24 settembre 2026

Ferragosto, uno sguardo dalla letteratura

Ferragosto, festa piena di rumori, colori, sapori, che rappresenta per qualcuno l’inizio delle vacanze, per altri la fine. È il giorno in cui molti sentono il dovere di essere in un determinato luogo, possibilmente lontano e rigorosamente in compagnia, in cui il peso delle pressioni sociali si fa sentire più forte. Ed è per questo che è in assoluto una delle feste più divisive dell’anno, tanto amata quanto odiata. E i protagonisti della letteratura non possono non rivolgere il loro sguardo verso la percezione, il valore e il senso di questo giorno, donandoci punti di vista diversi ed interessanti. Parole da leggere e su cui riflettere, in attesa del prossimo Ferragosto. 

Tra i letterati che hanno parlato del proprio rapporto con il Ferragosto c’è il siciliano Leonardo Sciascia che, in un articolo sulla nota rivista «L'Espresso» dell’agosto 1987, afferma:

E se mi chiedessero dov'ero e cosa facevo il 15 febbraio o il 15 marzo di quest'anno, avrei molta difficoltà a rispondere; ma se me lo chiedono per il 15 agosto dell'anno scorso o di dieci, venti, cinquant'anni fa, con sicurezza posso rispondere: stavo a casa. In paese, in città, con più certezza in campagna: ma a casa. Una volta, che stavo rischiando di passar fuori quella giornata, sono corso a un treno della notte: e la mattina del 15 stavo a casa. Dall'età della discrezione in poi l'ho passata allo stesso modo: leggendo, straccamente scrivendo, cercando refrigerio in caffè caldissimi (nulla di più dissetante) e aspettando la sera, il venticello di tramontana in campagna, quasi sempre puntuale, la stellata cupola della notte, i pascaliani e leopardiani pensieri sugli spazi infiniti, sull'infinito della vita e della morte.

Qui Sciascia ci restituisce un’immagine molto diversa da quella del classico Ferragosto passato in spiaggia, in compagnia, in mezzo alla folla che gioca. C’è, invece, la visione di un uomo raccolto, che trascorre questa giornata in un ambiente tranquillo e confortevole, accogliendo  pensieri, dal peso specifico non indifferente, nell’attesa che la luce del giorno lasci il posto al buio della sera.

All’immagine intima di Sciascia si contrappone quella di Pier Paolo Pasolini, uno degli uomini di cultura italiani più influenti del Novecento, che negli anni si è mosso fra insegnamento, scrittura e cinema. In un articolo su «Il Corriere della sera» del 1975, che in realtà è una lettera aperta al

Presidente della Repubblica dell’epoca, Giovanni Leone, Pasolini, con il piglio diretto che ha sempre contraddistinto le sue opere, scrive:

[…] Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano immagini della frenesia più insolente, ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato de "raptus": era difficile non considerarli spregevoli o comunque consapevolmente incoscienti.
Sono stati ingannati, beffati. Un rovesciamento improvviso e violento (per quanto riguarda l'Italia) del modo di produzione, ha distrutto tutti i loro precedenti lavori "particolari" e "reali", cambiando la loro forma e il loro comportamento: e i nuovi valori, puramente pragmatici, esistenziali, del "benessere" hanno tolto loro ogni dignità. Ma non è bastato: dopo essere stati resi mostruosi (marionette guidate da una mano "nuova", e quindi come impazzite), ecco che il benessere, causa della loro mostruosità, viene meno, mentre il ballo delle marionette continua. […]

Queste parole costituiscono una sorta di analisi socio-economica del Ferragosto, in cui il popolo italiano viene descritto come in preda ad un “raptus” che lo spinge verso un divertimento esagerato, senza limiti e che risulta pedissequamente guidato dai nuovi valori della società occidentale, uno fra tutti, il benessere. La popolazione è, dunque, vittima di un inganno di fondo che annualmente si esplica in concreto nella rappresentazione di una caotica giornata di metà agosto.

Altra interessante testimonianza è quella della scrittrice Natalia Ginzburg, nota soprattutto per l’opera Lessico famigliare, con cui vince il Premio Strega nel 1963. In un articolo uscito su «La Stampa» il 22 agosto del 1971 intitolato Odio l’estate, Ginzburg scrive:

Odio l’estate. Odio l’estate. Odio l’estate. Odio il mese d’agosto fino al giorno di Ferragosto. Passato il Ferragosto, mi sembra di uscire da un incubo. Mi sembra che tutto lentamente migliori per me. Cominciano i temporali d’autunno. Amo l’autunno e nell’autunno, di solito, scrivo qualcosa. Nell’estate, rarissimamente riesco a scrivere. Non odio l’estate per il caldo. Non mi accorgo del caldo e non me ne importa niente. Mi ricordo che fa caldo solo quando ne parlano gli altri. [...] Nell’infanzia l’estate mi piaceva. […] L’estate significava andare in villeggiatura. […] Per quattro mesi, stavamo in montagna. [...] A un certo punto, mi accorsi che quelle villeggiature in montagna erano diventate di una noia insopportabile anche per me. Compresi allora che la mia infanzia era finita. […] Fu allora, in quelle villeggiature solitarie, che io presi a detestare l’estate. [...] Io non trovavo il mondo triste, lo trovavo bellissimo, solo che a me per qualche ragione oscura era vietato di celebrarne le radiose giornate, così non potevo che cercare e amare l’autunno, l’inverno, il crepuscolo, la pioggia e la notte. Scopersi, in seguito, che una simile sensazione non ero io sola a provarla, che era una sensazione comune a molti, perché molti come me in qualche istante della loro esistenza si sono sentiti esclusi e mortificati dall’estate, giudicati per sempre indegni di raccogliere i frutti dell'universo. Molti come me allora hanno odiato lo splendore abbagliante del cielo sui prati e sui boschi. Molti come me ai primi segni dell’estate si sentono in angoscia come all’annuncio di una disgrazia, perché in essi risorge lo spavento del giudizio e della condanna. A noi sembra allora di trovarci senza scampo, inchiodati nel punto dove siamo. Chi è solo, a un tratto, ha l’esatta misura della propria solitudine. Il ritmo abituale dei giorni si spezza. Le consuete sofferenze diventano insopportabili, rischiarate incessantemente da una luce solare e crudele. La nostra vita giace in disordine ai nostri piedi. Ci sentiamo costretti a enumerarne ogni dolore o errore. La luce dell’estate illumina senza misericordia il nostro silenzio, la nostra persona immobile, circondata di antiche e nuove catastrofi. Ci sentiamo a un tratto seduti sul banco degli imputati. Come in un interrogatorio di terzo grado, noi restiamo immobili, annichiliti e stravolti. Impossibile nasconderci a noi stessi e agli altri. Impossibile alzare un braccio per nascondere il nostro volto. Alle domande che ci saranno poste non sapremo rispondere. Essere noi stessi ci sembra una colpa peggiore d’un assassinio. Risorge in noi l’antica disperazione dell'adolescenza, quando abbiamo capito a un tratto che eravamo chiamati a essere diversi e felici, ma noi eravamo incapaci di ubbidire a un simile richiamo. Sappiamo per vecchia esperienza che, dopo Ferragosto, il processo sarà finito. Saremo risospinti a poco a poco in una quieta penombra. [...] I giorni fino al Ferragosto ci sembrano eterni. Detestiamo la città vuota nel sole accecante, i cinematografi vuoti dove si danno film di terrore. [...] Detestiamo però più ancora la folla dei treni. Tutti partono, e ci chiedono se anche noi partiremo. Impossibile rispondere, quando siamo nel numero di quelli che non «hanno voglia né di partire né di restare».

In questo articolo di Ginzburg c’è il racconto intimo e privato del tempo dell’infanzia e dell’adolescenza in cui l’estate e il Ferragosto hanno un sapore diverso. Con la crescita, infatti, la percezione di questa stagione cambia e, di conseguenza, anche quella di questa festività, a seguito della quale si può finalmente iniziare a pensare all’autunno che verrà. Per la giovane Ginzburg, infatti, l’estate è il tempo del giudizio, del senso di colpa per gli attimi che non si riescono a vivere
con l’euforia che ci si aspetta da una ragazza nello sbocciare della sua esistenza. Dopo il Ferragosto, le anime malinconiche ed inquiete potranno trovare una giusta e dignitosa accoglienza.

                                                                                                                                                              Un’altra voce a cui prestare attenzione è quella di Giorgio Manganelli, autore di opere di prosa, poesia e saggi critici, che, all’interno della raccolta Improvvisi per macchina da scrivere, afferma:

Settimane prima di quel giorno inevitabile, io mi faccio prudente; quando si entra nel rettifilo ferragostano, mi faccio via via cauto, diffidente, mi defilo, mi appiattisco, lavoro di freni e zavorra, inghiotto i documenti personali, comincio a parlare con accento irriconoscibile, sottopongo la mia minuscola anima ad una rapida plastica estetica, e infine mi precipito nel taciturno e pigro vortice del ferragosto: ma in quel momento io sono irriconoscibile, ed ho ogni motivo per dubitare della mia esistenza. La mia sensazione più profonda è che il ferragosto sia la festa del Nulla: e a questa convinzione io mi adeguo. [...]
Dove vanno le spensierate folle di gitanti che, tutte nel medesimo istante, vengono colte dal raptus dell'emigrazione verso la Gioia? Sono persuaso che esse vengano stivate in uno dei tanti armadi del Nulla, e lì provvisoriamente trattenute e distratte con effimeri giocarelli fatti, letteralmente, di niente. Durante le non molte, ma fatali ore del ferragosto, trionfa una colossale eclissi dell'esistenza. Nulla viene prodotto, eccetto l'ectoplasma. [...]

Questa è forse la visione più schietta, diretta e sociologicamente più interessante del Ferragosto. Qui, infatti, lo scrittore associa questa festività al concetto del “Nulla”, descrivendola come una giornata in cui si assiste al trionfo dell’eclissi dell’esistenza umana, in cui non succede assolutamente nulla di rilevante, se non una agitata rincorsa verso la gioia a tutti i costi. Da notare, inoltre, come anche Manganelli, esattamente come Pasolini, utilizzi la parola “raptus”.

Fonti bibliografiche e sitografiche

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