Cosa succede quando si delega la scrittura all’intelligenza artificiale? Il dibattito sul suo utilizzo è polarizzato: chi la rifiuta e chi la considera un supporto lecito per l’attività creativa. Come per qualsiasi strumento, il punto non è soltanto la qualità del prodotto, ma cosa accade a chi smette di scrivere. Quello che rischiamo di perdere va oltre il testo. È il modo in cui, scrivendolo, chiariamo il nostro stesso pensiero.
Lontano da lì, in un appartamento come gli altri, la luce calda di una lampada illumina la pagina di una rivista digitale aperta su un tablet. In pochi secondi, un’altra IA compila una sintesi delle schermate.
Testo prodotto da macchine, letto da macchine.
Quando il processo è terminato, l’IA casalinga diffonde l’audio della sintesi nella cucina dove il proprietario dell’abitazione sta cucinando. Centinaia di ore di scrittura e lettura condensate in pochi minuti.
L’uomo è rimasto soltanto all’inizio e alla fine della filiera.
Per ora.
Tutto questo è già tecnicamente possibile, ma cosa succede quando deleghiamo la nostra scrittura? Scrivere è un atto meccanico o cognitivo?
Due scritture, due problemi diversi
Prima di iniziare, è necessaria una distinzione. La scrittura giornalistica differisce enormemente per stile e contenuto dalla narrativa. L’IA agisce in modo diverso su entrambe e confonderle porta a conclusioni rischiose.
Nel giornalismo, una parte della produzione segue schemi ripetitivi. Le news di agenzia, i report finanziari, le cronache sportive hanno strutture codificate. Chi ha lavorato in un’agenzia di stampa lo sa. Certi pezzi si scrivono quasi da soli. L’IA può operare su quel terreno, purché riceva input umani verificati e verificabili. In questo ambito, siamo vicini a qualcosa per cui viene utilizzata nelle aziende. Applicazione a compiti standardizzati, attraverso la qualità dei dati.
Gli indici delle borse, le quotazioni che salgono o scendono, i risultati delle partite, i tabellini dei marcatori. Tutte attività a basso valore creativo.
L’efficienza attraverso la standardizzazione è accettata anche dall’editoria.
Nessuno però la ammette nel processo creativo. Né i racconti né i romanzi seguono schemi replicabili. Sono il prodotto di una visione individuale, quella dello scrittore, e di un modo unico di guardare il mondo e restituirlo attraverso le parole.
L’unicità di chi scrive si riflette, nel bene e nel male, nel testo.
L’IA non ha una sua visione. Ha una voce media, costruita sulla somma probabilistica di milioni di testi. È il contrario esatto di ciò che rende un autore riconoscibile.
Per la narrativa, l’IA può al massimo diventare uno sparring partner, se usata nel modo giusto. Il caso più famoso è quello di Rie Kudan, vincitrice del Premio Akutagawa nel 2024, che ha confessato di aver usato ChatGPT per il suo romanzo Tokyo Sympathy Tower. La scrittrice giapponese ha infatti detto di aver usato l’IA per esplorare e sviluppare il romanzo. Si badi bene: non per scriverlo.
Bisogna stare attenti, però. Il rischio è di usare l’IA come uno specchio e non come una finestra.
Lo specchio e la finestra
Ogni atto di scrittura mescola due ingredienti. Il primo è il mondo interiore di chi scrive: esperienze, ossessioni, filtri cognitivi, tutto ciò che rende unico il punto di vista. Il secondo è il mondo esterno: fatti, dati, contesti, informazioni verificabili.
L’intelligenza artificiale agisce in modo opposto su queste due dimensioni.
Se la usi per esplorare il tuo mondo interiore, come chiederle un giudizio sulla tua voce o farle produrre un testo, il risultato è una versione piatta di quello che già pensi. Questo perché l’IA non ti sfida, ma si nutre della tua voce.
Conferma il pensiero, nel migliore dei casi. Nel peggiore, se insisti o se contesti le sue risposte, finisce per darti ragione. È il bias di conferma trasformato in servizio fruibile H24. Un altro bias che l’IA rischia di amplificare è l’ancoraggio, ossia la tendenza ad affidarsi alla prima informazione ricevuta per prendere decisioni.
Con l’IA, l’ancora la fornisce chi la utilizza. La formulazione della domanda, il contesto, le premesse, contengono già la risposta probabilistica cui l’IA attingerà.
L’intelligenza artificiale diventerà lo specchio dei tuoi bias, di quello che già sai, di chi sei. Nessuno sparring intellettuale.
Se invece usi l’IA come una finestra sul mondo, per raccogliere dati, verificare fonti, trovare connessioni che da solo impiegheresti ore a individuare, allora il discorso cambia. Devi farti fare domande, non farti dare risposte. Anche su te stesso.
L’IA può comprimere il tempo della ricerca senza sostituire il pensiero. Può accelerare le ricerche e combinare dati. Il filtro attraverso cui vedi il mondo, la scelta di cosa conta e di come dirlo restano tuoi.
Ethan Mollick, docente alla Wharton School della University of Pennsylvania, chiama questa modalità di lavoro “centauro”. Una netta divisione dei compiti tra l’IA e l’umano. Nel suo saggio Co-intelligence (L’intelligenza condivisa. Vivere e lavorare insieme all’AI, Luiss University Press, pagg. 184) il concetto è spiegato in modo molto chiaro. Chi volesse approfondire può leggere il suo blog.
L’estensione e il suo costo
La divisione dei compiti non è l’unico approccio possibile. Andy Clark, filosofo della mente, ha argomentato in Natural-Born Cyborgs che gli esseri umani sono predisposti a incorporare strumenti esterni nel proprio processo cognitivo. Il timore che l’adozione di uno strumento esterno possa impoverire il pensiero è menzionato dal filosofo con un esempio dell’antichità.
Nel Fedro di Platone, datato intorno al 370 a.C., la paura era che la lettura e la scrittura, al tempo considerate “avveniristiche”, avrebbero potuto causare effetti catastrofici sulla memoria.
Senza andare così indietro, ricordo l’uso proibito della calcolatrice a scuola. Quello di Google per le ricerche. Oggi l’IA.
Usata nel modo giusto, però, l’IA non è altro che un’estensione del pensiero, ma ogni estensione ha un potenziale costo che non si vede immediatamente. Ieri energia, oggi chiarezza e consapevolezza.
Scrivere, infatti, non è solo produrre un testo, è un atto cognitivo.
La scrittura chiarisce il pensiero. E questo vale per chi scrive e per chi legge. Thomas Jefferson, oratore incerto ma dalla scrittura efficace, scriveva che se vuoi convincere davvero qualcuno devi fargli leggere quello che scrivi.
Aggiungo: se vuoi davvero chiarire la tua posizione, devi prima scriverla. E le storie, la narrativa, sono il modo in cui affiniamo la nostra visione del mondo.
Rileggere una bozza a distanza di giorni è come guardare una radiografia del proprio ragionamento. Si vedono le fratture, i punti deboli, le parti che reggono e quelle che scricchiolano. È un processo lento, ma è dentro quella fatica che sedimenta la conoscenza.
Delegare quel processo significa accorciare il viaggio ed è in questo processo che nascono le connessioni impreviste, le formulazioni errate che si trasformano, se siamo fortunati, in scoperte su noi stessi e sul mondo.
La scrittura trasforma chi la esercita. Delegarla vuol dire rinunciare a scoprire qualcosa su se stessi, abbandonare il presidio sul nostro futuro.
Immaginiamo la narrativa distopica scritta da un’IA. Cosa ci insegnerebbe? Che timori rappresenterebbe? Non potrebbe, ad esempio, mai scrivere romanzi sul cambiamento climatico, la cosiddetta cli-fi, perché si nutre di quello che è stato e non di quello che potrà essere.
Non potrà mai liberarci dal blocco dello scrittore, perché il blocco non è mancanza di immaginazione, ma è amore per la nostra storia che si è esaurito.
La polarizzazione non aiuta
Migliaia di racconti generati da IA stanno invadendo il mercato editoriale, sommergendo le redazioni di prodotti di sedicenti scrittori che sperano di monetizzare senza scrivere neanche una riga. La maggior parte delle persone che usa l’IA nel proprio lavoro non lo dichiara.
Intorno a questo fenomeno si è costruita una trincea. Da un lato chi vede nell’IA la fine della scrittura. Dall’altro chi la celebra come il prossimo passo evolutivo. Su queste stesse pagine è stato osservato come l’IA rischi di diventare un palliativo che anestetizza invece di far riflettere, un sollievo apparente che genera nuove dipendenze.
L’IA non ha anima, non ha una voce. Come dicevo poco più sopra, è stata addestrata su miliardi di parole altrui. Non uccide la scrittura più di quanto la uccida una ricerca su Google che si ferma al primo risultato.
Rinunciare a quel processo lento, imperfetto, insostituibile attraverso cui chi scrive capisce qualcosa di più su se stesso e lo condivide con il resto del mondo, deve essere fatto in modo consapevole. C’è un rischio. Si perde qualcosa.
Usata nel modo giusto, l’IA può servire ad elevare la qualità del pensiero in un tempo che non abbiamo. La condizione necessaria è sapere ancora pensare da soli. E per saper pensare da soli, bisogna continuare a scrivere.
La domanda giusta, allora, non è se usare o meno l’intelligenza artificiale per scrivere. È quanto si può esternalizzare l’esecuzione senza perdere il controllo, senza snaturare noi stessi e il nostro pensiero. Andy Clark direbbe che delegare attività cognitive non ci impoverisce, ci estende. Ma dove sta il confine? E cosa succede alla scrittura e a noi stessi, quando lo attraversiamo?
Ivan Libero Lino
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