, a quella coscienza che giunge 500 millisecondi dopo prendere una decisione. Questo esempio può essere allargato in ogni campo della vita, ovviamente, non solo alle convinzioni morali. Ciò che alla fine questa ricerca chiarisce è l’ingombrante ruolo dell’inconscio che sembra voler attenuare l’antica convinzione che l’uomo, essendo un essere pensante, sia in grado di sviluppare e attuare un pensiero e un comportamento veramente razionale: 500 millisecondi in fondo sembrano essere sufficienti per chiarire la natura umana.


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