17 aprile 2026

Da Gogol’ a Maria Castellitto, le relazioni inaspettate

Possono due storie all’apparenza così distanti, scritte a quasi due secoli di distanza l’una dall’altra, essere in realtà molto più assimilabili e in dialogo tra loro di quanto non sembri? È probabilmente questo il caso del racconto Memorie di un pazzo scritto dall’immenso autore russo Nikolaj Gogol’ e Menodramma, romanzo scritto dalla giovanissima e promettente Maria Castellitto, che ci portano entrambi all’interno di una crisi interiore (la quale, in quanto umana, diventa a sua volta automaticamente universale).

Nel 1835 Gogol’ riesce a pubblicare questo insolito racconto, Memorie di un pazzo (in un indice provvisorio lo avrebbe intitolato Memorie di un musicista pazzo, della cui idea rimane soltanto una vaga traccia), che appare per la prima volta nella raccolta Arabeschi; da allora resterà l’unica sua opera scritta in prima persona, sotto forma diaristica, ed è proprio qui che l’autore rappresenta davvero in modo fedele il processo che nell’uomo porta infine al delirio paranoico…

Gogol’

Popriščin, protagonista di Memorie di un pazzo, è un semplice funzionario (činovnik) dell’amministrazione pubblica nella Russia del XIX secolo, un “piccolo uomo”, di quelli che spesso si possono incontrare nella letteratura russa di quest’epoca, senza alcuna particolare qualità. Col suo grado di consigliere titolare, risulterebbe nono nella famigerata “tabella dei ranghi” istituita da Pietro il Grande; ora, la promozione all’ottavo grado era quasi impossibile, anche perché avrebbe implicato la possibilità di trasmettere il titolo ai propri discendenti.

Ecco che, come Popriščin, destinato a rimanere nel suo mediocre stato di “impiegatuccio”, anche la protagonista del romanzo della Castellitto, sente di essere incatenata in una “vita senza vita”: si occupa di storie, quelle stesse storie che poi lei non vive mai.

Popriščin

Protagonista di Menodramma, scritto da Maria Castellitto e pubblicato in Italia nel 2023 per i tipi di Marsilio, è Duna. Duna è una giovane donna che, come capiamo fin dalle prime pagine, accantona il sogno di diventare una scrittrice per finire a lavorare in una casa di produzione cinematografica di Londra, dove visiona sceneggiature di giovani nuove proposte (per lo più scadenti). Facendo parte della generazione millennial, non può che essere quel tipico esemplare cresciuto con il suono perenne dei “tu puoi fare tutto” nelle orecchie, per poi doversi scontrare col trauma dei “eh in effetti non proprio tutto…”; ed arriva quella che lei stessa definisce “nostalgia del presente”. Le circostanze portano la ragazza a scavarsi dentro (“una speleologa è come una scrittrice, esplora le caverne sotterranee”): infelice, frustrata, non nega il desiderio di chiudere col mondo una volta per tutte.

Popriščin cammina per la strada alienandosi da tutto ciò che lo circonda, ma con un certo giudizio altero, sovrastante, esattamente come fa Duna per le vie londinesi; eppure, entrambi sono “rotti dentro”, rotti da episodi infelici, delusioni e senso di inadeguatezza. Esattamente come uno di quei grandi classici che, come direbbe Calvino, sono tali perché non finiscono mai di dirci quello che hanno da dire, nel racconto di Gogol’ incontriamo la depressione e la frustrazione del non essere mai abbastanza, che possono poi (nei casi estremi) sfociare nella completa dissociazione dalla realtà; così è convinto di poter sentire dei cagnetti parlare, o addirittura di essere il nuovo sovrano di Spagna:

Confesso che da qualche tempo ho cominciato a vedere e sentire cose che nessuno ha mai visto e sentito.

A sostenere questo tipo di narrazione non può che esserci una venatura di realismo magico (di cui Gogol’ può senz’altro essere definito un pioniere), e anche la Castellitto ce ne dà una sua interpretazione:

Una volpe mi fa ombra. […] Sono animali frequenti a Londra ma di solito fuggono in cerca di un parco […] Nonnina reincarnata, vecchia volpe! Cerco un dialogo, quando provo a dirle che posso frugare nei secchi dell’immondizia per trovarle del cibo scappa via.

Quindi in cosa si possono accomunare, sostanzialmente, questi due personaggi miti ma pienissimi di conflitti e vita interiore? Sicuramente nel bisogno fortissimo di riscatto, in quell’ambizione insita nei “piccoli” e nell’insicurezza che però si traveste di ego e vanità; ma anche, anzi soprattutto, nella volontà di far prevalere l’immaginazione e l’irreale contro ciò che è vero e concreto:

Le cose, buon Martin, quando accadono sono sempre meno potenti di quando ce le siamo potute soltanto immaginare.

Una svolta narrativa importante in Menodramma vede l’incontro di Duna con un povero uomo sconosciuto, su quel ponte da cui lei ha fantasticato spesso di buttarsi… quest’uomo non vuole farle del male ma vuole convincerla ad ucciderlo; perché? Perché così salverebbe la sua famiglia grazie ai soldi dell’assicurazione, perché così non dovrebbe vivere con il dolore di essere in gabbia, un fallito che non ha “la faccia giusta” per tenersi un lavoro. Allora, date le premesse ci chiediamo: la richiesta d’aiuto dell’uomo potrebbe, forse, essere in realtà quella proveniente dall’inconscio della nostra protagonista?

Duna ha un grande amico, Alexander, un ragazzo decisamente particolare, che lei va a trovare frequentemente nel reparto di psichiatria in cui è ricoverato… Alexander è uno scrittore di aforismi (che nessuno può leggere), grande appassionato di slogan pubblicitari, mostruosamente egocentrico ed esibizionista, nonché fanatico di Alessandro Magno. Possiamo quasi definirlo il nodo centrale della vicenda, perché a modo suo esprime quello che Duna non è in grado di buttare fuori:

Io ho un farabutto dentro di me. Un farabutto caduto in un pozzo, perché l’hanno distratto le risatine alle spalle o l’ignoto davanti.

Il primo avvicinamento tra i due è emblematico: Alexander, con animo incredibilmente istrionico, convince i compagni di corso universitario (tra cui la nostra protagonista) di abitare in una lussuosissima villa fuori città; organizza questa festa esclusiva alla Grande Gatsby, con indirizzo preciso della location comunicato solo all’ultimo minuto; la “location” si rivelerà nient’altro che un’umile e comunissima abitazione. La scena si tinge di grottesco, in questo spazietto che adesso ospita una quantità di ragazzi di buona famiglia vestiti da Gala… qui l’imprevedibile organizzatore di questa messinscena conclude il suo ruolo, tentando il massacro di tutti gli invitati, prima di venire bloccato e rinchiuso. 

Riconosciamo forse un po’ di quello spirito mitomane che troviamo in Popriščin al termine della sua calata nella follia; ed è anche questa, a rifletterci, un’altra faccia del nostro piccolo (ma comunque ambizioso) impiegatuccio.

La crisi esistenziale di Duna si acuisce (ma allo stesso tempo si alleggerisce di un certo peso) quando smette di seguire la retorica che vorrebbe davvero sofferente il più sensibile, il più ben istruito, il più intelligente. 

Una timida ragazza che ha preteso d’aver sofferto di interrogativi esistenziali, a causa del suo immaginario illimitato, e che invece ha sofferto soltanto perché non riusciva ad esprimersi artisticamente.

Ha potuto guardare in faccia cosa sia davvero la disperazione, la pressione e il sentirsi in trappola: potremmo quasi dire che il suo è il compimento di una catarsi. Se si prende in considerazione quel sottofondo autobiografico che vive in entrambi i testi, ci convince ancora di più, si fa più credibile la descrizione di quella condizione umana che ci abbiamo trovato, e che abbiamo potuto analizzare fino a qui: quella condizione umana che, in quanto tale, non può che essere universale. Piccola nota di non poco conto: l’enorme traduttrice e curatrice dell’ultima edizione italiana delle Memorie di un pazzo (per i tipi di Adelphi), Serena Vitale, presenta proprio il romanzo della giovane esordiente come candidato al Premio Strega del 2023.

Cristiana Carta

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