A Beirut esiste un edificio nato, secondo una storia tramandata da settant’anni, per togliere a un fratello la vista sul mare. Ma quella lama di cemento racconta qualcosa di molto più profondo sulla natura umana.
Quattordici metri di altezza, sviluppato su un lotto di circa centoventi metri quadrati. Nel punto più largo raggiunge appena quattro metri di profondità. Poi comincia a restringersi, come la prua di una nave, fino a diventare quasi una lama di cemento: circa sessanta centimetri. Quanto un armadio per capirci. L’edificio esiste ancora oggi. A Beirut è conosciuto come Al-Ba’sa, nome spesso tradotto in inglese con The Grudge: il rancore. E il rancore, secondo la storia che da decenni circola nel quartiere, sarebbe esattamente la ragione per cui venne costruito.
Il proprietario del piccolo lotto avrebbe deciso di sfruttare quella lingua di terra non perché fosse particolarmente redditizia, ma perché si trovava esattamente davanti alla proprietà del fratello. Una costruzione in quel punto avrebbe cancellato la vista sul Mediterraneo e, con essa, una parte consistente del valore immobiliare del terreno retrostante. Se davvero accadde così, Al-Ba’sa rappresenta uno dei casi più estremi di quella che gli studiosi definiscono spite architecture: l’architettura del dispetto, edifici costruiti non soltanto per servire chi li possiede, ma per ostacolare qualcun altro.
La vicenda dei due fratelli appartiene almeno in parte alla memoria urbana di Beirut. Non esiste, per quanto noto, un documento nel quale il proprietario dichiari formalmente di avere voluto punire il fratello. Ma le ricerche condotte dall’architetta libanese Sandra Rishani, attraverso mappe storiche, testimonianze e sopralluoghi, mostrano che l’edificio è reale, le sue dimensioni sono reali e anche la complessa trasformazione urbanistica che generò quel minuscolo lotto è documentabile.
C’è un particolare che rende la storia ancora più sorprendente. Al-Ba’sa non era una semplice facciata. Dentro c’erano davvero degli appartamenti. Ogni piano era suddiviso in due unità. Cucine, stanze, corridoi. Gli ambienti diventavano progressivamente più stretti avvicinandosi alla punta dell’edificio, ma le grandi finestre e i soffitti relativamente alti consentivano alla luce di entrare. Alcune stanze godevano persino di una magnifica vista sul mare. È forse questa la più raffinata ironia dell’intera vicenda.
Il palazzo costruito, secondo la leggenda, per impedire a un uomo di vedere il Mediterraneo finì per offrirlo agli occhi di altri. Prima della guerra civile libanese qualcuno lo chiamava anche Queen Mary o The Ship, perché quella sua forma sottile e allungata ricordava una nave. E quasi come una nave attraversò stagioni molto diverse della storia di Beirut. Durante gli anni della guerra alcuni suoi ambienti avrebbero ospitato attività clandestine; altri servirono da rifugio a famiglie che cercavano un luogo nel quale proteggersi. Un edificio nato, forse, per danneggiare qualcuno diventò così, almeno per altri, un posto nel quale vivere e perfino salvarsi.
C’è però un dettaglio che sembra scritto da un romanziere particolarmente ironico. A progettare l’edificio nato dalla discordia tra due fratelli furono due architetti che erano a loro volta fratelli: Salah e Fawzi Itani. Ma Al-Ba’sa è qualcosa di più di una curiosità architettonica. È la dimostrazione di quanto profondamente i sentimenti umani possano imprimersi nello spazio. Normalmente costruiamo per creare qualcosa: una casa, un luogo di lavoro, una scuola, un monumento. Qui, invece, la costruzione avrebbe avuto anche una funzione negativa: togliere. Togliere luce, togliere panorama, togliere valore.
Trasformare un’assenza in cemento, forse è proprio questo che rende quel palazzo così inquietante e affascinante. Perché gli uomini dimenticano. Le generazioni cambiano. Le cause delle vecchie liti diventano indistinte. La Beirut del 1954 è stata attraversata dalla guerra civile, dalle ricostruzioni, dalle crisi economiche, dalle esplosioni, dalle trasformazioni immobiliari. I protagonisti di quella disputa non ci sono più, ma il loro presunto rancore è ancora lì. Quattordici metri d’altezza, sessanta centimetri nel punto più stretto, uUa lama di cemento affacciata sul Mediterraneo.
Forse è questa la vera stranezza di Al-Ba’sa: non che un uomo possa avere costruito un palazzo per fare un dispetto al proprio fratello. Ma che certi sentimenti, quando diventano pietra, riescano a sopravvivere persino a chi li ha provati.

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