I fratelli Karamazov è il grande romanzo del dolore, anzi è il romanzo del grande dolore.
Vedrai un grave dolore e in quel dolore sarai felice. Ecco il mio insegnamento per te: cerca la felicità nel dolore.
Sono le parole che lo starec (un mistico cristiano ortodosso) Zosima rivolge ad Alëša: dovrà vivere fuori le mura del convento per conoscere il dolore del seme che muore. Tuttavia tale sofferenza gli sarà necessaria.
| Lo starec |
L’umiliazione e l’offesa
I personaggi che animano la produzione dostoevskijana sono umiliati e offesi. Lo è Mitja, il primo fratello: non ha mai goduto dell’amore paterno, è cresciuto nei vizi e nelle orge, è spendaccione come lo è il padre contro il quale si trova a combattere per avere i rubli che gli spettano di diritto in quanto eredità della defunta madre. A metà romanzo Mitja viene accusato di omicidio: ha ucciso il Fëdor Pavlovic Karamazov, il movente è legato al denaro.
Il mio cliente è cresciuto grazie alla protezione della Provvidenza, vale a dire come una fiera selvaggia.
Umiliata è anche l’amante di Mitja, Grušenka che dopo essere stata sedotta e abbandonata da un ufficiale polacco si lega a Samsonov, mercante e usuraio. Da lui apprende il valore del denaro e degli affari. Grušenka diventa una donna spregiudicata, seduce gli uomini per vendetta perciò non gode di una buona reputazione al villaggio.
Adesso lo vedete, eccellente signorina, come sono crudele e capricciosa rispetto a voi. Faccio esattamente quello che voglio.
Offeso è lo stesso Alëša. Il suo cuore è preda di una perenne inquietudine causata dal bisogno di prestare aiuto a quanti ne hanno bisogno: dai fratelli, Mitja e Ivan, fino alla famiglia del piccolo studente Iljuša. Non sempre però la sua generosità è apprezzata. In una scena l’ambiguo Rakitin si avvicina al giovane per condurlo da Grušenka affinché questa lo seduca e lo faccia cadere in tentazione. Il mondo dostoevskijano è insanabilmente malvagio che gode nel vedere i virtuosi peccare.
Conservare la dignità
C’è una profonda ossessione nei vari personaggi nel romanzo che cercano di conservare intatto il proprio onore nell’ora più oscura dell’esistenza. Lo è per Mitja e ciò emerge nei vari interrogatori condotti dal procuratore prima del grande processo. Ricostruendo gli eventi che hanno portato al parricidio, si fa riferimento a un’ingente somma di denaro che il Karamazov avrebbe dovuto restituire a Katerina; lui stesso afferma a più riprese che non avrebbe mai potuto cominciare una nuova vita se prima non avesse ripagato il debito.
Allora tu le potresti dire: “È un vile lussurioso, un essere abietto dalle passioni incontrollabili. A suo tempo non spedì il vostro denaro, ma lo sperperò, perché, come un animale, non seppe controllarsi”, ma potresti anche aggiungere: “In compenso non è un ladro, ecco i vostri tremila rubli, ve li restituisce, spediteli voi stessa ad Agaf’ja Ivanovna; quanto a lui, egli si accomiata con un inchino.”
Grušenka, nonostante la pessima reputazione, combatte per preservare la propria purezza e lo si scopre nel libro VIII quando esclama con orgoglio: «Non sono rimasta pura per virtù e neanche perché avevo paura di Kuz’ma, ma per essere fiera davanti a lui e per avere il diritto di dirgli che è un mascalzone quando l’avessi incontrato.»
| Alëša |
Durante la veglia funebre il giovane Alëša è scosso dalla malvagità dei presenti invidiosi della testimonianza che aveva data in vita il mistico Zosima. Nel momento di grande debolezza viene avvicinato da Rakitin che lo conduce dalla pupilla di Samsonov; pare che Alëša sia sul punto di rinnegare tutto ciò in cui ha creduto ma, nella sua ora più buia, riesce a trovare le forze per combattere e vincere la tentazione.
Non sapeva perché stesse abbracciando la terra, non si spiegava perché desiderasse così irrefrenabilmente baciarla, eppure la baciava piangendo, singhiozzando, la irrorava con le sue lacrime e giurava appassionatamente di amarla, di amarla nei secoli dei secoli.
In ultimo anche l’ubriacone Snegiryov è ossessionato dal suo onore. Pochi giorni prima è stato umiliato pubblicamente da Mitja, allora Katerina Ivanova, con la complicità di Alëša, gli offre un ingente somma di denaro per ripagare l’offesa ma l’ex ufficiale rifiuta calpestando rabbioso i soldi davanti al giovane Karamazov.
La felicità nel dolore di cui parla lo starec è proprio questa: mantenersi integri nella bufera delle difficoltà e della malvagità umana.
Servire il prossimo
Il romanzo ha in epigrafe un versetto tratto dal Vangelo di Giovanni: Gesù insegna che il seme che muore un giorno porterà molto frutto. I personaggi dei Fratelli Karamazov devono passare attraverso la sofferenza se vogliono vedere qualcosa di grande. Il dolore per Zosima è anche nel servizio che Alëša dovrà rendere agli altri.
Miei cari, a che serve litigare, mettersi in mostra e serbare rancore l’uno con l’altro? Andiamo direttamente in giardino a giocare, mettiamoci a passeggiare e a giocare, amiamoci e lodiamoci l’un l’altro, baciamo e benediciamo la vita.
Per Dostoevskij gli esseri umani sono sì imperfetti ma dentro di loro brilla la scintilla divina che li spinge a servire il prossimo nel momento del dolore; è il caso di Grušenka quando realizza il dolore di Alëša alla morte del mistico e decide di non proseguire nel suo piano malvagio di seduzione. Sempre lei, alla fine del racconto, decide di abbandonare la propria vita fatta di agi per seguire Mitja nel suo destino di galeotto.
Adesso me ne vado, ma sappiate, Katerina Ivanova, che voi in realtà amate soltanto lui. E quanto più vi offende, tanto più voi l’amate. Ecco qual è la vostra lacerazione. Voi lo amate esattamente per quello che è, lo amate in quanto vi offende.
La lacerazione della Ivanova è la stessa che agita gli altri personaggi: servire, fino ad annullare se stessi, nonostante l’offesa e il dolore. Le sofferenze per l’autore russo aprono le porte alla compassione verso il genere umano.
Nessun commento:
Posta un commento