12 ottobre 2026

«Conoscerai un grande dolore»: il seme che muore e la gioia che nasce nei Fratelli Karamazov


L’ultimo capolavoro dell’autore russo Fëdor Michajlovič Dostoevskij è I fratelli Karamazov, pubblicato tra il 1879 e il 1880. Nelle intenzioni dello scrittore sarebbe dovuto essere il primo capitolo di una saga incentrata su Alëša Karamazov, l’ultimo dei fratelli. Purtroppo la morte sopraggiunse nel 1881 e del progetto originario è rimasta solo la prima parte.
I temi toccati nella narrazione delle vicissitudini della famiglia Karamazov sono molteplici e trattarli tutti sarebbe un’ulteriore ripetizione di quanto è stato già detto in più occasioni e più sedi. Tra questi però, che ancora oggi ha una sua importanza, è quello del dolore.

I fratelli Karamazov è il grande romanzo del dolore, anzi è il romanzo del grande dolore. 

Vedrai un grave dolore e in quel dolore sarai felice. Ecco il mio insegnamento per te: cerca la felicità nel dolore.

Sono le parole che lo starec (un mistico cristiano ortodosso) Zosima rivolge ad Alëša: dovrà vivere fuori le mura del convento per conoscere il dolore del seme che muore. Tuttavia tale sofferenza gli sarà necessaria. 

Lo starec

L’umiliazione e l’offesa

I personaggi che animano la produzione dostoevskijana sono umiliati e offesi. Lo è Mitja, il primo fratello: non ha mai goduto dell’amore paterno, è cresciuto nei vizi e nelle orge, è spendaccione come lo è il padre contro il quale si trova a combattere per avere i rubli che gli spettano di diritto in quanto eredità della defunta madre. A metà romanzo Mitja viene accusato di omicidio: ha ucciso il Fëdor Pavlovic Karamazov, il movente è legato al denaro. 

Il mio cliente è cresciuto grazie alla protezione della Provvidenza, vale a dire come una fiera selvaggia.

Umiliata è anche l’amante di Mitja, Grušenka che dopo essere stata sedotta e abbandonata da un ufficiale polacco si lega a Samsonov, mercante e usuraio. Da lui apprende il valore del denaro e degli affari. Grušenka diventa una donna spregiudicata, seduce gli uomini per vendetta perciò non gode di una buona reputazione al villaggio. 

Adesso lo vedete, eccellente signorina, come sono crudele e capricciosa rispetto a voi. Faccio esattamente quello che voglio. 

Offeso è lo stesso Alëša. Il suo cuore è preda di una perenne inquietudine causata dal bisogno di prestare aiuto a quanti ne hanno bisogno: dai fratelli, Mitja e Ivan, fino alla famiglia del piccolo studente Iljuša. Non sempre però la sua generosità è apprezzata. In una scena l’ambiguo Rakitin si avvicina al giovane per condurlo da Grušenka affinché questa lo seduca e lo faccia cadere in tentazione. Il mondo dostoevskijano è insanabilmente malvagio che gode nel vedere i virtuosi peccare. 

L’elenco potrebbe continuare: da Katerina Ivanova, la fidanzata di Mitja sempre pronta ad aiutarlo ma nonostante ciò si ritrova scavalcata dalla pupilla di Samsonov, fino a Snegiryov, un ufficiale caduto in disgrazia che vive nella miseria più assoluta assieme alla moglie demente e al figlio Iljuša gravemente ammalato.
Sono personaggi sgraziati e imperfetti.

Conservare la dignità

C’è una profonda ossessione nei vari personaggi nel romanzo che cercano di conservare intatto il proprio onore nell’ora più oscura dell’esistenza. Lo è per Mitja e ciò emerge nei vari interrogatori condotti dal procuratore prima del grande processo. Ricostruendo gli eventi che hanno portato al parricidio, si fa riferimento a un’ingente somma di denaro che il Karamazov avrebbe dovuto restituire a Katerina; lui stesso afferma a più riprese che non avrebbe mai potuto cominciare una nuova vita se prima non avesse ripagato il debito. 

Allora tu le potresti dire: “È un vile lussurioso, un essere abietto dalle passioni incontrollabili. A suo tempo non spedì il vostro denaro, ma lo sperperò, perché, come un animale, non seppe controllarsi”, ma potresti anche aggiungere: “In compenso non è un ladro, ecco i vostri tremila rubli, ve li restituisce, spediteli voi stessa ad Agaf’ja Ivanovna; quanto a lui, egli si accomiata con un inchino.”

Grušenka, nonostante la pessima reputazione, combatte per preservare la propria purezza e lo si scopre nel libro VIII quando esclama con orgoglio: «Non sono rimasta pura per virtù e neanche perché avevo paura di Kuz’ma, ma per essere fiera davanti a lui e per avere il diritto di dirgli che è un mascalzone quando l’avessi incontrato.»

Alëša

Durante la veglia funebre il giovane Alëša è scosso dalla malvagità dei presenti invidiosi della testimonianza che aveva data in vita il mistico Zosima. Nel momento di grande debolezza viene avvicinato da Rakitin che lo conduce dalla pupilla di Samsonov; pare che Alëša sia sul punto di rinnegare tutto ciò in cui ha creduto ma, nella sua ora più buia, riesce a trovare le forze per combattere e vincere la tentazione.

Non sapeva perché stesse abbracciando la terra, non si spiegava perché desiderasse così irrefrenabilmente baciarla, eppure la baciava piangendo, singhiozzando, la irrorava con le sue lacrime e giurava appassionatamente di amarla, di amarla nei secoli dei secoli. 

In ultimo anche l’ubriacone Snegiryov è ossessionato dal suo onore. Pochi giorni prima è stato umiliato pubblicamente da Mitja, allora Katerina Ivanova, con la complicità di Alëša, gli offre un ingente somma di denaro per ripagare l’offesa ma l’ex ufficiale rifiuta calpestando rabbioso i soldi davanti al giovane Karamazov.

La felicità nel dolore di cui parla lo starec è proprio questa: mantenersi integri nella bufera delle difficoltà e della malvagità umana. 

Servire il prossimo

Il romanzo ha in epigrafe un versetto tratto dal Vangelo di Giovanni: Gesù insegna che il seme che muore un giorno porterà molto frutto. I personaggi dei Fratelli Karamazov devono passare attraverso la sofferenza se vogliono vedere qualcosa di grande. Il dolore per Zosima è anche nel servizio che Alëša dovrà rendere agli altri. 

Miei cari, a che serve litigare, mettersi in mostra e serbare rancore l’uno con l’altro? Andiamo direttamente in giardino a giocare, mettiamoci a passeggiare e a giocare, amiamoci e lodiamoci l’un l’altro, baciamo e benediciamo la vita.

Mitja, in attesa del processo che lo condannerà, si sdraia sopra una panca e fa uno strano sogno popolato da volti miserrimi e lande desolate: «e avvertiva pure che stava crescendo nel suo cuore un senso di pietà che non aveva mai provato prima, che aveva voglia di piangere, che voleva fare qualcosa per tutti, affinché quel bambino non piangesse più, affinché non piangesse più quella madre dal viso nero e dal seno rinsecchito, affinché da quel momento in poi non esistessero più lacrime per nessuno e che voleva fare tutto quello all’istante, all’istante, a dispetto di tutti gli ostacoli, con tutta l’impetuosità dei Karamazov.»
Mitja sente il peso della sofferenza degli altri. Si apre alla compassione.

Per Dostoevskij gli esseri umani sono sì imperfetti ma dentro di loro brilla la scintilla divina che li spinge a servire il prossimo nel momento del dolore; è il caso di Grušenka quando realizza il dolore di Alëša alla morte del mistico e decide di non proseguire nel suo piano malvagio di seduzione. Sempre lei, alla fine del racconto, decide di abbandonare la propria vita fatta di agi per seguire Mitja nel suo destino di galeotto. 

Adesso me ne vado, ma sappiate, Katerina Ivanova, che voi in realtà amate soltanto lui. E quanto più vi offende, tanto più voi l’amate. Ecco qual è la vostra lacerazione. Voi lo amate esattamente per quello che è, lo amate in quanto vi offende. 

La lacerazione della Ivanova è la stessa che agita gli altri personaggi: servire, fino ad annullare se stessi, nonostante l’offesa e il dolore. Le sofferenze per l’autore russo aprono le porte alla compassione verso il genere umano. 

Il seme che muore e il frutto che nasce

Sono passati un paio di secoli dalla morte di Dostoevskij eppure uno dei tanti messaggi presenti nella sua ultima fatica risuonano quanto mai attuali: l’umiliazione, intesa anche come il patire la tribolazione, è inevitabile. Ciò che si può controllare è il desiderio di mantenere intatta la propria dignità di esseri umani nella desolazione. Il dolore può chiudere nell’egoismo, ma quanto è bello aprirsi al prossimo e aiutarlo.
La ricompensa? Il grande miracolo del frutto eterno che sboccia dal seme che muore.

Emmanuele Antonio Serio

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